Non solo India, di Paola Antonia Tasca

Scrivere racconti è più facile che scrivere romanzi, ma scrivere buoni racconti richiede un talento specifico e non così frequente. Paola Antonia Tasca quel talento ce l’ha e in questo racconto, doloroso e duro, lo dimostra appieno. Buona lettura!

Non solo India

di Paola Antonia Tasca

La mia prima bambina si chiama India.
Hanno avuto a che ridire all’anagrafe per questo nome: secondo l’impiegato comunale non andava bene, dato che si riferisce a località geografica.
“Be’, non ci piove.” gli ho detto quel giorno.
L’impiegato era un tipo tutto preciso, minuto, con la cravatta a righine azzurro cenere e la camicia immacolata. Portava gli occhiali da vista con la montatura sottile, blu di Prussia.
Impossibile non notarlo. Io dipingo, faccio sempre caso alle tonalità, un colore per me non è mai solo bianco o solo blu.
Comunque l’impiegato era lì che pinzava cinque fogli per volta, meticolosamente, sovrapponendoli con cura uno all’altro. Allineate alla sua destra, due penne, una matita e una gomma da cancellare nuova di zecca. L’ufficio odorava di fotocopie.
Non guardava né me, col mio vestito smanicato grigio perla, né Lucio, che teneva in braccio la nostra bambina. Stavamo in piedi di fronte a lui, madre padre figlia. A me questa cosa pareva incredibile, l’avevo desiderato per dieci anni, madre padre figlia, invece per lui era del tutto normale.
“Mi dispiace. Al massimo, possiamo accettarlo come secondo nome.” Aveva detto cominciando ad apporre timbri sui documenti.
Non gli dispiaceva per niente, si capiva benissimo.
Lucio cullava piano la bambina, un dondolio impercettibile. Le avevo messo una tutina di un giallo lieve.  
Era la nostra prima uscita insieme da quando eravamo tornati.
“Scusi, e allora quando si usava chiamare una figlia Italia? E Asia Argento?”
Mi ero appoggiata con le mani sulla scrivania protendendomi verso di lui, ancora un po’ e gli cadevo addosso.
L’impiegato aveva alzato lo sguardo.
Era il settembre più caldo di sempre. L’ufficio non era climatizzato, c’era solo un ventilatore da terra che rimescolava l’aria, collosa quasi come quella di Mumbai.
“Anna, lascia stare. Facciamo come dice. Per favore.” Lucio si stava agitando. Lui si agita quando io non lascio perdere.
“Sei polemica.” sottolinea se mi faccio valere perché qualcuno vuol soffiarmi il posto mentre si è in fila, o se l’idraulico spara un conto fuori della grazia di dio per sistemare due cose in croce e io glielo contesto.
Mi dice anche che sono pedante, con la mia mania di definire i colori. Per farlo contento, ogni tanto mi trattengo e censuro muschio, bottiglia, scarlatto.
Lucio fa lo psicologo. Il giustificatore di professione, dico io. Fosse per lui, alla fine si darebbe ragione a chiunque. Se scavi bene negli scenari famigliari, se indaghi pulsioni e inconscio, è facile poi capire perché uno si comporta così e uno colà.
Mi faceva venire i nervi, tutta questa profonda comprensione del mondo intero.
Però quel giorno Lucio era lì con India tra le braccia e io ho visto la fatica che aveva fatto con me per arrivare in quell’ufficio, al civico 23 di via Milano, il nove settembre del 2008. L’orologio quadrato appeso al muro segnava le dieci e ventuno. 
Allora ho tolto le mani dalla scrivania e il corpo mi si è rilassato d’un colpo.
“Va bene, facciamo come dice.”
Il funzionario si è tamponato la fronte con un fazzoletto di stoffa blu (blu di Prussia, come la montatura degli occhiali) e poi ha digitato sul computer: Vittoria India Passoni, nata a Mumbai il 21 maggio 2008.
Non l’abbiamo mai chiamata Vittoria, sempre e solo India.
India le sta benissimo. È una bambina stupenda, quando usciamo è un piovere di complimenti. Ha gli occhi scuri, i capelli neri e lucidi. Ora fa la seconda elementare.

Prima di arrivare all’adozione le abbiamo provate tutte: fecondazione assistita, fecondazione in vitro, stimolazioni ormonali.
Gli somigliano.
Ogni tanto me li sono immaginati, quattro o cinque girini spauriti sotto la lente del microscopio, tutti con le fattezze e le movenze di Lucio: gli occhi allegri, l’andatura cauta, il modo calmo di allacciarsi le scarpe.
Uno l’ho anche disegnato, senza volere. Ero al telefono con un’amica, avevo sotto mano la penna e un pezzo di carta. Quando ho chiuso la telefonata, mi sono accorta che in un angolo del foglio avevo scarabocchiato un girino nero. Al centro invece c’era un cerchio ben definito, mezzo centimetro di diametro.  Il girino gli dava le spalle, cercava una via di fuga.
L’ho stracciato subito, prima che lo vedesse Lucio. Perché io lo amo. Però di rabbia ne provavo. Nel mio pensiero la colpa non era sua, invece nelle viscere lo era.
Una volta, dopo la terza fecondazione in vitro fallita, gli ho urlato: “Non sei neanche capace di darmi un figlio.”
Eravamo in cucina, avevo pianto tutto il giorno, le iniezioni di ormoni mi consumavano i nervi.
Lucio lavava le ciliegie. Il capelvenere al centro della tavola di cristallo era rigoglioso.
Ci era stato sconsigliato il cristallo, in cucina.
“Quando avrete figli, saranno ditate dappertutto.” Aveva detto il mobiliere.
Mi ero messa a ridere. Figurarsi se le ditate potevano impensierirmi. Ne immaginavo di tutte le misure, le piccole dell’ultimo nato e le più grandi della primogenita.
Il cristallo era rimasto perfetto. Quella sera il capelvenere ci si specchiava a piombo.
Lucio continuava a lavare ciliegie, appena chino in avanti. È alto e deve piegarsi un po’ quando si mette a fare qualcosa sul lavandino.
Bello per niente, pensavo. Odiavo lui e le fecondazioni assistite, le pance al settimo mese che vedevo in giro, gli uomini con gli spermatozoi a posto e anche la nostra vita senza figli.
“Mi hai sentita?” Ho urlato ancora.
Non si è mosso, non ha parlato.
Sono andata al frigorifero, l’ho spalancato, ho preso tutte le fiale di ormoni che tenevo lì. La testa mi scoppiava, sapevo che quello era stato l’ultimo tentativo.
Sono andata verso di lui, con il gomito l’ho costretto a spostarsi, ho aperto con un piede l’anta sotto al lavandino e ho buttato le fiale nella spazzatura.
Poi ho pianto, lì in piedi. Lucio mi ha messo una mano sulla spalla, con cautela. Si è avvicinato e mi ha stretto a sé. Mi sono accorta che piangeva anche lui. Ho ricambiato la sua stretta per un tempo lunghissimo.
Ci è servito un altro anno prima di deciderci per l’adozione.

Abbiamo provato a immaginarci cinquantenni e soli, io impegnata nei vernissage, lui ad ascoltare pazienti che gli parlavano di crisi d’ansia. Ho anche creduto di essermi convinta, a un certo punto, ma poi gli ho confessato che fantasticavo di rubare bambini dalle carrozzine nei supermercati e di scappare oltre frontiera, senza lasciare traccia, di scegliere un paese invisibile della Romania e restare lì per sempre, io e il bambino trafugato, mantenendomi con un lavoro qualsiasi, in una casa povera, coi pavimenti consumati a forza di sfregarli con l’ammoniaca.
È stato allora che Lucio mi ha detto: “Anna, la nostra bambina la adottiamo.”
Io l’ho guardato, stava sistemando il basculante del garage che si era bloccato, e gli ho risposto incerta: “Ma non sarebbe nostra …”
Lui ha forzato il basculante, che è sceso di colpo.
“Sarà nostra figlia, scommetto che imparerà anche a dipingere.” Un po’ di polvere gli era andata sui capelli, pareva brizzolato. Sorrideva, gli ho sorriso di rimando.
Qualche giorno dopo gli ho detto: “Va bene.”

Ci siamo rivolti ad un’associazione per le adozioni internazionali.
È stata una gravidanza di tre anni. Burocrazia, corsi di preparazione, test di idoneità.
Mi sentivo come sotto a una lente d’ingrandimento.
Nove incontri con la psicologa, otto con l’assistente sociale.
Un questionario con seicento domande.
Perché volete adottare.
Che rapporto avete avuto con i vostri genitori.
Per quali motivi litigate più spesso.
Come vi sentireste se vi fosse negata l’adozione.
Mi ingarbugliavo parlando della mia infanzia, arrossivo.
Ho pianto ogni volta che la psicologa, giovane, distaccata (ma come fa una così a fare la psicologa, chiedevo a Lucio) e rossa di capelli, ci salutava dicendo: “Allora ci vediamo presto.” Mi faceva sentire sbagliata, sempre.
“Sono nostre proiezioni.” Mi diceva Lucio. “Lei cerca solo di capire.”
Uscivo dai colloqui e vedevo mamme e papà ovunque.
Pensavo: “Tutte le persone che camminano in questa piazza, tutte quelle che stanno guidando, tutte quelle che affettano salumi al supermercato, tutte quelle che scrivono articoli sulla Repubblica o sul Corriere della Sera, tutte sono state partorite.” Io non avrei mai partorito.


Dopo tre anni, una mattina di giugno del 2008 è arrivata la telefonata.
La vostra bambina vi aspetta a Mumbai, ci hanno detto.

Io e Lucio non amiamo viaggiare.
Ci piace la montagna, andiamo a volte d’estate in Val d’Aosta. Ogni tanto un giro in Toscana.
Ma del viaggio a noi piace in realtà il ritorno.
È un sollievo lasciare la stanza d’albergo, le lenzuola che non profumano del nostro ammorbidente, i ristoranti che non conosciamo, rientrare a casa e camminare a piedi nudi sul nostro pavimento di legno.
Non ho mai dipinto nulla dei luoghi che non mi sono familiari.
Io dipingo i fiori del mio giardino, le mele sistemate sul mio portafrutta, le anatre che popolano il mio fiume.
Mumbai era dall’altra parte del mondo, non stava in niente di mio.
Però lì c’era lei. Nella foto che ci hanno mandato via mail era così bella che a me hanno cominciato a tremare le mani.
“Lucio, la chiamiamo India.” Ho detto senza scollare gli occhi dallo schermo del computer. Le sue origini nel suo nome, e a me Mumbai sembrava già più familiare.

Siamo partiti il ventiquattro luglio del 2008, ero fuori di me per l’agitazione.

All’arrivo, di notte, Mumbai è stata come una secchiata d’acqua bollente addosso.
Io un caldo così non credevo esistesse. Mi pareva di svenire.
Il tassista teneva i finestrini spalancati, l’aria schioccava entrando nell’abitacolo. Guardavo il buio fuori, il cuore andava a mille. Nessuno di noi parlava.
Domani vedrò India, era l’unica cosa che mi riusciva di pensare.
La via che si avvicinava al centro città aveva tre corsie per ogni senso di marcia, trafficate anche a quell’ora.
“Guarda.” Ha detto Lucio.
Ho guardato. C’erano decine e decine di uomini distesi sull’asfalto lungo il ciglio della strada, uno dietro l’altro. Andavamo veloci ma li vedevo bene, erano illuminati dai fari delle auto.
“Sono morti?” gli ho chiesto con un filo di voce.
I busti nudi, sui i fianchi e sulle gambe invece c’erano pezzi di stoffa.
I corpi erano adagiati anche sulle rotatorie che ogni tanto intervallavano la strada. Auto a destra e a sinistra, e corpi in mezzo.
“Non lo so.” Ha detto lui. Ma la voce non pareva la sua.
“Sleep.” Ha detto l’autista guardandomi dallo specchietto retrovisore e appoggiandosi per un attimo la testa sul palmo della mano. Sorrideva rassicurante. Aveva i capelli lucidi di brillantina, credo.
Sono scoppiata a piangere. Per me era troppo. Quegli uomini dormivano lì, quella era casa loro. L’asfalto e le rotatorie.
E questo è il primo ricordo che ho di Mumbai.
Io e Lucio siamo stati sotto shock per l’intero mese a seguire.
La nostra camera di hotel era silenziosa e fresca, con l’aria condizionata tenuta al massimo, ma il resto era umidità, chiasso, odori di sterco e spezie.
Eppure qualcosa mi si è fatto strada dentro, a un certo punto.
Forse certi viali alberati, forse Victoria Station, che di sera diventava color terra di Siena, forse il contatto continuo con quell’umanità che affollava ogni angolo. Forse solo il fatto che lì era nata India.
Il mattino dopo ci siamo presentati all’orfanotrofio. Ci hanno fatto accomodare in una stanza piccola e spoglia, abbiamo aspettato lì.
È entrata una suora con una neonata in braccio, ci è venuta incontro sorridendo e me l’ha consegnata. Subito non riuscivo a vederla bene, piangevo. Poi ho messo a fuoco il viso minuscolo, gli occhi chiusi, la bocca, e ho sentito che lei era nostra figlia.
Nessuno era più felice di noi sul volo di ritorno, ne sono sicura.

La seconda bambina l’abbiamo voluta forse perfino di più. Abbiamo ricominciato tutto daccapo coi colloqui e la burocrazia.
A metà del 2011 siamo partiti ancora per Mumbai, con India.
Quella città ora la amavo, ma mi spossava.
La sera prima dell’orfanotrofio ci siamo spinti fino alla bella zona del porto, sulla passeggiata del lungomare affollato. India ha voluto stare in piedi sul muretto davanti all’oceano, l’aria calda le gonfiava il suo prendisole preferito, quello con Winnie the Pooh stampato sulle tasche. Indicava gli oggetti che galleggiavano sull’acqua sotto di noi (una ciabatta, sacchetti di nylon, un pallone da calcio bianco e nero). Lucio la teneva stretta per la vita, a vederli così mi sono accorta che avevano gli occhi quasi uguali.
Si è avvicinata una bambina, avrà avuto sì e no sei anni.
Tirava la mia gonna. “Money, madam.” ripeteva guardandomi da sotto in su.
Aveva i capelli spettinati, una maglietta sporca.
Sapevo che non dovevo darle soldi, avevo letto tutto sui bambini costretti all’accattonaggio.
Le ho sorriso facendo segno di no.
Insisteva, pareva stesse per piangere.
Le ho dato una caramella.
La bambina ha capito che era finita lì. Allora ha lasciato la gonna, ha avvicinato la sua mano al mio braccio, ci ha affondato le unghie ed è scappata via.
Ho guardato i segni rossi che mi erano rimasti, poi Lucio.
Lui ha sollevato India dal muretto e l’ha appoggiata per terra.
“Non è sempre possibile capire, Anna.” ha detto pacato.

L’orfanotrofio era vicino al quartiere dei lavandai, il sentore di sapone arrivava fino a lì.
La direttrice, una giovane donna con una sari gialla, mi ha adagiato la bambina tra le braccia.
“Lucky baby, lucky family.” ha detto sorridendo.
Giada era minuta, leggera come ovatta. Corrugava le sopracciglia ogni volta che le parlavo piano all’orecchio.
In albergo però mi sono accorta che qualcosa non andava. Mi pareva un po’ lenta a girare la testa. India non era così, a tre mesi. Ma forse è un’impressione, mi sono detta.
L’abbiamo portata a casa. India era felice, la baciava di continuo.
Siamo andati a registrarla al civico 23 di via Milano. L’impiegato era lo stesso, ma stavolta non aveva niente da ridire sul nome. Forse non ricordava.
“Lei è India.” Gli ho detto sporgendo un po’ verso di lui la mia primogenita, che tenevo in braccio. India non distoglieva gli occhi dai fogli che il tizio squadernava e ricomponeva sulla scrivania.
“Bel nome.” Ha risposto senza smettere con le sue operazioni.
Non ricordava, era evidente. Ho sorriso a Lucio, essere felici ci rendeva impermeabili a tutto. 

Dopo un mese, Giada non stava ancora dritta con la testa.
Non riusciva ad aprire e chiudere le mani come avrebbe dovuto.
Non cresceva, faceva fatica a mangiare. Subito pensavo ad una fase di adattamento, chissà che latte le avevano dato laggiù.
Mi faceva tenerezza. Mi guardava con lo sguardo un po’ vacuo che hanno a volte i bambini così piccoli e io le sorridevo.
Poi ha cominciato a vomitare tutto. Piangeva in un modo strano.
Allora ho insistito con il pediatra.
Non sto a farla lunga.
Tipo 2 vuol dire che tuo figlio morirà probabilmente entro i tre anni. Non c’è nessuna cura.
Guardavo Giada e non ci potevo credere. Era sempre bellissima, con un ciuffo di capelli neri sulla fronte. Però peggiorava di giorno in giorno. Non rispondeva agli stimoli.
Io e Lucio abbiamo perso il sonno e la fame. Quando dormivamo, erano solo incubi.
Noi avevamo chiesto una bambina sana.
L’ho ripetuto al telefono a quelli dell’associazione per le adozioni, ero disperata.
“Avevamo chiesto una bambina sana. Io non voglio vedermi morire una figlia.” ho detto piangendo.
“Ci dispiace. L’adozione è completata, cercate di farvi forza.”
Non è giusto, pensavo. Non è giusto per me, per India, per Giada che ha bisogno di un centro specializzato. Io non posso prendermi cura di lei, non ce la faccio.
“Signora, è sua figlia: cosa avrebbe fatto se lei fosse stata la sua madre naturale?” Insisteva la voce al telefono.
“Non lo so, ma almeno avrei potuto scegliere di abortire. Io qui non ho avuto scelta.” Urlavo. Ero seduta sul pavimento della cucina, la schiena contro il frigorifero. Non mi sentivo nemmeno più la faccia.
“Se rinunciate alla bambina e la ricoveriamo in un centro, non la potrete più vedere.”.
“Ma India si è affezionata a lei. Giada non capisce, non capirà mai, però India sì che capisce. Dovete farcela vedere ogni tanto.” Lucio cercava inutilmente di farmi alzare, ero un peso morto.
“Se non volete questa bambina, dobbiamo allontanarla da voi. Per il suo stesso bene, per non farle vivere altri traumi.”
“Ma quali traumi.” Piangevo. “È un tronco, non capisce.”

Ci siamo messi nelle mani degli avvocati.
Noi avevamo chiesto una bambina sana.
Nove mesi, alla fine sono venuti a prelevarla.
Quel giorno l’ho vestita con un abitino nuovo, aveva il bordo di macramé.
Me la sono tenuta stretta tra le braccia fino a quando Lucio è comparso sulla porta della nostra camera, con le due assistenti sociali. L’ho consegnata a quella più anziana, l’altra quasi non mi guardava.
India era all’asilo.
Quando Lucio è tornato, si è steso al mio fianco. Ho sentito un lamento, non capivo da dove venisse. Ero io a farlo. Lui invece piangeva e basta.
L’hanno portata in un ospedale specializzato. Non l’ho più vista.
Mi ci sono ammalata, India per molto tempo ha avuto solo suo padre.
Quando mi chiedeva di Giada, le rispondevo: “È in ospedale, presto andiamo a trovarla.”
Lucio non voleva che le raccontassimo bugie, però io non avevo la forza di dire altro.

Adesso, dopo anni, a volte sorrido. Anche Lucio lo fa, ogni tanto.
India, di quando in quando, nomina ancora Giada. Io cambio discorso, per non precipitare di nuovo. 
Non riesco a spiegare niente a nessuno, neanche a me stessa. Vorrei avere tutta quella profonda comprensione del mondo intero che viene così bene a mio marito. Vorrei usarla per me, e che gli altri la usassero nei miei confronti. Ma credo di chiedere troppo.


Paola Antonia Tasca vive a Bassano, ma ha trascorso lunghi periodi qua e là nel mondo. Lavora da sempre nel campo della moda, si interessa di questioni di genere, scrive racconti e sta ultimando adesso il suo primo romanzo. Ha frequentato il corso di scrittura creativa +master a Padova.




Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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  1. Maurizio Gandolfi ha detto:

    Molto molto bello. Una scrittura asciutta e semplice eppure così densa; cosa difficilissima e notevole.

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