Le cose con il proprio nome, di Edoardo Ghiglieno

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Ancora un racconto inedito, una storia da leggere con il cuore aperto, questa volta del torinese Edoardo Ghiglieno – un nome del quale, secondo me, sentiremo parlare presto, e un bel po’.
La foto, che accompagna il racconto (così come le foto di copertina di Grafemi) è stata messa a disposizione del fotografo ufficiale di questo blog, cioè Christian Baldin, ed è uno scatto realizzato negli anni novanta – appena l’ho visto ho pensato: “è questa”.

Le cose con il proprio nome

di Edoardo Ghiglieno

La prima volta fu un bigliettino, uno dei tanti che ci scambiavamo nelle ultime file, durante le ore assonnate in cui la Cucchetti leggeva con voce monocorde le note al testo dell’Iliade, senza aggiungere alcunché: né un commento, né una considerazione che potesse dare un senso alla presenza di una ventina di studenti annoiati in una classe come tante, in una mattina d’inverno. A fare gli insegnanti così son capaci tutti, mi avevi detto un giorno con rabbia, mentre cercavamo di non rimanere schiacciati dalle porte pieghevoli dell’autobus che tutti i giorni ci riportava a casa. Quella volta salvammo addirittura una vecchia da morte certa, issandola dentro all’ultimo momento, unico gesto di eroismo degno di imperitura memoria della nostra anonima adolescenza.
Il pezzettino di carta arrotolato con cura era atterrato sul mio banco e io te ne fui grato, perché l’adrenalina per quella corrispondenza proibita rappresentava l’unica speranza di non cedere di schianto alle lusinghe del sonno. Lo aprii lentamente, facendo finta di nulla, per non essere beccato: sapevamo entrambi che dietro le sembianze senili e soporifere della professoressa si celava un radar infallibile. Avevamo già pagato il pegno, più di una volta.
Sul foglio, scritte con una biro nera, c’erano queste lettere:

SSNLZ

Cosa c’entrano le Schutz-Staffel neozelandesi? avevo abbozzato nel bigliettino di risposta, recapitato con un lancio sbilenco che avrebbe potuto costarmi caro. Spesso i nostri scambi erano senza alcun significato, sul filo di una demenzialità che comprendevamo soltanto noi. Questo aspetto non aveva mai giovato alla nostra popolarità. Eravamo gli ultimi in tutto e quasi sempre ignorati dai compagni: finimmo per farcene una ragione. Primeggiavamo invece nell’incapacità di eccellere in qualunque cosa avesse a che fare con lo sport, l’approccio al genere femminile e quella sfrontata competitività tipica della gioventù, che fa sentire immortali. Era tutto precario: l’equilibrio delle nostre famiglie, i risultati scolastici, il nostro umore, la percezione del futuro che si spalancava davanti a noi, con tutti i terribili interrogativi di quell’età. Eravamo degli sfigati, ma bastavamo a noi stessi. La pratica dei bigliettini poi, aveva alimentato il sospetto che la nostra amicizia in realtà fosse quella cosa che, in quegli anni così complicati, suona peggio degli insulti più beceri alle madri o alle sorelle, anche quando è vera. Non era il nostro caso, ma sembrava non importare a nessuno. Buttammo giù anche quel boccone.
Nell’intervallo mi spiegasti che quello sarebbe stato il nostro codice segreto: non avremmo potuto usarlo per passarci un’intera versione di greco, ma nel caso fosse finito nelle mani sbagliate, professori o compagni, nessuno avrebbe saputo interpretarlo. La regola era semplice: per leggerne il contenuto, le lettere dispari andavano sostituite con quelle successive nell’alfabeto, quelle pari con le precedenti. Geniale, pensai, nel mio microcosmo lineare privo di qualsiasi inventiva. Il creativo in fondo sei sempre stato tu. E la Cucchetti non ti stava simpatica, ma quello non era un segreto.
Siamo andati avanti per anni con quella consuetudine cifrata che nascondeva al mondo i nostri pensieri, i nostri scherzi, la nostra voglia di riscatto, così fragile e puntualmente frustrata, e le rare confidenze che ci scambiavamo. All’inizio era piuttosto lungo e macchinoso scrivere e interpretare i testi, come il codice morse che soltanto le giovani marmotte sanno leggere alla velocità della luce. Chissà come fanno, mi sono sempre chiesto con immutato disprezzo. Poi con il passare del tempo fu come aver imparato una seconda lingua. Si dice che chiamare le cose con il proprio nome aiuti a esorcizzare la paura. Noi, evidentemente, ne abbiamo avuta sempre un po’.

Poi un giorno ci siamo ritrovati distanti, all’improvviso: il futuro, sempre così nebuloso sino ad allora, aveva presentato il conto. Io finii a Economia, perché i miei genitori non mi diedero alternative; tu scegliesti Lettere, forse perché volevi dimostrare al mondo che gli insegnanti non sono tutti come la Cucchetti. Abbiamo smesso di vederci tutti i giorni, ma abbiamo continuato a scriverci a intervalli irregolari. La tecnologia ha sostituito la parabola che i nostri bigliettini disegnavano da un banco all’altro: prima gli sms, poi internet e la posta elettronica e infine whatsapp, hanno tenuto in piedi quel filo lungo il quale siamo diventati adulti e abbiamo iniziato a invecchiare. Ci siamo sempre promessi tante cose, anche dopo che le nostre strade si sono divise: non soltanto di rivedersi o di fare una vacanza insieme alle nostre famiglie oppure da soli, in macchina, con i piedi sul cruscotto e il gomito fuori dal finestrino. Avevi sempre quel modo obliquo di guardare le persone e il mondo, come se le coordinate comunemente conosciute per comprendere la realtà e il mistero della vita non fossero mai quelle giuste per te. A volte è accaduto anche con me, ma mi hai sempre perdonato. Anche io ti ho perdonato di aver voluto sposare Aomame e di essere andato a vivere con lei in Giappone, tu e quella tua cazzo di passione per i manga. Non hai però mai rinunciato a mandarmi frammenti criptati del tuo mondo e a fare battute che con ogni probabilità non avrebbero fatto ridere nessuno, tranne me.

Ieri mio figlio è tornato a casa con una nota sul diario e un’insufficienza grave: lo hanno scoperto a scrivere messaggi con il cellulare durante una verifica. Mi è venuto da pensare a noi e a quello che siamo stati l’uno per l’altro e in fondo non abbiamo mai smesso di essere.
Tempo fa mi avevi accennato alla tua malattia, lo avevi fatto con lo stesso distacco con cui mi parlavi delle cose che non ti interessavano. Non avevi usato nessun codice quella volta, lasciandomi intendere che non avevi paura. E così non l’ho avuta nemmeno io, almeno non fino a oggi.
Sono seduto sul bordo del letto, non mi sono ancora vestito e fisso il tuo messaggio da un tempo indefinito. Non riesco nemmeno a piangere. Di là Marta sta chiamando spazientita perché la colazione è pronta e i ragazzi arriveranno a scuola in ritardo, anche oggi.

ZECLN

Non siamo mai stati immortali, lo sapevamo. Ma abbiamo sempre avuto timore di chiamare le cose con il proprio nome, anche questa volta. Forse è quello che ci ha sempre fregati, ma a noi non è mai importato davvero.   

SL UPFMHP AFMF, amico mio. Non ho mai smesso.



Edoardo Ghiglieno

Sono nato a Torino nel 1974, in primavera. Lavoro da quasi tre anni in una cooperativa sociale di cui sono responsabile amministrativo. La mia famiglia e gli studi classici mi hanno rivelato che i libri sono una delle mie passioni più grandi. Poi me ne sono accidentalmente dimenticato e mi sono iscritto a Economia. Soltanto da qualche anno ho iniziato a ricordare. Ho tre chitarre, circa duecento biglietti dei concerti che ho visto negli ultimi vent’anni, due figli biondi con gli occhi azzurri, voglia di giocare a pallone tutti i giorni, una casa all’ultimo piano vicino al Po da cui si vedono le montagne e troppi libri da leggere e da scrivere.

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