Cartoline da Facebook – le montagne

In questi ultimi anni la montagna ha conosciuto una certa fortuna, nel mondo dei libri – una fascinazione che riflette quella del mondo reale.
Ho passato 20 anni di vacanze, in montagna, dieci a Norcen, poco sopra Pedavena – era quasi collina, a dire il vero – e dieci a Lorenzago di Cadore, dove i miei genitori avevano pure comprato casa. Se di Norcen posso dire, ora, che è il mio paradiso perduto, perché intimamente legato con la mia infanzia spesso felice, devo anche ammettere il mio odio per gli anni passati a Lorenzago, odio che forse riflette il tumulto confuso dell’adolescenza, trascorsa tra dubbi, fratture (letterali e non), ribellioni frustrate e trattenute, trasformazioni. Mio padre, allora, organizzava le “gite”, escursioni che pianificava, con la determinazione di un generale, sulle precise mappe della Tabacco; io non le volevo fare – soffrivo pure di vertigini – e poi dovevo protestare, dovevo oppormi, dimostrarmi diverso. Ora, a distanza di trent’anni – un abisso temporale – ne sento la mancanza.
In questa cartolina recuperata da Facebook, parlo di una montagna minuscola, una specie di parodia, che scalai (ah ah!) nel 2000, nel cuore di Creta. Capii il senso esistenziale della salita, la metafora, l’allegoria, l’analogia.

Il 2000 fu una specie di crocevia nella mia vita: abbandonati i progetti fatti nei primi trent’anni, non avevo ancora definito quelli nuovi e vivevo, come affacciato a una soglia, in bilico, talvolta incerto, sopra un burrone, sempre impegnato in un’opera di scrematura, ridefinizione, costruzione.

I parametri di riferimento non esistevano più. Per la prima volta, ero libero di scegliere cosa avrei voluto essere – o meglio, quali strade avrei dovuto imboccare per essere sicuro di arrivare là dove ero sempre stato, cioè “dentro di me”.

Andai a vivere a Milano, ad esempio, e cambiai spesso idea, cercando l’onestà piuttosto che il quieto vivere. Fui egoista, forse, o semplicemente avevo deciso che per un po’ sarei stato io il centro del mio mondo. Quell’estate accettai il curioso invito di un caro amico a passare con lui una settimana a Creta: anche lui si era improvvisamente trovato seduto su un cumulo di macerie – un crollo recente, il suo, meno di un mese.

Fu una settimana diversa da tutte le altre. Eravamo già fuori tempo massimo, per quel genere di vacanza, ma negli anni prima avevamo vissuto da vecchi e ora era il nostro turno di essere giovani – almeno là, nello spazio ristretto di quei giorni, in quel tempo surreale e folle. Scoprii che il gin non provoca il mal di testa, neanche se bevuto a ettolitri. Conoscemmo un po’ di gente, girammo per locali messi in piedi solo per i turisti. Fu durante una cena che inventò il nome “Baganis”, che poi avrei usato tanti anni dopo per il mio primo libro. Sembrava di essere in un romanzo di formazione riassunto in sette giorni.

Fino al Settecento, nessuno aveva la passione per le montagne. Ci pensò il romanticismo ad associare a quell’ascesa una conquista spirituale. Trovammo anche noi la nostra montagna – piccola, proporzionata a quell’isola, e insignificante allo stesso modo. Stavamo tornando, credo, da Iera Petra verso il nostro albergo sulla costa settentrionale; iniziammo a salire sotto un sole tremendo, tipo a ora di pranzo, senza nemmeno sapere se quella fosse davvero una montagna. Non avevamo nulla, con noi – niente creme, cappellini, una maglietta pulita – nemmeno un goccio di gin. Ci arrampicavamo con le mani tra rovi e sassi che rotolavano giù. C’erano delle capre in lontananza, e uccelli che volavano bassi. Durò un’ora. Dalla cima, si vedeva una valle dalla parte opposta alla strada dove avevamo lasciato la macchina, simile a un quadro di Dino Buzzati, anche quella piena di capre. La sera, avrei potuto friggere un uovo sulla mia schiena bruciacchiata.

Ma anche se quella montagna era poco più di una crosta arsa messa sopra a una crosta più grande, per arrivare là sopra avevamo dovuto usare una qualità che non eravamo più sicuri di avere, e cioè la voglia di farcela. Fu come quando Billy Crystal aveva portato la mandria dall’altra parte del fiume ne “La vita, l’amore e le vacche”. C’eravamo ancora, non avevamo mollato.

Ci furono altri giorni, e altre scemenze anche più grandi di quella – mi tatuai un ideogramma cinese su una spalla, ad esempio – ma tornammo un po’ migliori, da quella settimana; un pochino più leggeri e un pochino più forti. La retorica delle montagne ci aveva guarito prima che questa diventasse un genere letterario.


La foto di copertina è del mirabile Christian Baldin, del quale è possibile leggere questa bella intervista.

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