L’asticella

Di fatto, ho smesso di scrivere. Non c’è alcuna decisione presa, in questo senso: sta succedendo un giorno alla volta, quando, per l’ennesima volta, rimando al fine settimana successivo il momento in cui mi rimetterò ad aggiungere qualche pagina a un progetto che avevo iniziato a giugno, e che da allora è praticamente fermo, o quando continuo a posticipare la partenza di un’altra cosa che sto elaborando, pigramente, da quasi un anno. Ho cambiato lavoro – non ho più clienti lontani da raggiungere in treno – ed è cambiato il mondo – dai clienti, comunque non ci si va quasi più. Arrivo a sabato che sono stremato. Il tempo sempre grigio non aiuta – queste giornate così corte… Vorrei passare il tempo a dormire (mi viene in mente quel famoso monologo di Amleto, ricordate?). E sento che mi servirebbe avere più forze – anche per impormi di avercele. Sotto, però, c’è un dubbio piuttosto grande: cosa vorrei scrivere, davvero?

Ieri pomeriggio, un caro amico mi ha mandato una sua recensione di un film italiano degli anni Settanta. Mentre la leggevo, ho riflettuto sulla mia scrittura – sul fatto, ad esempio, che i libri che ho scritto, i romanzi, siano accomodanti, borghesi, lineari, con poche ombre. Tanti anni fa, quando avevo iniziato a scrivere i racconti, avevo intuito come l’ambiguità fosse al centro di ogni buon testo, e di come io, per natura, tendessi al percorso contrario, cioè a spiegare, chiarire, rendere comprensibile ogni aspetto delle mie storie. Mi piacerebbe riuscire a pensare a un romanzo in cui il punto centrale, il motore di tutto, rimanesse non detto.

Ma a queste condizioni, per così dire, contingenti (il poco tempo, i dubbi sulla necessità dell’ambiguità), forse se ne sta sommando un’altra della quale ho preso più consapevolezza venerdì scorso, mentre ero a cena con alcuni amici, tra i quali c’era Alessandro Cinquegrani, autore (uscito da pochissimo il suo nuovo romanzo con Terrarossa, “Pensa il risveglio”) e accademico all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Abbiamo parlato di come negli ultimi vent’anni abbia preso sempre più consistenza quel genere letterario nel quale l’autore del romanzo è uno dei personaggi del libro – non come poteva essere Paul Auster in Trilogia di New York, o Martin Amis in Money, ma piuttosto come Cercas nei suoi romanzi, o Carrére, o Walter Siti (“Mi chiamo Walter Siti, come tutti” è uno degli incipit più belli di tutti i tempi).
Il punto centrale di questa chiacchierata era: i lettori contemporanei sono ancora in grado di apprezzare una storia che non contenga, al suo interno, un riferimento concreto alla realtà? Sono ancora disposti a firmare quel patto che lega un lettore allo scrittore, sospendendo volontariamente la propria incredulità?


“Non lasciare che la verità rovini una buona storia”

diceva Chuck Kinder, come riporta Nicola Manuppelli nel suo ultimo libro “Domani è un posto enorme”. Ora, ci faceva notare Alessandro sulla base della sua esperienza di docente universitario, pare che valga il contrario: “non lasciare che l’invenzione tolga appeal a una storia vera”. Non ci sono dati certi, in questo senso. Però ci sono tendenze innegabili. Se da un lato accettiamo che i film e le serie contengano cose sempre più incredibili, dall’altro è come se non fossimo più disposti a dare credito a un libro in cui i fatti sono palesemente inventati.

Il punto è che anch’io faccio sempre più fatica a sospendere l’incredulità. Leggo più saggi (in questo periodo, lo splendido “Metazoa”) che fiction. Tendo ad abbandonare molti romanzi dopo poche pagine – e credo che sia proprio per il motivo visto sopra: le storie, se non sono sostenute da qualcosa in più (quasi sempre è una lingua eccezionale a fare la differenza), spesso mi annoiano. Per questo ho anche rallentato la mia ricerca di nuovi libri – li acquisto con enorme cautela, e deve succedere qualcosa di speciale affinché io mi decida a immergermi in un nuovo mondo.
Ora sto leggendo “Sotto il vulcano” di Lowry nella traduzione di Marco Rossari e sono molto soddisfatto. Lo stavo valutando da tempo. Poi a Cagliari, nella Locanda in cui ho dormito la settimana scorsa, ho trovato la prima traduzione in italiano e mi ha convinto. Ora sto finalmente capendo da dove viene fuori John Le Carre (autore che io adoro e al quale vorrei assomigliare, tranne per il fatto che lui ora è morto), da quale tradizione letteraria. Ma sento che l’asticella, quella che i libri che leggo devono superare, la sto fissando sempre più in alto; e poiché l’unico criterio che uso per scegliere cosa scrivere è “deve venire fuori un libro che io vorrei leggere”, mi trovo nella curiosa condizione di abbandonare le mie idee dopo poche pagine – quando avrei abbandonato il libro se io fossi stato un suo lettore.

Il libro a cui sto pensando adesso, con grandi tentennamenti, come se non riuscissi mai a metterlo a fuoco, ha una struttura non del tutto banale, ma sento che lo sto immaginando in modo convenzionale – non riesco a trovare un punto di vista così particolare da giustificare il fatto che sto raccontando questa particolare storia. Se da un lato ho quasi tutti i blocchi che compongono la trama, forse mai in maniera così lucida, dall’altro non sono ancora riuscito a capire chi la sta raccontando, per quale motivo e partendo da quale prospettiva: è qualcuno che ricorda quegli eventi? Li sta ricordando dopo che tutto è finito o è un attimo prima che la storia finisca? Oppure è una terza persona? E se sì, c’è qualche personaggio in particolare che quella voce seguirà? Con quale stile, quale inclinazione? Sebbene tutti i miei romanzi nascano da un’idea astratta, tutti sono diventati concreti quando sono entrati in scena (nella mia testa) i personaggi – Marco Baganis, il venditore di depuratori d’acqua, Matteo, il merdone di Tutto male finché dura, Lucia, il dittatore in esilio. Ora, invece, non ho quasi nessuno. Sto provando un po’ di combinazioni, ma mi sembra tutto già visto, già letto, già sentito. La storia si svolge in un tempo e in uno spazio reale, nel quale io non però c’ero – mentre fino a ora o mi sono costruito il mondo che mi serviva, oppure ho usato lo spazio e il tempo che mi sono famigliari. Mi rendo conto, allora, di attingere inconsapevolmente a ricordi di libri che ho letto tanto tempo fa, e che ora sono completamente lontani dal mio gusto…

Però sono contento di aver ripreso a scrivere due righe sulla scrittura e sui problemi che la accompagnano: non lo facevo da tempo, e ora dopo questa oretta passata a pensarci su, sento di avere le idee un po’ più chiare – non è questo il motivo per cui si scrive? Come diceva Bellow, in un pezzo che mi rimbomba sempre in testa, “diciamo tante cose banali, cretine, che [nei sogni si sentono] solo dei balbettii, dei grugniti, degli slogan pubblicitari, cose a livello dei detersivi […] non si sentono altro che sibili e scricchiolii e sciacquii, fragore di macchine, ronzio di condizionatori d’aria. Quindi, riusciamo incomprensibili agli esseri superni. Essi non possono influenzarci e, a loro volta, soffrono di un’analoga privazione”. Vorrei riuscire a rimettere al centro dei miei pensieri le cose che amo. In fondo, dipende solo da me.

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