Le alterne fortune

Ricordo bene, ahimè, come vedevo mio padre quando io avevo 17 anni e lui 50: era un uomo di mezz’età che si stava ingrigendo, i capelli radi in testa, i pantaloni con la riga in mezzo; le sue idee molto precise sul mondo mi parevano tutte sbagliate. Ero convinto che gli sfuggissero aspetti importanti della vita; oppure che avesse rinunciato, che si fosse arreso o, meno drammaticamente, che si fosse adeguato: tutti i giorni andava nello stesso ufficio, nell’istituto di Fisica Nucleare di Padova, a “fare ricerca”, un dipendente statale pagato da chi versava le tasse. Ero convinto che non si divertisse più da un pezzo.
Ogni tanto gli mostravo dei video su Videomusic o su MTV, e mi divertiva il fatto che non li apprezzasse, che non li capisse: a questo uomo nato prima della Seconda Guerra Mondiale, mettevo di fronte il nuovo che avanzava, il moderno, la nuova estetica della mia generazione, messaggi scritti in un codice che non era più il suo. Insisteva a consigliarmi titoli di libri dei quali non volevo sapere nulla, ma io cercavo la mia strada, anche se era solo un modo di dire, perché leggevo poco e male, e a caso.
Di lui c’erano piccole cose che mi davano fastidio: il numero esagerato di biscotti che metteva nel latte la mattina, quando faceva colazione; i polpacci bianchi e senza peli che comparivano d’estate, quando andavamo al mare; la prudenza nella guida; il fatto che con i miei amici non fosse socievole come avrei voluto.

Poi, è passato il tempo, e ne è passato così tanto che ora sono io l’uomo di cinquant’anni che sta ingrigendo di fronte a due ragazzi che invece sono al culmine del loro processo di crescita – i miei due figli. Assomigliano, loro due, al Paolo del 1987 più di quanto io assomigli a quel ragazzo che sono stato. Non si dovrebbe mai dire: ho quindici anni, ho trent’anni, ho cinquant’anni… Non abbiamo niente. La vita è un processo, non è noi; e noi non siamo la vita, ma qualcosa che la accompagna e che la subisce – siamo la sua materia prima, l’oggetto sul quale applica la sua forza. Ora i cinquant’anni hanno me, plasmano e caratterizzano la mia esistenza in modo quasi meccanico, mi impongono la loro presenza, provocano tutte le conseguenze del caso. Una mia amica, Elena, dice che penso troppo all’età: a me sembra che si pensi troppo poco.
So come mi vedono i miei figli perché me lo ricordo – con quale distanza, con quale vitale presunzione, con quale vago fastidio. Sono ingombrante, il mio umorismo fa cascare loro le braccia, il mio approccio ai social assomiglia a quello di Salvini – sei un boomer, mi dicono spesso. Quando parlo mi sento come Cassandra – parlo del loro futuro (perché l’ho visto: assomiglierà a quello di tutti) e loro non ci credono – ne hanno immaginato uno tutto per conto loro. Hanno ragione a farlo. Ma è qualcosa tipo giovinezza non sa, vecchiaia non può.
Non sono vecchio, non mi sento vecchio, ho una vita interiore che mi pare piena, ma ai loro occhi il mio tempo è già finito. Sono calvo, ho la pancia, quando mangio faccio sempre troppo rumore. Ho smesso di essere un modello per loro, ammesso che io lo sia mai stato: ora mi pare di essere quello a cui da grandi non vorrebbero mai assomigliare. Ho trovato un foglietto che mi avevano scritto per il mio compleanno quando erano ancora bambini; mi dicevano che da adolescenti avrebbero continuano ad abbracciarmi. Be’, non lo fanno più da un sacco di tempo, e io non saprei neppure da che parte iniziare. Sono convinto che mi vogliano bene, perché anch’io ne volevo a mio papà; però ora il luogo nel quale mi sento meno apprezzato è a casa, con loro. Diventare grandi significa anche dover diventare forti, ma non credevo che sarebbe stato così duro, così ineludibile; è come se con il tempo si fosse ribaltato tutto: giocavo in attacco, e mi sembrava che tutto quello che toccavo brillasse, e non era tanto tempo fa, solo venti o trent’anni; ora sono schiacciato in difesa, butto le palle in tribuna, sbaglio per il fatto stesso di essere ancora in campo, per voler giocare a cinquant’anni con ragazzi che hanno un terzo della mia età… Le fortune alterne, pensavo questa mattina. Il ribaltamento ineludibile. L’ho mai detto che a me non è mai piaciuto l’autunno?

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