Un regalo di Natale

Mia mamma aveva una cugina che si chiamava Luciana: era del 1927, era figlia della sorella di sua madre (di mia nonna Olga), morta quando lei era ancora giovane; dopo una giovinezza piuttosto movimentata, attorno ai 45 anni si era ritirata dal mondo, rinchiudendosi in un appartamento a Venezia, dal quale uscì due o tre volte in tutto – l’ultima nel gennaio del 2006, per un ictus che la portò alla morte un mese dopo.

Dal 1980, passammo molti dei nostri Natali e delle nostre Pasque nel suo appartamento: lei affittava camere a studenti universitari che le lasciavano libere durante le vacanze. Un’estate, nel 1987, quando i miei andarono a Parigi per il lavoro di mio papà, passammo un intero luglio da lei, io e i miei fratelli, andando nella spiaggia del Lido durante il giorno e passando il resto del tempo in quella casa. Da giovane, Luciana era stata sposata con uno scultore, un certo Giorgio Zennaro, che, dopo averla lasciata, le aveva ceduto, non so se a titolo di parziale risarcimento, alcune sue opere – per lo più quadri – che Luciana aveva appeso in giro per la casa: quando ero seduto sul gabinetto, talvolta suonando il flauto dolce del quale mi ritenevo (forse a ragione) un virtuoso e che per un anno non lasciai mai, osservavo una curiosa opera astratta che rappresentava l’autunno (sparse per la casa, c’erano anche le altre tre stagioni).

Ma oltre alle opere di Zennaro, c’era anche un guardo di un certo Pirro, che in quella casa tutti chiamavano “il Pirro”. Nel mio tentativo pateticamente proustiano di trascrivere tutta la mia vita, ne ho parlato anche qui su Grafemi (un elemento sul quale poi dovrò tornare). Questo Pirro era pittore e poeta. In una camera, io e i miei fratelli avevamo trovato una cassetta in cui lui declamava le sue poesie con l’accompagnamento chitarristico di Franco Baroni, che era il convivente di Luciana (dormivano su un letto a castello). Con lui, non so se un po’ prima o un po’ dopo di quella cassetta, aveva registrato un disco: nel lato A c’erano le sue poesie, lette da lui e sempre con la chitarra di Franco in sottofondo, mentre in quello B c’era una lunga improvvisazione di Franco.

Il punto è che anche se la Luciana, il Pirro e Franco non davano l’idea di essere tre intellettuali – una sempre in vestaglia e a casa da anni, Franco, che per vivere lavava piatti nella mensa universitaria (era laureato in chimica, sapeva parlare fluentemente il russo, era stato allievo di Andrès Segovia), e il Pirro, che non sapevo di cosa vivesse, cosa facesse in concreto per mangiare – ebbene in quella casa c’era qualcosa che non avrei mai più ritrovato. Quando morì la figlia di Modigliani, se non ricordo male cadendo dalle scale, Luciana ci disse, mentre portava un coniglio arrosto a tavola (era la sua specialità) che da giovane aveva dormito a casa sua per un mese, quando era andata a vivere a Parigi, dopo che aveva tentato il suicidio con il gas (venne salvata da mio nonno). Una notte sfidò Gabriella Ferri, ci raccontava con la stessa non chalance, in una prova da Gioventù bruciata: due motoscafi correvano appaiati lungo il Canal Grande e loro dovevano saltare da uno all’altro. Era stata amica della figlia di Peggy Guggenheim. E via dicendo.

In quella casa, dove ascoltai per la prima volta i Genesis, Bob Dylan ed Edith Piaf, venni dunque in contatto, diretto e indiretto, con artisti un po’ maudì, Del Pirro conobbi non solo le poesie, ma anche un quadro posto tra la cucina e il salotto, un disegno quasi astratto in cui due uccelli stilizzati si incrociavano tra loro; sotto, c’era una poesia, sempre del Pirro, della quale ricordavo solo il primo verso e parte del secondo: L’occhio dell’emigrante è grato alla tristezza / i flussi e i riflussi…

Quando la Luciana è morta, Franco è rimasto solo. Ha resistito qualche anno, tra qualche sofferenza, e poi se ne è andato anche lui. Di quello che c’era in quella casa, è stato fatto un conteggio sommario. Qualcosa (l’estate delle quattro stagioni astratte, un altro quadro incomprensibile e bello) è toccato a noi; qualcosa è andato alla sorella di Franco, che viveva a Londra e della quale non abbiamo saputo più nulla. I quadri, le sculture, i mobili (tra i quali una specie di credenza che c’era in cucina, piena di bruciature di sigarette), qualche cianfrusaglia (poche: Luciana non amava possedere nulla) hanno preso la loro strada verso il nulla, come accade alle persone quando se ne vanno. A me, non è rimasto che il ricordo e, qualche volta, la voglia di raccontarlo.

Due anni fa, ho ricevuto una mail da un certo Giovanni, una persona che non avevo mai sentito nominare. Giovanni mi racconta una storia che ancora mi commuove. Lui è un appassionato di arte. Ama andare per mercatini di antiquariato, e aste, a cercare qualcosa di bello. Un giorno, si imbatte in un quadro che lo colpisce; decide pertanto di acquistarlo e di portarlo a casa. Dopo un po’ di tempo, vuole provare a capire chi possa essere l’autore del quadro, del quale non sa nulla se non ciò che vede. Parte dai primi versi della poesia, cerca con Google, e arriva a un commento che mio fratello Alberto aveva lasciato sotto un post che avevo scritto proprio sul Pirro, sul curioso rapporto che noi avevamo con lui. Il commento riportava i primi versi della poesia. Giovanni legge anche gli altri post che riguardano il legame che avevamo con Luciana e con la sua vita e prende una decisione: vuole darmi il quadro. Me lo vuole regalare.

Prima di accettare, ho contattato il figlio del Pirro, Mattia, artista anche lui, per sapere se riteneva quel quadro fosse suo in qualche modo. Dopo la sua risposta negativa, ho scritto a Giovanni. Ero incredulo e commosso. Ci siamo accordati per vederci a Padova – ci siamo trovati in un bar (con il senno di poi credo di essere stato un cafone, ma amen), con Dunja e sua moglie, e abbiamo bevuto qualcosa insieme, e abbiamo parlato di questo quadro, di come fosse riapparso dal nulla in un banchetto di un mercatino di antiquariato, di come Giovanni fosse arrivato a scoprire la sua storia tramite le tracce che erano state lasciate in Internet. Mi ha detto che riteneva che quel quadro appartenesse alla mia famiglia, alla mia storia. E’ stato uno dei regali di Natale più belli e inaspettati della mia vita: quell’uomo aveva deciso di rendere onore a un sentimento – e nel ventunesimo secolo, questa è senza dubbio una notizia. L’ho ringraziato come potevo, ma, per quanto io mi sia impegnato, non sarà mai abbastanza. Mi ha regalato un pezzo del mio passato che ha trovato in giro.

Ora il quadro è nel mio salotto. Dopo essere stato strappato dalla parete di una casa che era stata abbandonata, ha girato per chissà dove, fino ad arrivare qui. E’ un oggetto dal valore modesto, immagino – anche se il Pirro ha esposto di qua e di là, non credo che lui sia diventato famoso. Ma l’importanza di una “cosa” è un punto di vista, un aspetto soggettivo. Il significato lo diamo sempre noi – e quel quadro appeso al muro del mio salotto, per significa molto.

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