Un 2021 di libri

Ho già detto che leggo molto meno di quanto vorrei? Lo ridico: leggo meno di quanto vorrei. Mi manca il tempo, il che significa che dedico il mio tempo ad altre cose più semplici, più facili – in poco più di un mese ho guardato 3 stagioni di The good doctor (Carly cento volte superiore a Lea, ma vabbè).
Vorrei infilarmi a letto attorno alle nove e mezza di sera e poi leggere per due ore; qualche volta lo faccio e poi non riesco a dormire, con le voci degli autori che continuano a rimbombare nella testa per ore. Comunque, anche se ho letto molto meno di quanto avrei voluto, qualcosa sono riuscito a leggere. Ma anche se siamo arrivati alla fine dell’anno, non ho voglia di fare l’elenco di tutti i libri che mi sono passati tra le mani (Art Garfunkel, quello di Simon & Garfunkel, ha un sito in cui registra, e sta tuttora registrando, tutti i libri che ha letto o che sta leggendo, divisi per mesi: lo sapevate?): voglio invece concentrarmi solo su alcuni ai quali mi sento legato da sentimenti importanti.

La famiglia degli altri, di Elena Rui, Garzanti

Ho conosciuto Elena Rui tramite la comune amica Giulia Belloni, che io considero il mio nume tutelare, il mio angelo custode letterario. Elena è brillante, tagliente, lucida, ironica, autoironica e talvolta piacevolmente sarcastica. Queste doti sono state riversate con talento in questo suo romanzo d’esordio: un libro estremamente intelligente e libero, dove alcune idee non convenzionali su amore e matrimonio (qui rappresentati come due aspetti quasi inconciliabili tra di loro) prendono forma attraverso relazioni complicata. Il rischio che corre un romanzo che parla di poliamore è quello di ammiccare, ma Elena è un’autrice naturalmente elegante e dotata di buon gusto – vale quello che diceva non so quale critico letterario a proposito di Hemingway: la Rui ha un potente shit detector che la tiene lontana dai luoghi comuni, dal politicamente corretto e dal politicamente scorretto, dalle banalità e dalle sciocchezze scritte solo per stupire.
Tutto questo, viene portato avanti attraverso una lingua ricca e allo stesso tempo asciutta (in altre parole: lessico ampio e varietà di costruzioni, ma niente barocchismi o manierismi), che dona brillantezza a ogni pagina.

Chi se non noi, di Germana Urbani, Nottetempo

Altro romanzo di esordio. Germana Urbani nasce nel sud del Veneto ed è saldamente ancorata al territorio in cui vive, alla sua geografia, al legame tra acqua, tramonti, dolori, nebbie, tradimenti, pesci siluro.
Non è facile essere credibili quando si parla di paesaggi – il XXI è un secolo urbanizzato, dove tutto avviene tra le vie delle città, nelle case, nello spazio chiuso degli appartamenti. La protagonista di questo romanzo incentrato sulle pene d’amore, invece, alza gli occhi e guarda fuori, trovando relazioni strettissime tra ciò che prova e ciò che vede attorno a sé, nella terra che l’ha cresciuta.
La lingua è immaginifica, vivida, carnosa, vibrante e lambisce il territorio della poesia, con una tentazione nascosta a procedere per endecasillabi; e questo periodare quasi lirico sostiene la “storia di tutte le storie” – una donna viene lasciata dal principe crudele – che qui viene rinnovata con la potenza di uno sguardo vero e profondo: Germana osa addentrarsi nell’oscurità.
Alla fine ho pianto, ed è stato bello

Chi se non noi - Germana Urbani - copertina

Fino all’inizio, di Alessandro Busi, Piedimosca

Fino all'inizio - Alessandro Busi - copertina

Ci sono persone che mi sembra di conoscere da sempre; poi faccio due calcoli e scopro che conosco Alessandro da meno di cinque anni, e mi sembra oggettivamente impossibile.
Goethe parlava di affinità elettive che però servono a poco se non sono accompagnate dalle altrettanto importanti divergenze elettive. Ad Alessandro sono unito da tanti spazi che sento comuni, e ancora più sono legato a lui da quei territori sconosciuti che lui esplora e che io guardo attraverso i suoi occhi: come accade in questo romanzo, ad esempio, un esordio importante che io vedo come la prima stella di una costellazione molto più ampia, e che, sospetto, Alessandro comporrà nei prossimi anni.
Fino all’inizio è un libro che – lo dice il mio amico Edoardo – poteva uscire con Einaudi Stile Libero. E’ uscito invece con la piccola Piedimosca e per come la vedo io questa è una bellissima notizia. Quando si nasce, servono cure amorevoli e un bel tepore nel quale prendere confidenza con il mondo.
Romanzo importante, sulla nostra contemporaneità, scritto con una lingua articolata, moderna, elettrica, portato avanti senza mai subire le lusinghe della semplificazione.

Ci sono, poi, altri libri che ho molto amato. Più di ogni altro, il sorprendente “Acari” di Gianpaolo Rugo, uscito questa primavera per l’indomabile Neo – è una raccolta di racconti che diventa romanzo pagina dopo pagina, una storia toccante di amicizie, amori, rimpianti e doloroso disincanto, piena di calore e partecipazione.
Poi, ho amato la folle genialità di Daniele Musto, con il suo “Wonderboy” uscito per Arkadiaa: ecco finalmente un italiano che scrive un romanzo serissimo sulla disperazione della solitudine e che allo stesso fa ridere a ogni pagina, a ogni riga. In questo libro c’è tanto di quel talento da far quasi paura.

Altri tre titoli: “Il dio che danza” di Paolo Pecere, Nottetempo, un saggio brillante su un viaggio durato vent’anni in cerca di chi tenta di avvicinarsi al trascendente attraverso la danza; “Schikaneder e il labirinto” della giovane Benedetta Galli, Del Vecchio, un romanzo d’esordio insolitamente maturo che ci parla della Vienna di fine Settecento, nel ricordo del grande Mozart; e “Fai ciao” di Flavio Ignelzi, Alessandro Polidoro Editore, storia di un essere umano piegato dalla solitudine esistenziale, tra oscurità, disperato desiderio di una qualche forma di “risarcimento” e amore (il più pericoloso e violento tra tutti i sentimenti, come purtroppo ognuno di noi sa bene).

Ancora due titoli: il bellissimo saggio “Metazoa” di Peter Godfrey Smith, Adelphi, che è il genere di libro che cerco io: quello che ti porta a cambiare il paradigma con il quale si guarda il mondo. Ora so meglio cos’è la vita, che guardo in una prospettiva meno antropocentrica (semplificando: gli animali sono lunghi buchi attorno ai quali è stato costruito tutto il resto), e, proprio in extremis, il giorno di Santo Stefano, “Tre anelli” di Daniel Mendelshon, Einaudi, che mi fa sperare che la morte prematura di Sebald non ci abbia privati di quella particolare voce, di quel particolare sguardo.

Ma ritorno ai primi tre titoli di questo post: “La famiglia degli altri” di Elena Rui, “Chi se non noi” di Germana Urbani, “Fino all’inizio” di Alessandro Busi. Questi romanzi d’esordio sono legati da un filo sottile – una comunanza di sentire, e uno spazio comune nel quale un gruppo di amici non smette mai di scrivere, leggere, confrontarsi. E da questo albero che coltiviamo con pazienza, e che proteggiamo dal clamore nefasto di un nulla sempre più pervasivo, nel 2022 cadranno altri frutti maturi, zuccherini e pieni di sugo.


Foto di copertina del sempre più amabile Christian Baldin 💘

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