La lettrice di Čechov, di Giulia Corsalini

Il 2022 inizia con la lettura di uno splendido e inaspettato romanzo.


Di recente ho preso la decisione di uscire dalla mia zona di confort letterario nella quale mi sono mosso negli ultimi anni, e di provare a cogliere al volo certe suggestioni. Il 26 dicembre, ad esempio, dietro il consiglio incrociato degli amici Alberto Trentin e Gianluigi Bodi, ho letto “Tre anelli” di Philip Mendelsohn, un piccolo gioiello in stile sebaldiano nel quale si intrecciano le storie e le opere di Omero, Proust, Auerbach e, appunto, Sebald: è probabile, direi quasi certo, che tra non molto leggerò qualcos’altro di suo (più probabile il libro sull’Odissea e sul viaggio con sua padre, meno probabile quello sui suoi antenati ebrei uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale – forse troppo doloroso per la mia attuale sensibilità).
Due o tre giorni fa, invece, ho deciso di accogliere una proposta di BookRepublic che proponeva La lettrice di Čechov, un romanzo di Giulia Corsalini edito da Nottetempo che forse avevo intravisto, del quale forse avevo sentito parlare, e che però non avevo mai messo a fuoco. Mi ha convinto una recensione di Laura Tarzi sul Tascabile, dove venivano riportati alcuni brani – è così che mi sono innamorato della voce.

Tre anelli. Una storia di esilio, narrazione e destino - Daniel Mendelsohn - copertina
“Tre anelli” di Philip Mendelsohn

Credo che ormai qualsiasi persona appassionata di libri non abbia più voglia di sentire parlare dell’annosa diatriba se sia sia più importante la trama o lo stile – un falso problema nel momento in cui siamo disposti ad ammettere che ogni storia richiede una voce specifica, e che ogni voce possa raccontare solo alcune storie. Per me, tuttavia, la voce significa molto di più che il timbro riconoscibile di uno scrittore, o il mezzo necessario e contingente del quale si deve servire per raccontare una storia: è invece, a mio parere, l’essenza stessa di qualsiasi racconto o romanzo; il motivo ultimo per il quale un libro ha senso di esistere: l’unico vero contributo che la mente di quell’autore (il suo particolare modo di vedere le relazioni) ha apportato alla nostra conoscenza del mondo.

Il romanzo La lettrice di Čechov ha una trama lineare e senza artifici. Diviso in due parti, racconta due periodi distinti di Nina, una donna ucraina, studiosa di letteratura russa, e voce narrante. che per amore della propria famiglia decide di venire in Italia a lavorare dapprima come badante, e poi, grazie all’interessamento di un professore, in qualità di docente in un’Università, con un contratto a tempo. Durante questo soggiorno, il marito muore e il rientro tardivo di Nina, dettato da un passaggio di informazioni errato, determina una frattura insanabile con la figlia. A distanza di anni, un inaspettato ritorno in Italia spinge Nina a riconsiderare alcuni aspetti della sua vita e a trovare così una forma di comprensione del proprio passato e delle relazioni con la figlia e il marito perduto.

Biografia di Anton Cechov

Dietro a questi eventi, c’è Cechov: la sua presenza è allo stesso tempo diegetica – Nina vorrebbe scrivere un saggio sull’influenza di Cechov nella narrativa italiana; il corso che tiene nell’Università di occupa di Cechov; parla dei suoi racconti con Lyzaveta, una giovane donna bisognosa del suo aiuto – ed extradiegetica, perché ogni singola riga echeggia, riverbera, risuona della sua voce.

Nina, la protagonista, riflette, a un certo punto, su quanto sia difficile riuscire a spiegare in cosa consista il particolare talento di Cechov, quali siano gli ingredienti che stanno alla base del suo modo di raccontare il mondo; ma nonostante l’ammissione di questa difficoltà, durante una lezione che deve improvvisare per sostituire il professore impegnato in altro riesce comunque a formulare una sorta di teoria, per quanto vaga: “Per il narratore italiano la scrittura di Cechov è più un’aspirazione che un modello […], in realtà, in ogni tendenza a una narrrazione non formale c’è spesso una base cechoviana; l’opera di Cechov predispone lo scrittore italiano verso un’arte libera da intenzionalità secondarie – sperimentazione formale, abbellimenti letterari o ammaestramenti di ogni tipo – un’arte, potremmo dire, con un termine forse tropo generico, autentica…”.
In un altro punto: “La stessa atmosfera e il ritmo dei racconti di Anton Cechov, che rileggevo con attenzione, mi procuravano rigurgiti di nostalgia, che non avevano quasi più nulla a che fare con i contenuti della narrazione, non volgendo ora il mio interesse verso un lontano passato perduto, ma verso un passato recente che tornava a farsi vivo: non erano le giornate ucraine della mia vita scomparsa, ora, a interessarmi, e tutto quello che Cechov riesce a dire circa l’infinita perdita umana e le aspettative deluse, la sua perfetta narrazione dell’inadempienza dei destini; ma quel gruzzolo di giorni italiani che in qualche modo potevo riprendere in mano, di cui quel ritmo narrativo aveva rappresentato una specie di colonna sonora.

Quello che intuisce Nina, e che l’autrice del romanzo, Giulia Corsalini, sa benissimo, è che quanto Cechov aveva capito del mondo, ciò che aveva visto della parte più intima e complicata dell’essere umano, erano espressi non tanto dalle trame, talvolta appena accennate, dei suoi racconti, ma dal modo con il quale queste storie procedevano.
Anni fa, da buon ingegnere, avevo provato ad analizzare la struttura di “Sul carro” (un racconto citato più volte nel romanzo) usando qualche strumento statistico – con il senno di poi, un piccolo orrore, ma se non altro sostenuto da buone intenzioni. La considerazione finale alla quale ero arrivato è che la peculiarità di Cechov risieda nella capacità di tracciare, con precisione millimetrica, le oscillazioni umane; e che questo risultato viene ottenuto (anche, e solo in minima parte) tramite un uso sapiente delle congiunzioni avversative.
So bene che questa riduzione è per certi versi spaventosamente ridicola (sono pur sempre un ingegnere che cerca di capire come funzionano le storie); tuttavia, mentre leggevo questo splendido romanzo di Giulia Corsalini, era proprio il particolare ritmo della sua voce a scatenare in me quei rigurgiti di nostalgia che Nina provava leggendo Cechov. Nella storia di questa donna ferita dalla vita, non c’è quasi nulla di me; ma il modo con il quale la sua voce mette in scena l’incessante alternarsi di felicità minute e sofferenze private, la mancata corrispondenza tra le attese e il loro compimento, le approssimazioni successive con le quali ogni essere umano procede nel tentativo di comprendere quale sia significato della propria esistenza, parla esattamente di me.
Lo fa la punteggiatura, che conferisce un particolare respiro a ogni pagina; lo fa la precisione e la ricchezza di ogni singolo aggettivo (in che momento abbiamo iniziato a credere che gli aggettivi siano un intralcio all’avanzare di una storia?); e lo fanno, come ne Sul carro di Cechov, le congiunzione avversative che ci ricordano che la realtà (quella parola che, diceva Nabokov con la sua consueta superbia, può essere scritta solo tra virgolette) è intrinsecamente complessa e irriducibile a qualsiasi semplificazione.

Eppure nei primi tempi della sua malattia c’era stato un riavvicinamento…
..si stava incurvando; tuttavia la prestanza del suo corpo lasciava ancora sperare…
Eppure per Kàtija non rinuncio a sperare che il destino faccia un’eccezione…
…fu un anno molto difficile per me e per mia figlia, durante il quale, tuttavia, sono stata anche felice…
eppure i due mondi si allontanano; questo ampio piazzale di terra battuta, dove sono parcheggiate poche auto…
tuttavia il lavoro del piccolo supermercato mi lasciava del tempo libero.

Alla fine della libro, ho pianto – due o tre pagine prima dell’epilogo, quando Nina ricorda i viaggi che facevano lei, il marito e la figlia ancora piccola verso il cimitero dove erano sepolti i nonni. E’ stato un pianto bello, caldo, umano. La Corsalini condivide con Cechov una sensibilità acutissima e una propensione naturale verso la verità. Non credo che Cechov sia per lei un modello da imitare: penso, piuttosto, che l’autrice abbia riconosciuto una consonanza intima con questo autore – un modo di intendere non solo la scrittura, ma anche il mondo, le relazioni, la natura umana

La comprensione della vita passa necessariamente per l’accettazione che questa non potrà mai essere davvero compresa; ma esistono momenti in cui questa impossibilità non ci impedisce di provare una profonda empatia verso chi ci sta vicino, e allora qualcosa di quel senso impenetrabile ci diventa chiaro. Giulia Corsalini ci presta la sua voce, questo paio di occhiali speciali, per tutta la durata del romanzo; ed è attraverso questa voce che per un attimo possiamo sperare di capire.

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