Il mondo dei sogni

Tra le poche regole pratiche che tengo presenti quando scrivo, e la cui bontà mi viene confermata ogni volta che leggo, c’è una massima di Henry James che diceva: “Tell a dream, lose a reader”. Il patto tra autore e lettore si basa sulla sospensione dell’incredulità di quest’ultimo; ma forse chiedere al lettore di credere al sogno immaginario di un personaggio immaginario è un po’ troppo. E in effetti quando mi capita di incappare in un sogno, perfino nei grandi sogni di un grande talento come Sebald, che in “Vertigini” va avanti per qualche pagina, tendo a scorrere con lo sguardo verso la fine della pagina, sperando che quel supplizio finisca il prima possibile; mi è successo qualcosa di simile leggendo “Doppio sogno” (il titolo avrebbe dovuto mettermi sull’avviso), libro che ho letto con grande piacere mentre viaggiavo da Cagliari a Padova: quando la moglie Albertine racconta a Fridolin (nome buffo per chi, come me, ha avuto la fortuna di mangiare del pesce da “el fritolin” sul lungomare di Trieste) il sogno che ha appena fatto, un delirio tanto lungo quanto dettagliato, ho passato il tempo a domandarmi quanto sarebbe andato avanti con quell’elenco interminabile di… di scemenze che, nelle intenzioni dell’autore, avrebbero dovuto essere piene di senso, ma che avevano un’aria così posticcia, così facilmente modellata, da risultare del tutto irrilevanti per la storia, così del tutto non necessarie – e credo sia questo il peccato originale dei sogni nei romanzi o nei racconti: i personaggi si muovono in una scacchiera rigidissima di vincoli imposti dalla realtà, e il nostro interesse di lettori, il nostro piacere più profondo, sta proprio nel vedere come l’autore riuscirà ad arriverà a uno scacco matto, nonostante quelle precise condizioni – come riusciranno a sposarsi, Renzo e Lucia, in un mondo in cui tutto sembra remare contro? Nei sogni, invece, i pedoni volano, i cavalli nitriscono e gli alfieri si trasformano in vescovi con le gambe.

Nabokov, a differenza di Schnitzler, disprezzava Freud (che non conosceva Nabokov ma che ammirava Schnitzler), e lo disprezzava perché, forse, ne temeva il giudizio. Qua e là sosteneva che, se qualcuno trovava utile applicare vecchi miti greci alle proprie parti intime, be’, era liberissimo di farlo, purché non si cercasse di convincerlo a fare altrettanto. In una delle interviste contenute in “Intransigenze”, o forse in uno di quei capitoli didattici di “Ada o Ardore” dove tenta di smontare perfino la relatività di Einstein e in particolare il corollario (o è il punto di partenza?) per il quale in questo universo non è possibile superare la velocità della luce (lui immagina un gigante con le mani ai lati opposti dell’Universo, e si domanda: com’è possibile che i due estremi non esistano contemporaneamente?), formula una sua teoria, alquanto riduttiva, circa sogni, dimostrando (si fa pe dire) che la loro assurdità – morti che parlano, tempi che si dilatano, luoghi che non esistono – è la prova del fatto che non significano nulla: sono pensieri confusi di una persona che non si trova nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, dove eventi del giorno prima si mescolano a ricordi richiamati da altri fatti insignificanti in modo del tutto casuale. Riteneva che cercare un simbolismo così rigido come quello proposto da Freud fosse una semplificazione ridicola della complessità della mente, un tentativo di ridurre a pochi, grossolani meccanismi la vita interiore di un essere umano, della quale lui, per inciso, aveva un’altissima opinione.

Fino a qualche anno fa, tendevo a organizzare in teorie abbastanza articolate, e talvolta naif, la maggior parte delle cose che mi circondavano – un’aspirazione alla sistematica che ha trovato particolare soddisfazione durante il periodo universitario, quando il mio indirizzo di studi si occupava proprio di “teoria dei sistemi” e di modellazione matematica di fenomeni fisici, economici, sociali – la mia tesi di laurea (relatore: prof. Luigi Mariani, che insegnava Controlli automatici 2) esplorava le applicazioni economiche della “teoria dei giochi”, una branca della matematica fondata da quel genio di John Von Neumann, e da uno dei suoi tanti bracci destri, Oskar Morgenstern, economista austriaco.
Con il tempo, però, ho iniziato ad avere un approccio più sentimentale alla vita, un modo di vedere le cose che non nega gli aspetti trascendenti della nostra esistenza. Sono convinto (e non per scaramanzia o cieca fiducia) che la scienza abbia raggiunto risultati incredibili in tantissimi settori; ma credo che ci siano molti aspetti delle nostre vite che vadano affrontati con strumenti completamente diversi. Freud è suggestivo, e molte sue intuizioni sono incredibilmente profonde; e anche Nabokov, a modo suo, ha ragione – in fondo è uno scrittore, non uno scienziato, e i suoi obiettivi sono legati all’arte e ai suoi fondamenti, per così dire, metafisici. Ma io sono, prima di tutto, un essere umano che vive l’inspiegabile esperienza di vivere, e questo è il centro del mio interesse. Ho rinunciato da tempo a credere che esista una formula capace di spiegare tutto. Ho rinunciato anche all’idea che la vita abbia un significato che possa essere espresso, o pensato, nella sua interezza attraverso le parole. Però so qualcosa. Ad esempio, ho capito che spesso accadono delle cose inaspettate, capaci di imprimere variazioni profondissime agli eventi successivi, e che queste cose inaspettate hanno conseguenze superiori alla maggior parte delle nostre intenzioni, e che pertanto vanno accompagnate nel dispiegamento dei loro effetti. Poi, con il trascorrere degli anni, ho imparato che il passato esiste veramente e che è possibile accedervi attraverso il ricordo; e poiché ricordare è un’attività umana che coinvolge tutti i nostri sensi, sentimenti, desideri, aspirazioni e inclinazioni, è inevitabile (e salvifico) che il passato venga rielaborato, modificato, mistificato, trasfigurato; e questa trasformazione, tuttavia, fa parte anch’essa della realtà: tutto ciò che ricordo esiste, ed esiste nel preciso modo con il quale lo ricordo.

Allo stesso modo, mi sono convinto che i sogni non siano il prodotto di scarto della vita che conduco durante il giorno. E’ vero, spesso sono influenzati da ciò che succede, in modo francamente fastidioso – come diceva Bellow ne “Il dono di Humboldt”, in un brano che non mi stanco di propinare ad amici e conoscenti, “oggigiorno, le nostre occupazioni son così basse, le nostre preoccupazioni così vili, il linguaggio si è tanto abbruttito, le parole son ormai così trite, fallaci, noi diciamo tante cose banali, cretine, che [nei sogni pronunciamo] solo dei balbettii, dei grugniti, degli slogan pubblicitari: cose a livello dei detersivi. [….] Nel sonno non si sentono altro che sibili e scricchiolii e sciacquii, fragore di macchine, ronzio di condizionatori d’aria“.
E’ per il frastuono quotidiano in cui sono immerso che tante volte, di notte, mi trovo a discutere con il mio capo o con i clienti di cose che contano solo in quel gioco di società nel quale impiego la maggior parte del mio tempo; i miei pensieri, in questi sogni lavorativi, sono gestiti attraverso dei processori, e vengono classificati in tabelle di Oracle, raggruppati per colonne dentro a un Excel, in un crescendo di scadenze angosciose e confusi conflitti. Ma quando la giornata va bene – quando sono in ferie, ad esempio, e ho trascorso le mie ore leggendo o semplicemente vivendo, oppure quando sono riuscito a mantenere una sufficiente distanza tra il tumulto e la parte più intima, morbida e preziosa di me stesso – allora di notte succedono cose piuttosto interessanti e del tutto inaspettate. Esiste una logica interna al processo del sognare che sta a quella che governa il mondo terreno, come la geometria ellittica sta a quella euclidea: nessuna delle due può dirsi più “giusta” dell’altra. Una volta che si è accettato di rinunciare alla stretta consequenzialità degli eventi, alla netta separazione tra le identità personali, compresa la nostra, allo scorrere unidirezionale del tempo, alla linearità dello spazio, allora i sogni diventano esperienze reali tanto quanto quelle che ci accadono quando siamo svegli; e poiché non riguardano fatti contingenti e transeunti, come potrebbero essere una mail o una bistecca bruciacchiata, ma hanno a che fare con la nostra anima (l’unica cosa che ci portiamo sempre dietro), possiedono una rilevanza decisamente maggiore nell’economia della nostra esistenza.
Ora chiedo alla regola di Henry James di fare, per me, una piccola eccezione: qualche notte fa ho sognato di andare a un concerto di David Bowie con un’ex-collega e sebbene sotto sotto sapessi che David Bowie era morto, non era importante per ciò che stava accadendo – e anzi: il fatto che fosse ancora vivo, e contemporaneamente fosse morto da un pezzo, era l’elemento rilevante di quella storia, l’aspetto che la rendeva interessante, il motivo per cui stava accadendo. Meno di mese fa, la mia identità continuava a sovrapporsi a quella di Napoleone durante una guerra nei primi anni dell’Ottocento – un’esperienza così vivida e interessante da non poter essere considerata meno vera del viaggio in pullman che faccio da Rubano a Padova, fissando la strada buia che si srotola davanti a me. Ieri notte, per fare un ultimo esempio, sono tornato in un luogo dove non andavo da anni: era cambiato tutto, ma ero curioso di vedere cosa c’era di nuovo; e mentre giravo per quelle stanze del mio passato, opportunamente trasformate dal tempo trascorso, mi sono trovato iscritto al quarto anno di ingegneria, al primo semestre, con due esami che avevano tutta l’aria di essere due progetti che sto seguendo in questi mesi, nel mio lavoro.

E questo continuo sovrapporsi di realtà e fantasia, di ricordi e fatti dei giorni in cui vivo, questa docilità che ho appreso nell’accogliere la vita per quello che è – i suoi misteriosi movimenti, gli scarti inaspettati, gli anelli e i parallelismi, i ritorni, i riverberi e le dissonanze – sono il mio modo di stare al mondo; che, a ben guardare, è quello di uno che pensa che tutto possa essere raccontato.

(Foto di copertina del tanto alto quanto generoso Christian Baldin <3)

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