La nascita di Eva

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Tra il 1992 e il 1993, quando i corsi di ingegneria avevano raggiunto la loro massima espansione in termini di occupazione della mia vita mentale, ero riuscito a erigere un’ultima barriera attorno a ciò che ancora rimaneva di “me” – un nucleo di emozioni, sentimenti e ricordi che alimentavo attraverso la lettura di poesia.
Andare alla Feltrinelli in centro, dirigersi verso la sezione della poesia, sfogliare i libri in cerca di qualcosa, era diventato un atto di salvezza. Temevo, infatti, in quei mesi, che a forza di rimuovere dalla mia vita la dimensione della parola, che tanto peso aveva avuto nella mia vita fio ai 19 anni, avrebbe finito per inaridirmi, in modo irreversibile, irreparabile. La mia ragazza di allora mi diceva, molto pragmaticamente, che avrei fatto meglio ad arrendermi; io, invece, con le lacrime agli occhi, dicevo che avrei fatto di tutto per resistere. (Sull’onda di quelle letture, tra l’altro, scrissi anch’io qualcosa, ma persi tutto in un crash del disco rigido. Le avevo pure stampate, quelle mie poesie, ma persi i fogli in non so quale momento della mia vita. Più di qualche volta ho sospettato di aver contribuito quasi volontariamente alla cancellazione di quelle tracce delle quali, per alcuni momenti, ero stato particolarmente fiero).
Con il mio spirito teoretico di allora, sviluppai una mia idea di cosa fosse la poesia, anche in relazione a ciò che stavo studiando. Trovavo, ad esempio, una corrispondenza abbastanza evidente tra la forma delle parole che leggevo, di quei versi, e i concetti di “Calcolatori elettronici”, un esame in cui si studiava il “linguaggio macchina”, quell’insieme di istruzioni che consentono a un essere umano di dialogare, a un livello elementare e diretto, senza filtri, con il processore del computer; ritenevo che la forza della poesia consistesse appunto nella sua capacità di comunicare in un modo molto più diretto con gli strati più profondi e meno consapevoli della nostra mente, o del nostro cuore, attraverso un canale che non era mediato dall’interpretazione, abbattendo barriere altrimenti invalicabili. La naturale tendenza a creare “stereotipi”, cioè formule standard per esprimere qualcosa, veniva scavalcata da una nuova lingua, da una nuova grammatica, che il poeta inventava.

Uno dei libri che ho amato di più, di quegli anni poetici, fu “Nel progetto di un freddo perenne” di Cosimo Ortesta. Era una raccolta compatta, coerente, potentissima. Mentre la leggevo, mi rendevo conto che, pur non capendo nulla, stavo capendo tutto. La mia parte razionale era stata estromessa: il tentativo di ricondurre quelle parole a pensieri che già conoscevo era stato sostituito da una comprensione profonda e, per certi versi, fuori dal mio controllo. Questo libro, come si dice con un cliché, mi è rimasto dentro.

Ieri è uscito un mio nuovo romanzo, per Kobo Originals. Il punto di partenza, la scintilla che ha messo in moto la scrittura di “Eva”, è stata una poesia di quella raccolta, qualcosa che non sono mai riuscito a dimenticare. Ho riportato quei versi nell’esergo del libro, anche se posso immaginare che siano poco comprensibili, estrapolati dal contesto in cui sono nati. Ci tenevo che fossero là, all’inizio, il segno di un seme.
C’è poi almeno un altro libro che mi ha spinto a immaginare, e poi a scrivere, questo libro, ma ne parlo nel prossimo post. 🙂

i suoi vicini di parete
sono l’uomo e il rinoceronte:
la testa è priva di lineamenti
ma il ventre
si affaccia a proteggere

(Cosimo Ortesta)

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Molto interessante. Uni e zeri che comunicano all’inconscio o all’irrazionale che c’è in noi (da difendere, giustamente). Un apparente paradosso e un invito alla lettura molto stimolante.

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