Balena bianca, di Andrea Siviero

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Tra le persone che stimo di più – come essere umano, come intellettuale, come lettore, come autore – c’è Andrea Siviero, torinese trapiantato a Rovigo, un tempo farmacista, ora specialista in comunicazione aziendale (non so se lui darebbe questo nome al suo lavoro: ci provo), appassionato conoscitore della letteratura italiana, di quella sudamericana, e della letteratura in generale, sospetto. Ha letto moltissimo e ricorda tutto. Parlare con lui è come immergersi in una biblioteca.
Ed è un autore pregiato – colto, raffinato, attento, millimetrico, raro, consapevole. Se fossi un editore, andrei da lui a chiedergli di darmi qualcosa da pubblicare e poi, già che ci sono, gli chiederei di dirigere una collana tutta sua – so che troverebbe delle vere pepite. Per il momento, mi devo accontentare di postare qui un suo racconto, ma segnatevi il nome – è un frutto pronto a essere raccolto. Buona lettura!

[La foto che accompagna il racconto è del mirabile Christian Baldin, che ormai da tempo è la colonna estetica di questo blog – praticamente tutte le foto che compaiono qui, e una buona parte delle immagini di copertina, sono sue. E’ il direttore artistico, del quale ho piena e incondizionata fiducia. Per questo racconto, per la prima volta ha scelto una foto dove compare il viso di un essere umano – di Greta che si affaccia dal ponte di una nave immaginaria. Un ringraziamento a Christian e un altro a questa ragazza che ci sorride]

Balena bianca
di Andrea Siviero

Anche se in molti dei suoi aspetti questo mondo visibile sembra
formato nell’amore, le sfere invisibili furono formate nella paura.
Herman Melville, Moby Dick

«Ci sono cose di cui è meglio non parlare, quando si è in mare», dice il ragazzo. Poi fa un gesto con la mano aperta, come una carezza all’orizzonte.
La ragazza guarda la mano del ragazzo. «Per esempio?».
«Te le dirò quando saremo a Chania».
«Non sono superstiziosa».
Allora il ragazzo si avvicina all’orecchio della ragazza e sussurra qualcosa.
Ora vado alla balaustra e mi metto a guardarti. Mi metto a guardarti finché non senti i miei occhi su di te. Finché non chiudi il libro e mi guardi anche tu. E quando mi guarderai mi volterò verso il mare. A te rimarrà la mia schiena bianca. Una macchia bianca nel blu.
«Nuvole all’orizzonte?». La ragazza ride con la testa piegata da un lato, come se lui le avesse fatto il solletico alla base del collo.
Il ragazzo sorride, mette un dito sulle labbra della ragazza e dice: «Ssst! Non ripeterlo! Porta sfortuna!».
Chissà se ricordi com’è fatta la mia schiena. Da quant’è che non esplori la sua geografia? Mi accarezzavi con le dita tra le scapole e dicevi «ecco che passo tra i faraglioni». Poi scendevi lungo «la dorsale oceanica della colonna vertebrale» fino a raggiungere «i maelstrom degli occhi di Venere».
«Dimmene un’altra».
Il ragazzo si avvicina all’orecchio della ragazza, questa volta con un movimento più ampio e le sfiora il lobo con le labbra.
A volte penso a come sarebbe andata se avessimo avuto dei figli. A volte immagino vacanze al mare o in montagna con i nostri bambini (immagino sempre due maschi che assomigliano solo a te e per niente a me). E poi immagino che al posto del nostro grande appartamento in centro ci sia un bilocale in periferia. Immagino un’auto pagata a rate, abiti comprati soltanto con i saldi, cene in pizzeria. Lo so, se ti parlassi di queste cose diresti che sono sciocchezze. Che la scelta l’abbiamo fatta insieme.
La ragazza ascolta quello che le sussurra all’orecchio il ragazzo, poi emette un fischio breve, poi un altro, sembra un cinguettio.
«Ma che fai?», dice il ragazzo, e mette una mano sulla bocca della ragazza.
Lei gira la testa e continua a fischiettare.
«Smettila, dai! Porta una sfortuna nera!».
È vero: per molto tempo abbiamo detto di non voler figli. Poi abbiamo cominciato a dire di non averli mai voluti. Che con i figli non ci saremmo potuti permettere tutto quello che abbiamo avuto. I viaggi, per esempio. Tutti i viaggi che abbiamo fatto. Con i figli ne avremmo fatti pochi. I figli ci avrebbero limitati. Così ci siamo detti.
«Va bene, la smetto», dice la ragazza, «Ma solo se me ne dici una vera, non queste sciocchezze».
«Ma sono tutte vere! Io sono stato in marina, se non le so io queste cose…».
Ma da quando non posso più avere figli il pensiero affiora ogni giorno con tutta la sua terrificante chiarezza: cosa rimarrà di noi, considerando tutto ciò che è già svanito?
«Allora dimmi una cosa che ti spaventa davvero».
«Non ho paura di nulla… perché ridi?».
Per esempio ricordi quanto ridevo? Ridevo perché eri una canaglia. Dio quante ne inventavi! E ricordi come ti tenevo testa? Dove sono finite quelle persone?
«Questa è davvero una cazzata».
«Davvero non ho paura di nulla».
«Impossibile. Neppure di morire?».
Per sopportare la tua risposta dovrei essere ubriaca. E invece con due Bellini sono appena brilla. Dovrei andare al bar a ordinarne altri cinque o sei. Li berrei uno dopo l’altro e poi tornerei alla balaustra.
«No, quello mi scoccia. Almeno finché sono giovane».
«Una cosa del genere l’ho già sentita in un film».
«È una coincidenza. Non guardo molti film».
«Scommetto che preferisci i libri…».
«Sono più pratici. Poi in marina, tutto quel tempo in alto mare, tutti quei tempi morti a fine giornata, l’unica cosa che potevo fare dopo il lavoro era leggere».
«Di nuovo questa storia della marina».
«Sono davvero stato in marina».
Ho capito fin da subito che mentivi. Solo i bugiardi riconoscono i bugiardi.
«Dimostramelo. Come si chiamava la nave? Fammi vedere una tua foto vestito da marinaio».
«Ah, non ne ho qui con me. Ti devi fidare. Ti fidi?».
Non mi fidavo delle persone. Invece tu ti fidavi di chiunque. Quando ci siamo conosciuti mi hai lasciato il tuo zaino, la macchina fotografica e il borsone. Mi hai detto: «Mi tieni d’occhio questa roba? Non posso portarmela tutta in bagno».
«No».
«Io mi sono fidato di te».
Non avevi alcun motivo per fidarti proprio di me, eppure mi affidasti i tuoi bagagli. Più tardi scoprii che nello zaino conservavi una busta con i documenti e tutti i soldi che ti eri portato dietro per la vacanza. Pensai che eri pazzo.
«Mi fiderò solo se la smetterai di prendermi in giro».
Il ragazzo guarda l’indaco del mare e sorride. Poi si avvicina di nuovo alla ragazza e le sussurra qualcosa all’orecchio.
«Sapevo che con questa zavorra non saresti riuscita a fuggire».
«Fuggire? E come? Tuffandomi in mare?».


Andrea Siviero è nato a Moncalieri (To) nel 1986. Vive a Rovigo. Nella vita fa il Creative copywriter. Quando si dedica alla narrativa insegue il gioco del rovescio e gli anelli di Möbius. Progressivamente leopardiano, soffre della malattia dell’infinito. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Inutile, ChronicaLibri, Italian-directory, Fillide e Fragmint. Il racconto Qualcosa di circolare è stato pubblicato nell’antologia Illusioni. Ovvero, Tredici Modi Di Raccontare Quadri (D Editore). Fa parte della redazione della rivista letteraria Tre Racconti e collabora con il magazine online Racconta un libraio. Su Grafemi è stato pubblicato anche il racconto Quello che vedi tu.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. chiarastival ha detto:

    Una danza, forse quella delle sirene. Complimenti Andrea

    Piace a 2 people

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