Giorno dopo giorno

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Si diventa grandi, si capisce di esserlo diventanti, anche con un film. Una mattina di novembre del1986, dopo una notte di sogni agitati (a hard day’s night, figlia di una giornata dolorosa e per certi versi umiliante), mi sono messo a guardare per la terza o quarta volta “The wall”, di Alan Parker, o dei Pink Floyd, o dell’illustratore – si sa che ognuno aveva un’idea diversa di quello che sarebbe dovuto venire fuori. Avevo poco più di 16 anni ma l’amore – la sua pialla poderosa – mi aveva già levigato il cuore. Così, mentre tutti dormivano, io mi ero messo in salotto con una coperta, seduto per terra, sul tappeto, e ho ruguardato la storia di Pink che precipita nel suo personale abisso, fatto di professori castranti, mogli divoratrici, padri morti in guerra; e sebbene la mia vita non avesse praticamente niente in comune con quella della rockstar depressa, sentivo, come spesso succede a quell’età, che parlava di me.

In particolare, c’era una scena che per me era ipnotica… Pink, sfatto, torna a casa con una ragazza che ha conosciuto in giro, si siede davanti al televisore e inizia a guardare vecchi film di guerra. Lei, carina e perplessa, gira per la casa in cerca di acqua; poi, mentre lui continua a essere prigioniero del suo mondo, compie un gesto dolcissimo: gli bacia, e gli lecca, le dita della mano, una a una. Sotto, intanto, la voce sommessa di Roger Waters canta Giorno dopo giorno l’amore diventa grigio come la pelle di un moribondo… e notte dopo notte, fingiamo che vada tutto bene, ma io sto diventando sempre più vecchio, e tu sempre più fredda, e niente è più divertente oramai…

Poco dopo, lui impazzisce: rincorre lei per la casa cercando di picchiarla, sfasciando tutto ciò che trova. Infine, lancia il televisore in strada, ferendosi una mano. Ecco, questa parte non l’ho mai sentita mia: io risuonavo con la tristezza senza fine dello sguardo di Bob Geldof.

Ci sono giorni, adesso, in cui mi accorgo che quella mattina, quella scena, le parole di quella canzone, erano qualcosa che non stava succedendo solo allora. In quegli anni mi muovevo come un rabdomante, cercando me – provavo a formare la mia idea sul mondo: sull’amore, sulle relazioni, sulla possibilità concreta di raggiungere la felicità, sotto quali condizioni, a costo di quali compromessi. Non sapevo ancora chi ero, e ricordo bene tutti i goffi tentativi per capirlo; ma poi, talvolta, emergeva qualcosa di diverso: la bacchetta che tenevo tra le mani mi avvertiva che avevo trovato l’acqua.
Quella mattina, con la coperta sulle spalle e il cuore dilaniato, guardavo lo schermo e mi riconoscevo – una forma potenziata di me, delle tristezza che ogni tanto mi colpisce, e quasi sempre per gli stessi motivi, del mio desiderio di chiudermi in me stesso e della mia incapacità di farlo veramente. Avevo riconosciuto qualcosa che poteva ferirmi in modo straziante. Ecco la mia fragilità costitutiva, mi dicevo, ecco il mio punto debole; sapevo di essere sensibile, di esserlo sempre stato, ma ancora non sapevo quanto la mia pelle troppo sottile mi avrebbe fatto male.

Assieme al dolore, imparai anche la risposta che avrei dato – un dolore ancora più grande, se possibile: sorridere, sorridere sempre; essere quello ottimista, quello che trascina, quello che abbraccia e dà coraggio, quello che capisce le ragioni degli altri e le fa proprie (ma come cantava Morrisey: if you are so funny, then why are you on your own tonight?); essere quello che continua a dire che va tutto bene, anche quando giorno dopo giorno l’amore diventa grigio e niente è più divertente ormai.

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