I multipli del tredici

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Da sempre sono affascinato dai numeri, dalla loro scomposizione, dalle relazioni che li legano. Leggo le targhe per trovare qualche segreto. Ieri ho compiuto 52 anni. E’ un multiplo di 13 – dispiace solo che l’altro fattore non sia un numero primo, come invece era accaduto con tutti i suoi multipli precedenti, e come succederà al prossimo.

1983 – lo sguardo strano

La prima volta che ho compiuto un multiplo di 13 ero a Copenaghen, al primo piano di una casetta nel quartiere di Hellerup, al numero 15 di Ahlmanns Alle, in quella che considero ancora una delle estati più belle della mia vita, un mese pieno di sole e di letture portate avanti a velocità folli, per un sacco di ore al giorno: “Delitto e castigo”, “Lo straniero”, tutti i romanzi e tutti i racconti di Kafka, tantissimi racconti americani, libri di fantascienza… Iniziai a scrivere un romanzo il cui personaggio principale, la voce narrante, era una scimmia di nome Bertha, che viveva nello zoo di Copenaghen.

Il giorno del mio compleanno, a pranzo, durante i festeggiamenti, avevo rischiato di soffocarmi bevendo un goccio di birra (allora si usava bere un goccio di birra anche se si era minorenni). Il ricordo è così nitido che potrei dire anche qual era la battuta che mi aveva fatto ridere – causa del soffocamento. C’è una foto scattata pochi minuti prima del momento che, potenzialmente, avrebbe potuto essere il mio ultimo istante passato su questa terra, ed è strano guardare quella versione di me quando avevo un quarto dei miei, è strano perché mi riconosco meno di quanto sarei tentato di pensare. Nel ricordo di me tredicenne, io sono spavaldo, brillante e un po’ saputello; ma nel mio viso di allora vedo un timore trattenuto, quasi una paura – quel labbro morsicato, quegli occhi – e una timidezza che non ho più (ma che, in effetti, avrebbe segnato tutta la mia adolescenza). I capelli me li tagliava mia mamma, e si vede. Avevo tutta la vita davanti ma non è che ci pensassi tanto, a questa cosa, a quei tempi. Allora i giorni avevano un peso specifico enorme: ora che ci penso, non riesco a credere che a Copenaghen fossimo rimasti solo 30 giorni. Successero un miliardo di cose, e tutte clamorosamente belle: le spiagge, gli hotdog con le cipolline, il castello di Amleto, i canali, il viaggio di due giorni, la metropolitana, i giri in autobus. I ricordi di quel mese mi sembrano sufficienti per riempire una vita intera.

1996 – il vaccino

Quando avevo la metà dei miei anni di oggi, quindi nel secondo multiplo di 13, ero a Taranto, nella caserma dove avevo iniziato a fare il militare giusto quattro giorni prima. Che postaccio… Mi infastidiscono le persone che si lamentano del cibo – trovo che sia volgare parlarne – ma la mensa di Taranto era davvero terribile, al limite della legalità. Non si faceva nulla che fosse utile a qualcuno: si marciava (poco, a dire il vero), una volta abbiamo sparato al mare, si faceva finta di fare sempre qualcosa – ma nessuno lavorava sul serio.
Nel tardo pomeriggio del giorno del mio compleanno, un venerdì, ero stato chiamato in infermeria a fare la super dose di vaccini, per la quale non veniva chiesto alcun tipo di consenso; il medico mi aveva chiesto se ero felice (c’era il terrore, del tutto giustificato, dei suicidi tra i militari di leva) e anche se mi trovavo a 800 chilometri da casa, in un posto senza senso, quel giorno ero contento: avevo finito gli esami da una decina di giorni, e avevo già iniziato a scrivere la tesi di laurea (prima di partire mi avevano regalato un bel libricino sulla Teoria dei Giochi, sulla quale mi sarei concentrato per qualche mese). Vedevo il traguardo vicino. E anche allora, va detto, leggevo tantissimo – cose meno nobili e più semplici di quelle che avevo affrontato 13 anni prima (che allora era la metà della mia vita), nell’estate passata a Copenaghen, ma leggevo molto, ogni volta che potevo, con grande passione. Come succede quasi ogni 12 luglio, c’era un bellissimo sole.

2009 la forza

A 39 anni, avevo due bambini piccoli, due stroppoli di 5 e 3 anni, e, retrospettivamente, tantissima forza – mi sentivo in forma, a mio agio con il mio corpo.
Avevo iniziato a scrivere da poco, da poco più di tre anni, ma scrivevo tantissimo e tutto quello che leggevo entrava in risonanza con me, in un modo travolgente. Lucidità: ecco cosa mi manca di quel periodo. Sentivo che la mia mente stava cambiando, che si stava trasformando, e che tutto, dentro la mia testa, girava a una velocità altissima, con una chiarezza impressionante.
La sera del mio trentanovesimo compleanno, a tre quarti della mia vita di oggi, sono andato con Dunja a mangiare in un ristorante lungo il mare, a Santa Croce. C’era il sole che tramontava, il mare tutto rosso e altre cose belle. Non ricordo il regalo che avevo ricevuto: ricordo solo che mi era piaciuto molto.

2022 – il presente

Ieri, quando ho compiuto 52 anni, mio attuale record di anni vissuti, ho dovuto fare la visita aziendale, poco prima di pranzo. Risultato? Sono meno orbo di quanto pensavo, anche se ho un problema (a me già noto) con la visione stereoscopica, la pressione va bene, i polmoni sono a posto. Posso lavorare – abile e arruolato! – ma la dottoressa mi ha consigliato di fare una visita cardiologica per il semplice motivo che ho “una certa età”.
Sono tornato a casa a pranzo, immerso in un caldo rassicurante ma nel pomeriggio, mentre ero impegnato in non so quante riunioni, alcune addirittura in parallelo, ho visto il mio gatto nero morire, in salotto, un minuto alla volta. Ero a casa da solo, e ho pianto, con dei singhiozzi silenziosi che non finivano mai. Mi pareva che la morte fosse qualcosa di troppo grande per il mio gattino, qualcosa che non avrebbe mai dovuto capitargli. Era buono, Kitten, particolare, dolce a modo suo – aveva passato i primi mesi della sua vita con un cagnolino e doveva aver preso qualcosa da lui.
Finito il lavoro, l’ho portato da Argo per la cremazione: la signora che ci ha accolto era gentilissima e come gli sloveni, usava un sacco di diminutivi: il gattino, la firmetta, un ciuffetto di peli, l’urnetta per le cenerine; Martina piangeva inconsolabile e Jurij ha assunto, per la prima volta, il ruolo di capofamiglia – ho lasciato che fosse lui a parlare, a decidere. Abbiamo lasciato Kitten vicino al forno crematorio e quando gli ho dato un bacio, prima di lasciarlo, sembrava ancora lui.

La sera abbiamo cenato con amici e con la famiglia di mio fratello. Strano compleanno, questo quarto multiplo di 13. Doloroso, ma con qualcosa di dolce dentro – amare può fare male, ma è l’unico modo che abbiamo per vivere veramente.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Brezza d'essenza ha detto:

    Corposa pagina di diario in cui sembra che nulla sia stato lasciato al caso.

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  2. Notturno Diurno ha detto:

    1986 …forse 🙂

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