I confini immaginari

Alla fine degli anni cinquanta uno psichiatra di Ypsilanti, negli Stati Uniti, costrinse tre pazienti che dichiaravano di essere Gesù Cristo a vivere insieme per qualche mese, convinto che avrebbero preso consapevolezza della propria follia vedendo quella, identica, degli altri. Ovviamente l’esperimento fallì: sarebbe stato come immaginare che, chiudendo in una stanza tre patrioti di tre differenti nazionalità, alla fine uno di loro smettesse di credere che la propria nazione sia migliore delle altre due.

Si dice spesso che la gente ha bisogno di credere in qualcosa. In effetti, basta far nascere un tizio in un qualsiasi angolo del mondo e questi, nel giro di poco tempo, crederà davvero che la nazione in cui è nato sia la migliore in cui potesse capitare. Per questa misteriosa tara tutta umana che ci portiamo dietro, prenderebbe per vera quell’allucinazione collettiva che prende il nome di “patria”.

E’ facile: basta dare un nome a un pezzo di terra e subito arriverà qualcuno disposto a commuoversi per una bandiera e un inno. Esistono patrioti belgi, e nessuno considera questa cosa come l’invenzione surrealista di un poeta; ci sono stati africani inventati il secolo scorso dagli europei che si contendono confini immaginari. In Sudamerica ogni paese ha un esercito – il Paraguay per difendersi dalla Bolivia che si difende dal Perù.

Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, ma invece di prendere consapevolezza del fatto che questo è un problema, invece di provare ad abbozzare una specie di cura, fosse anche solo individuale, continuiamo ostinatamente a voler credere in qualcosa – in qualsiasi cosa – come se questo ci rendesse migliori. Come i tre Cristi di Ypsilanti, non siamo mai sfiorati dal dubbio che lo Stato in cui viviamo, la religione che seguiamo, la morale a cui ci adeguiamo siano del tutto relative, contingenti: il fatto che ci siano altre persone convinte che lo Stato giusto, la religione giusta, la morale giusta siano completamente diverse non ci fa porta a formulare l’unica domanda sensata: cosa sto facendo? Assomigliamo a delle macchine prive di volontà, pronte a farsi programmare dall’ambiente a cui diciamo: dimmi per quale stato devo essere disposto a morire e io lo farò, convinto che sia una cosa giusta da fare.
Ma morire per cosa? Quando sento parlare dei valori degli italiani, mi domando cosa c’è oltre al bidet, il caffè espresso, le scarpe alla moda, il rigore su argomenti privi di senso come il guanciale nella carbonara… Esiste davvero una cultura italiana? Un’arte italiana? Un modo solo nostro di pensare e di vivere, capace di accomunare Salvini e Frantoianni, la Meloni e Liliana Segre, Mattarella e Silvio Berlusconi? Sembra che non importa quali siano i valori: basta averne un po’, giusto per sentirsi migliori.

Ecco, domani vorrei svegliarmi in un mondo in cui i politici vincitori sono quelli che parlano della dignità degli esseri umani, e non di confini; di come rendere migliore la Terra, e non di patriottismo e valori nazionali. Sarebbe un bel modo di iniziare la settimana.

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