Scrivere

Questo pomeriggio ho scritto l’ultima frase di un romanzo e chiunque abbia scritto almeno un libro, nella sua vita, sa come mi sento.
Non ho mai avuto una passione per gli scrittori quando condividono lo stato di avanzamento del loro lavoro – e a maggior ragione, non sopporto quando sono io a farlo. Se faccio un’eccezione non è perché penso di avere scritto un capolavoro, o perché sia convinto che questo fatto abbia una qualche rilevanza per qualcuno diverso da me, ma perché ci tengo a raccontare la storia di un uomo comune che ha trovato un modo per essere contento e che prova piacere nel parlare della sua passione.

Scrivere un romanzo è un’impresa impegnativa. Questo è nato in una giornata di febbraio del 2021 trascorsa in montagna con i miei figli, in mezzo alla neve, sotto un sole accecante, così in alto che i telefoni non prendevano – è arrivato tutto insieme, la prima idea attorno alle due del pomeriggio, il finale qualche ora dopo mentre facevo i tornanti del Coston, con i ragazzi e le loro morosette che sonnecchiavano nei sedili dietro. Ma se da un lato avevo la struttura portante, dall’altro mi mancava tutta la “polpa”. Ho dovuto studiare e fare ricerca (un’attività per me del tutto nuova: ero sempre partito da cose che conoscevo a priori); mi sono confrontato con due o tre persone di cui mi fido, ho iniziato e poi mi sono fermato quando sentivo che non era la strada giusta. Ho cercato quei personaggi che potessero dare coerenza alla storia; ho smontato la trama e l’ho rimontata; ho fatto una fatica enorme a trovare la voce; ho cercato dei luoghi dove potessi ambientare le scene senza sentirmi in imbarazzo. E’ successo tutto nella mia testa, per mesi e mesi – una discussione continua su problemi senza alcuna rilevanza concreta, e che però per me erano della massima importanza…

Scrivo per esplorare le cose che mi interessano.

Ne “L’invenzione degli animali” c’era l’infatuazione per il saggio “Il crollo della mente camerale e l’origine della coscienza” di Julian Jaynes, e la voglia di tirarne fuori una storia; dietro “Memorie di un dittatore” c’era il desiderio di parlare del potere in ogni sua forma; in questo, ci sono la Seconda Guerra Mondiale, un argomento che mi affascina, anche nel suo orrore, da quando ho cinque o sei anni, e la mia passione per i gialli. A volte, lo ammetto, mi piacerebbe essere un autore “esistenzialista” che parla delle cose che si muovono dentro, o un autore sperimentale, postmoderno, intimista, innovativo; ma da tre o quattro anni cerco questo genere di sfide – immersioni in mondi letterari non miei, come il thriller, la commedia, l’autobiografia inventata, senza mai perdere il mio sguardo – per me sempre complicatissime.
Ecco: la sfida E’ questo l’ingrediente essenziale. Piazzare un’asticella là in alto, e dire: in qualche modo ce la devo fare.

Alla difficoltà intrinseca legata alla scrittura di un romanzo, si aggiungono i vincoli imposti dal mondo in cui vivo. Da lunedì al venerdì faccio un lavoro che non mi lascia le forze per fare nient’altro: quando finisco la giornata mi sembra di avere avuto la testa dentro una lavatrice, centrifuga compresa, e faccio fatica perfino a leggere. Poi arriva il sabato: vado in biblioteca e ci rimango per tutto il giorno; non ce la faccio sempre, perché una settimana c’è un matrimonio, una settimana un anniversario; ma non mollo mai, non mi scoraggio, non mi lamento e non mi demoralizzo, attendo il mio turno. I miei compagni di banco sono studenti universitari che spesso hanno meno la metà dei miei anni. Se ho sonno – e succede spesso – scendo al bar e prendo un caffè; quando arrivano le sei, vorrei continuare ancora un po’. Oggi, che sapevo di essere vicino al finale, ho scritto fino alle 11, a mezzogiorno sono andato dal dentista a farmi togliere un molare, e quindi sono tornato in biblioteca, con mezza faccia addormentata, la mascella gonfia, e un dolore che è cresciuto di ora in ora. Alle 18 e 30, con mezz’ora di ritardo, ho finito. Ma non c’è alcun eroismo, in questo: si tratta della misura precisa della mia passione.

Oggi, dunque, ho messo la parola fine al mio libro, dopo 20 mesi di lavoro. Ho ottenuto il risultato che volevo raggiungere: rendere soddisfatto l’unico lettore che conosco bene, e cioè me stesso. La pubblicazione, se ci sarà , non c’entra niente; non c’entrano la vanità, il desiderio di ottenere un riscontro: sono felice di avere costruito questo libro, e soprattutto di avere imparato a fare un sacco di cose che non sapevo fare. Ora, come sempre, stamperò il file per correggere il testo con la penna; poi lo farò leggere all’unico editor di cui mi fido ciecamente, cioè mio papà. E dopo? Dopo non importa. Scrivo perché mi piace, perché mi definisce come essere umano. ❤

(La foto è stata scattata il 28 febbraio del 2021, nel giorno in cui era nato questo romanzo. Quel giorno avevo scritto qui FB: “Oggi, giro in montagna. Mentre sprofondavo nella neve ho partorito quella che mi sembra essere una buona idea per un progetto futuro – sono molto d’accordo con Chatwin quando diceva che, per averne qualcuna, bisogna andare in giro e camminare”.)

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Ti auguro che il tuo romanzo venga pubblicato, e che abbia anche un grande successo.

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  2. Giacinta ha detto:

    Ciao, Paolo! Grazie per la condivisione! E’ bello per me che considero la scrittura un dono celeste, capire come arrivi. Buona domenica e auguri per il tuo nuovo romanzo. Spero di leggerlo presto:-)

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  3. Amanda ha detto:

    😊

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