Mi ricordo

Salvador Dalì aveva la curiosa abitudine di riposare, dopo pranzo, tenendo in mano un cucchiaio che, una volta caduto a terra, l’avrebbe risvegliato. Il pittore, infatti, era convinto che la pennichella, o la siesta, nel suo caso, fossero salutari solo quando non scivolavano nel sonno profondo.
Due o tre giorni fa, mentre ero in vacanza al mare, me ne stavo disteso sul divano, con gli occhi chiusi – in sottofondo sentivo un chiacchiericcio indistinto che saliva dalla strada, un rumore di posate e piatti del ristorantino che si affaccia là sotto, e un vago vociare casalingo di figli – e durante questo scivolamento un po’ confuso verso il mondo latteo del sonno, dal nulla, come un viso che emergesse da un lago, è comparso il viso di un signore che, attorno al 1994, nella pizzeria nella quale lavoravo come cameriere ogni domenica, un locale a Santa Maria di Non, paesino dal nome enigmatico poco fuori Padova, avevo mandato a cagare senza troppi giri di parole, dopo una serata particolarmente impegnativa. Dove si era nascosta la tua faccia, in tutti questi anni? E perché sei ricomparso, nitido e preciso, dopo un tempo così lungo? La mia reazione un po’ scomposta a una sua richiesta tutto sommato giustificata (“Ora mi senta” aveva detto “o queste pizze arrivano o io vado via”, e io avevo risposto “ora mi senta lei, è tutta la sera che corro, faccio quello che posso ma lei la smetta di fare richieste”) aveva determinato il mio declassamento (spacciato per promozione) dalla sala, dove lavoravo con altre ragazze, alla zona forno, come aiutante dei due pizzaioli: tagliavo il prosciutto, lavoravo la mozzarella, riempivo le pizze di rucola e grana, aggiungevo lo speck a fine cottura, e ogni tanto facevo pure la pizza, o le tiravo fuori con la lunga pala, o le giravo perché non si bruciassero. Con la partenza per il militare, dovetti lasciare la pizzeria e i suoi curiosi personaggi; al ritorno, già laureato, ci tornai solo come cliente. Dieci anni dopo, nel 2006, quando Jurij aveva due anni e Matija rotolava nella pancia di Dunja, feci una capatina un sabato sera. Si erano ingranditi – ora c’era pure una piscina, nel giardino che ai miei tempi (mi capita sempre più spesso di dirlo) era il parcheggio e lo spazio dietro la cucina, dove tenevamo, in una baracca di ondulato, l’acqua minerale (e dove Nello, un romeno tuttofare che uno dei proprietari si era portato dietro da uno dei suoi viaggi a Est, aveva parcheggiato la Golf comprata con i suoi risparmi: quando non aveva da fare, si infilava dentro e ascoltava a ruota continua una cassetta che mi aveva chiesto di fargli – avevo dovuto registrare su entrambi i lati, tante volte fino a riempire lo spazio del nastro, “Non è qui la mia città” di Gerardina Trovato). Non provai praticamente nulla, ritornando là, perché erano cambiate troppe cose ed era passato un tempo troppo breve. Non c’erano neppure le cameriere con le quali lavoravo – una studiava giurisprudenza, una architettura, una faceva ancora il Liceo. A fine serata (cioè alle due di notte), quando mangiavamo la pizza, si parlava un po’ di tutto. Ogni tanto, poi, accompagnavo a casa quella che studiava giurisprudenza, una ragazza della mia età che aveva una treccia lunghissima, che scioglieva non appena montavamo in macchina; e una volta, invece di fermarci a casa sua, proseguimmo fino a Camposampiero (o era Campodarsego), e ci bevemmo una birra (solo io, perché lei, se non ricordo male, era astemia), ridendo parecchio, e lasciando intendere, ciascuno, che in un altro mondo sarebbe stato possibile la nascita di qualcosa che però, allora, non aveva alcuna speranza di esistere. Chissà che fine ha fatto – chissà, addirittura, come diavolo si chiamava. Elisabetta, ecco. Il cognome, però, mi appare molto sbiadito: dovrei, forse, riaddormentarmi un’altra volta al mare sperando che quel dettaglio torni per caso, come da un altro mondo.

noittre6La riemersione di quel viso – un uomo sulla sessantina, la mascella un po’ prominente, le basette, i capelli grigi e ondulati – è stata l’ultimo episodio di ricordi inaspettati che hanno accompagnato queste brevi vacanze marine. Come aveva intuito Stevenson quasi centoqinquanta anni fa, uno scrittore organizza la realtà secondo esigenze estetiche, togliendo tutto ciò che è superfluo per arrivare al piccolo diamante nascosto sotto la montagna; ma esistono oggetti sparsi, incatalogabili, che non appartengono ad alcuna storia: se ne stanno là come cubetti di carbone, ciascuno per conto proprio, e non significano nulla. Così sono stati i miei ricordi estivi. Destrutturati, slegati da una qualsiasi trama narrativa, privi di un significato trascendente, di un legame con il resto della vita; eppure con una loro esistenza definita che il tempo non ha scalfito. Mi ricordo, ad esempio, di un tizio che andando in macchina con la sua famiglia aveva trovato una buca lunga la strada; il sobbalzo fu così grande che quest’uomo sbatté la testa contro il soffitto dell’auto, rimanendo paralizzato per il resto della sua vita. Chi mi aveva raccontato questa terribile storia? Ho qualche indizio. Mi pare che quest’uomo stesse viaggiando era verso Genova, o addirittura (non ne sono sicuro) verso Sestri Levante; se fosse così, è probabile che questa storia arrivi dalla famiglia della mia maestra delle elementari, anche se non so a quando risalga e chi fu, in concreto, a raccontarmela, e perché. Non so neppure, a dire il vero, perché io abbia trattenuto tutto questo: ne rimasi impressionato? Stupito? Meravigliato? Incredulo?
Mentre ero in acqua nel mare agitato di Riomaggiore, è emerso un altro ricordo che se ne è poi tirati dietro altri tre o quattro, tutti legati al guardare. Non sono un voyeur – non più di quanto lo sia la metà del mondo – ma l’apparizione improvvisa e inaspettata di un corpo femminile sorpreso nella sua nudità appartiene a questo genere di ricordi senza importanza che mi trascino dietro da un sacco di tempo. In Sardegna, nel 1992, in cucina di un appartamento dalle parti di Isola Rossa, poco prima di pranzo, io in piedi davanti al frigo, ho buttato uno sguardo fuori dalla finestra; nella casa davanti, in una cucina che corrispondeva alla mia, una donna che non mi vedeva si è tolta una maglietta lunga che non copriva nulla e poi si è messa un paio di mutandine, prima di uscire dalla stanza. Tutto questo è durato, nella più benevola delle ipotesi, tre secondi. Non ci fu alcuna volontarietà – non stavo spiando, non immaginavo quello che sarebbe successo, lei non sapeva della mia presenza a una decina di metri e non si è neppure accorta di me. Fu come un lampo improvviso. Qualche anno dopo, o qualche anno prima, accadde qualcosa di simile, a Grado, mentre me ne stavo seduto su una panchina con la mia morosa di allora; erano le sette di sera e nell’albergo davanti, al primo piano, c’era una famiglia che, evidentemente, non si era resa conto di essere praticamente in strada. La madre, una donna bellissima, statuaria, si spogliò, togliendosi il costume, e poi si rivestì per uscire, indossando un abito elegante. La mia ragazza non si accorse di nulla. Io intuii qualcosa con la coda dell’occhio. Credo che furono coinvolti strati rettiliani del mio cervello, qualche centro nevralgico che si è sviluppato nel Cambriano o giù di là. Forse i ricordi si annidano da quelle parti, negli anfratti più profondi fuori dal nostro controllo.
Mi ricordo… mi ricordo di quando un certo Antonio mi portava ogni mattina una pastiglia contro il mal di testa, che io mangiavo senza fiatare. Avevamo quattro o cinque anni e andavamo all’asilo. Dopo qualche giorno, o qualche settimana – il tempo allora era pieghevole – lo dissi ai miei genitori che mi intimarono di dire ad Antonio di non portarmi più nulla, e a me di non accettare altre medicine da lui. Fosse successo oggi, sarebbe partita un’indagine dei Carabinieri, con denuncia e contro denuncia, e chiusura dell’asilo, e arresto di qualcuno; allora, era una delle tante cose strambe che succedevano ai bambini – tipo il pietrone che un ragazzo mi tirò nel campetto da basket di Grado (ancora là: i luoghi di vacanza illuminano la nostra memoria), quando avevo nove o dieci anni, e il bernoccolo mostruosamente grande che subito lievitò sulla mia testa; capocciataun altro bernoccolo, a tredici anni, giocando a calcio sotto casa, una sera, praticamente al buio, sbattendo con il cranio sullo spigolo di un camino che scendeva fino a un metro da terra (ho ancora il buco proprio qui, sulla destra); e poi a Lorenzago (vacanze…) a una festa del paese con gare di abilità, giocando a mosca cieca, provando a stravincere correndo come se ci vedessi, ma c’era una chiesa, enorme, durissima, tra me e il traguardo… e sotto casa, pioggia di sassi durante un combattimento, ma su questo punto ho ricordi più vaghi: la ricevevo addosso o la lanciavo io, quella ghiaia? Fu un solo episodio, o se ne sommarono molti, fino a costituire un unico evento che li racchiudeva tutti, come “un cavallo” é la somma di tutti “i cavalli” che abbiamo incrociato nella nostra vita? Ricordo il cielo livido, come gran parte dei cieli che ricoprono le mie giornate padovane, e un certo Antonio Parco – non lui, che non saprei riconoscere, ma la sua presenza, il suo nome davanti a me, dall’altra parte del muretto dietro il quale mi ero nascosto, o da dove lanciavo le mie munizioni. noitre2Sempre sotto un cielo così, bianco e immobile, a tredici anni provai la strana sensazione di aver dimenticato tutto: giocavo a calcio nel campetto di terra del mio patronato, o dell’oratorio, se non siete veneti, che ora dovrebbe essere diventato un parcheggio, e improvvisamente, e per diversi minuti, non sapevo più dov’ero, e quando fosse, e cosa ci facessi là – da dove ero venuto, per dove sarei dovuto uscire, chi fossero le persone accanto a me, che non mi erano del tutto sconosciute, ma che avevano un’identità imprecisata, vaga. Non ebbi paura – forse, per avercela, avrei dovuto essere un pochino più cosciente – e continuai a giocare in quel luogo che non mi era più famigliare, un deja-vu al contrario, come se fosse la prima volta, senza punti di riferimento, fino a quando tutto tornò al suo stato consueto. Ci fu un altro episodio simile a questo, ma non so quando: so che ce ne fu un altro, ma non nessun’altra informazione, come se di un libro avessi ritrovato il solo indice.
noitre4Poco più in là, meno di trenta metri, ma una decina di anni prima, diciamo tra il 1973 e il 1976, quando andavo all’asilo nello stesso patronato, mentre scendevo le scale per andare in giardino, o per andare a prendere il pulmino per tornare a casa, o le salivo per dirigermi nelle aule dove facevamo punzecchio, o verso la mensa, pensavo alla guerra e mi dicevo che quel giorno non sarebbe potuta scoppiare perché in televisione il martedì c’era Braccio di Ferro e il giovedì Barbapapà. Questo ricordo, microscopico nella sua durata – un singolo fotogramma in un film lungo 48 anni – è molto significativo per ciò che racconta tra le righe. Avevo paura della guerra. Ero l’unico, allora? Hitler era morto da meno di trent’anni. I miei nonni, e mio padre (mia madre no, troppo giovane), ricordavano il rumore delle bombe che cadevano. I partigiani, e i loro gesti eroici, erano qualcosa di cui si parlava, a casa nostra. Mio nonno mi raccontava di quando era stato mandato a Pola (a fare cosa, ora non saprei dirlo), di quando era tornato a casa dopo l’8 settembre (anche su questo punto non ho le idee chiare: disertò o tornò con tutta la truppa?), e sua moglie, mia nonna, era scesa in campo (erano di Venezia) con un catino pieno d’acqua e lo aveva obbligato a lavarsi là fuori, per evitare che portasse parassiti in casa… Ero convinto che la guerra fosse un evento ricorrente, qualcosa che periodicamente scoppiava – e mi immaginavo che il suo inizio sarebbe stato annunciato da una cinquecento con un megafono nello stile degli arrotini, e un cartello attaccato dietro con su scritto “é scoppiata la guerra”. Ma sempre quel ricordo fornisce altri dettagli curiosi: innanzitutto, posso sapere in quali giorni trasmettevano Braccio di Ferro e Barbapapà tra il 1973 e il 1976 – anzi, prima ancora posso sapere che li trasmettevano, un’informazione che posso desumere solo da qui; poi – e questo mi pare davvero interessante – so che un bambino sotto i sei anni confidava nel potere di un cartone animato, da opporre all’orrore della guerra. Non avendo alcuna possibilità di comprendere la realtà, e sapendo che quanto temevo era fuori dal mio controllo, mi ero costruito una mia personale religione, dove il dio protettore, il mio angelo custode che illuminava, custodiva, reggeva e governava quel bambino di quattro o cinque anni che ero io, si chiamava Braccio di Ferro, fumava la pipa, mangiava spinaci, ed entrava in scena accompagnato da una musica le cui parole erano, più o meno, “la pappa del sin del sen”.
Mi ricordo, dunque… Ci sono intere zone del mio passato custodite, più o meno fedelmente, dentro di me e che pur non avendo alcun valore narrativo, contribuiscono evidentemente a fare di me la persona che sono. Pagina 106 del Giovane Holden: quel giorno, dopo aver letto tutto “Vita con gli orsi”, un classico per le scuole medie, avevo affrontato Salinger – avevo compiuto da pochi giorni dodici anni, ed ero in vacanza in montagna con la mia famiglia nella casa che i miei avevano comprato l’autunno precedente, quando due dipendenti statali riuscivano a risparmiare abbastanza per fare questo genere di pazzie – lo avevo affrontato con la mia solita smania di strafare. La sera, intorno alle dieci, spensi la luce mettendo un’orecchia a pagina 106. Dopo qualche ora mi alzai dal letto e vomitai tutta la cena. Mio fratello più piccolo, il giorno dopo, mi aveva detto che era stata tutta colpa di quella lettura. Sempre a Lorenzago, il torcicollo che mi prese una mattina, poco prima di pranzo; oppure un bruco che aiutai ad attraversare la strada dopo un forte acquazzone: temevo che una macchina lo avrebbe tirato sotto e lo spinsi con l’indice, mettendoci troppa forza, però, perché la povera bestia si aprì in due – e mi ricordo, quindi, del disco “Samarcanda” che mio padre aveva comprato forse dopo un concerto di Vecchioni alla Festa dell’Unità, che solo dopo qualche tempo legai al destino del povero bruco; e in fondo, quasi alla fine di tutti i ricordi, il libro “Caro bruco capellone”, che formò il mio gusto per i racconti, il mio amore per le storie che fanno un po’ ridere e un po’ piangere – ancora adesso mi viene un po’ di magone pensando alla scena finale del piccolo personaggio del libro che, con le lacrime agli occhi la sera prima del suo primo giorno di scuola, salta in braccio alla mamma per farsi consolare, e quando le lacrime si sono finalmente asciugate, ed è tornato il sorriso, alza lo sguardo e vede che, come per miracolo, ora le sue lacrime sono finite sugli occhi di sua madre… e prima ancora il colore del pavimento del corridoio della nostra prima casa, la sua curiosa geometria marmorea, e mio fratello più grande che mi tira i capelli (sospetto che questo sia il ricordo più vecchio che ho), e un cavallino sul quale dondolavo con un cappello da cow boy in testa, mezzo immalinconito dal sonno o da chissà quale pensiero… Potrei andare avanti giorni, a scriverne – d’altra parte, vado avanti anni, a pensarci. Rimangono fuori solo certe cose personali, piccoli eventi adolescenziali privati, e talvolta ancora secretati, come certe pratiche che potranno essere aperte solo quando il mio cammino su questa terra sarà sul punto di concludersi, che mi fanno battere il cuore più forte, come se fossero ora, solo un po’ più dolci; e ricordi senza contenuto, come striature colorate su una foto d’epoca, visi in lontanza, oggetti sgranati, barche all’orizzonte, echi, sussurri, persone incrociate per qualche secondo delle quali non so nulla… e a tenere insieme tutto questo, la mia memoria, e l’incessante voglia di dire mi ricordo.

noitre5

 

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5 risposte a "Mi ricordo"

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  1. Adoro questi tuoi ricordi ad altissima risoluzione, popolati da alcune persone che ho conosciuto anch’io, come Antonio Parco che tornava i fine settimana dal collegio navale Morosini avvolto dalla mantellina d’ordinanza e con un enorme cappello fregiato.

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  2. La memoria che si alimenta di sé, riannodandosi e disseminando, nel frattempo, altri strati che non riesci più a distinguere quanto siano ricordi e quanto sentieri autonomi, potenziali, che realtà avrebbe – avrebbe- potuto imboccare; qualcosa che mi ricordano le osservazioni contenute nel libro X delle Confessioni. Coinvolgente . PS: strati rettiliani o meno, sei stato proprio fortunato a cogliere quei fotogrammi senza veli…

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