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Il 27 gennaio 2012 uscirà, penso a livello nazionale, il mio primo romanzo, “La felicità esiste”, pubblicato da Alet Edizioni. E’ il quarto nato della collana Iconoclasti, diretta da Giulia Belloni, che è stata anche l’editor del romanzo.

Il 20 gennaio 2012, alle ore 18, ci sarà l’anteprima alla Libreria Feltrinelli di Padova. Relatrice: Giulia Belloni.

Avrei mille cose da scrivere – l’incubazione e la realizzazione del libro, l’attività di editing, le emozioni che accompagnano questa uscita, e persino le mie idee sul romanzo in generale – ma in questo momento voglio rimanere zitto, e lasciare parlare il libro…

La felicità esiste Paolo Zardi

La felicità esiste

U.S.T.

La prima cosa che gli venne in mente quando la vide, una decina anni dopo il loro ultimo incontro, non furono le interminabili partite di Trivial Pursuit giocate a casa sua, con i suoi compagni di corso di Lettere incredibilmente (e insopportabilmente) preparati, o le chiacchierate fino all’una di notte, in macchina, dove si confidavano piccoli amori iniziati, finiti, mai nati, o i tentativi di corteggiamento reciproco, sempre vanificati da problemi di sincronia, e neppure la memorabile vacanza del 1998 – quattro neolaureati pieni di speranze in giro per l’Europa – no: si ricordò di una sera di febbraio del 1996, quando il suo fidanzato  (suo di lei) aveva raccontato, un po’ scherzando, quello che la ragazza che ora lui stava rincontrando dopo dieci anni gli aveva detto un giorno in cui aveva le mestruazioni, mentre gli teneva il cazzo in mano: “non ti preoccupare, che si scopa anche oggi: non mi sono mica messa un tampax anche didietro”.

Fino ad allora, non aveva mai immaginato che a Padova, una città famosa per l’ostinazione con la quale le sue ventenni negavano di essere persone sessuate, esistesse una ragazza che, senza troppi giri di parole, chiedeva a qualcuno di metterglielo nel culo. Sapeva che l’orgasmo anale era una leggenda metropolitana inventata in qualche film porno: lei, quindi, avrebbe sopportato il dolore fisico non per raggiungere una qualche forma godimento fisico, ma per cogliere un piacere molto più profondo e misterioso. La sottomissione volontaria che lei aveva offerto al suo ragazzo aveva il sapore aspro e pungente di un tabù infranto – una discesa in un sottosuolo scuro, corrotto, infernale.

Da quella sera, quindi, niente fu più lo stesso: ora sapeva che le donne erano porche almeno quanto lo erano gli uomini, e che volevano scopare, e che erano a disposte a farlo in ogni modo. Quei corpi, che lui da anni desiderava invano, smisero improvvisamente di sembrare irraggiungibili.

Ma in realtà le cose non cambiarono poi tanto. Nessuna delle ragazze che ebbe negli anni successivi si dimostrò così sfrontata, o così coraggiosa: qualche pompino in luoghi insoliti, qualche posizione un po’ strana, ma non accadde mai quel piccolo miracolo che gli era stato raccontato; alla fine, dopo anni di tentativi infruttuosi, decise di accontentarsi. Qualche volta, però, capitava ancora che, prendendo sua moglie da dietro, gli scivolasse lo sguardo tra il buio delle sue natiche: era in quei momenti che veniva sorpreso da un desiderio incomprensibile.

Dopo dieci anni, quella ragazza si era materializzata improvvisamente dietro di lui, mentre entrambi stavano in fila nell’unica cassa aperta all’Auchan. Era agosto, sua moglie era in vacanza, e in giro si vedevano solo pensionati e badanti che cercavano un po’ di fresco nei centri commerciali; fuori, attraverso le ampie vetrate, si intravedeva l’aria tremare sopra l’asfalto rovente, simile a un liquido miraggio nell’arsura del deserto.

La meccanica dell’incontro fu lieve: lei per errore gli urtò la spalla, lui si girò, lei sorrise per chiedere scusa, e lui la riconobbe in meno di un secondo. Lei invece impiegò un po’ di tempo per cogliere, in quella faccia un po’ spiegazzata, i lineamenti del suo vecchio amico: lo fissò perplessa, ma poi, d’improvviso, si illuminò; e poiché le fu evidente che lui non sapeva cosa fare, lo abbracciò con un impeto pieno di allegria. Lui strinse quel corpo caldo e un po’ sudato: fu proprio in quel momento che si ricordò della storia che l’ex fidanzato aveva raccontato tanto tempo prima.

Dopo aver pagato (lui birra, insalata russa, un pacco di pasta; lei una confezione di Jocca, due cetrioli enormi, un vaso di yogurt greco e un pacchetto di assorbenti), si spostarono in un bar che si affacciava sul corridoio deserto del centro commerciale. Tenendo una granita al limone tra le mani, parlarono di tutto quello che era successo negli ultimi anni – lui le disse che era sposato, e che aveva un bambino; lei, che da poco era separata (felicemente separata, precisò), che era a Padova per seguire un corso di yoga, e che per quella sera non aveva nulla da fare. Lui, prima di invitarla a cena a casa sua, deglutì – un movimento involontario, che però lo inchiodava di fronte alle proprie intenzioni.

Si salutarono con un bacio sulle guance, dandosi appuntamento per le otto; poi, mentre lui guardava la schiena che si allontanava, sua moglie lo chiamò. Era in spiaggia, con il bambino: si sentivano il rumore del vento, e voci in lontananza. Parlarono di come era andata la giornata, di quanto mancava al weekend, del caldo. Quando lei gli chiese cosa avrebbe fatto quella sera, lui rimase sul vago: accennò a un vecchio amico che aveva incontrato per caso all’Auchan, con il quale, probabilmente, avrebbe passato la serata – sempre che si riuscisse a trovare una birreria aperta, da qualche parte, in agosto, a Padova. Prima di chiudere, lei gli passò suo figlio, ma poiché non sapeva ancora parlare, lui non seppe cosa dirgli.

Al centro commerciale, dopo aver finito la telefonata, era rientrato nel supermercato e aveva comprato pasta fresca, gamberetti, zucchine, filetto, aceto balsamico, e tre bottiglie di vino (prima di arrivare alle casse, aveva aggiunto dell’insalata, una bottiglia di prosecco, e, di sfuggita, una scatolina di preservativi). Poi si era diretto a casa, e quando arrivò si rese conto che era ridotta a un disastro: i piatti, le pentole, i bicchieri, si erano accumulati nel lavello; in camera, c’erano mutande e magliette sparse sul letto, per terra, sulla cassapanca; e ovunque, in ogni stanza, si sentiva l’odore di qualcosa che stava marcendo. Sistemò la cucina, lavò per terra, raccolse tutta la biancheria e la gettò nel bagno piccolo, che poi chiuse a chiave; aprì le finestre del salotto, tolse il copridivano pieno di briciole, gettò via i fazzoletti di carta sparsi in giro, buttò una lattina di birra iniziata da tre giorni che non era ancora riuscito a finire. Ogni tanto sua moglie gli mandava un messaggio – come va? Il piccolo ora dorme, Mi manchi – e lui rispondeva gentile, ma con le mani sudate. Accese l’aria condizionata; tuttavia, dopo qualche minuto, cambiò idea: pensò, forse con una parte di cervello rettiliano, che il caldo lo avrebbe aiutato.

Alle sette e mezza, dopo aver sistemato la casa – almeno negli aspetti più evidenti – aveva finito di cucinare il sugo per la pasta. Poco prima delle otto, si lavò i denti; poi, nel dubbio, si fece anche un bidè: un’erezione piuttosto decisa sotto il getto dell’acqua calda sembrava accusarlo di qualcosa. Non sarebbe successo nulla, si disse: ma mentre si lavava, pensò alla bocca di lei mentre accoglieva, nel suo calore umido, il cazzo duro che ora teneva tra le mani.

Arrivò alle otto e cinque, suonando il campanello due volte, come un postino. Mentre saliva le scale, lui pregò che nessun vicino la vedesse entrare a casa sua. Quando fu dentro, si abbracciarono di nuovo – lei con una mano sola, perché nell’altra teneva una vaschetta di gelato. Gli fece i complimenti per il profumo invitante che arrivava dalla cucina, e per la bella casa; lui la guardava parlare, e pensò che in dieci anni, era sicuramente invecchiata, ma il sorriso era quello della sua giovinezza. Indossava una maglietta grigia (la cui scollatura lasciava intravedere, con estiva generosità, il seno), una gonna ampia e leggera, sandali infradito. Le unghie dei piedi erano colorate con cura: anche quella piccola scheggia che ricopriva i mignoli – le più inutili e ridicole appendici degli esseri umani – mostrava, di sbieco, il rosso lucido dello smalto.

Mentre lui preparava la cena – mescolando la pasta, facendo saltare i gamberetti con le zucchine, battendo la carne per il secondo – lei stava seduta su una sedia della cucina, dietro di lui: la sentiva parlare, e ridere, muoversi e sistemarsi i capelli. Ogni tanto girava la testa per sorriderle, e la vedeva con le gambe accavallate, il piede sgusciato fuori dal sandalo, il viso un po’ arrossato per il caldo della cucina; poi tornava a guardare le pentole, e pensava che a casa sua c’era una donna, che sua moglie non sapeva nulla, e che sarebbe stato bellissimo se lei si fosse alzata dalla sedia per mettersi in ginocchio davanti a lui, glielo avesse tirato fuori, e avesse iniziato a succhiarglielo, così, senza dire nulla – solo perché le piaceva farlo: solo perché le piaceva farglielo. Quanto avrebbe dovuto aspettare? Gli pareva che tutti quei preamboli fossero inutili, e un po’ ipocriti: in quella cucina c’erano due adulti che in gioventù si erano piaciuti, e che ora si trovavano a mezzo metro di distanza, da soli, in piena estate.

Mangiarono in salotto. Mentre parlavano, lei continuava a ridere fragorosamente per ogni sciocchezza, gettando la testa indietro, e muovendo le spalle, le braccia, il busto. Il seno accompagnava quei sussulti, in lieve ritardo, quasi in opposizione di fase con il resto del corpo. Lui, pur portando avanti una conversazione leggera e frizzante, la scrutava a fondo, con una torva serietà, cercando di capire se fosse o meno consapevole di ciò che lui desiderava: qualcosa di animale, una bestia cattiva, spingeva da dentro, a testa bassa, implacabile, e fissava le orecchie scoperte, i denti regolari, le labbra umide, le mani che ogni tanto si avvicinavano per una carezza. In quel corpo davanti a lui, tutto evocava desiderio: persino la piccola ruga che si formava tra le sopracciglia quando lei pensava, persino il graffio che un gatto le aveva fatto sul dorso del braccio. Più lei rideva, e più lui sentiva che la camera da letto si avvicinava.

Ma dopo mezz’ora di quelle scaramucce, lui iniziò ad avere la sensazione di essere ancora al punto di partenza. Quelle risate sembravano sempre di più delle risate, e a nient’altro che questo. Continuò a versarle del vino, con metodo, con ostinazione, per forzare l’assedio: lei beveva alzando il bicchiere, e poi era un po’ più ubriaca di prima, ma il suo sguardo insisteva nel mostrarsi fraterno. Al supermercato, lei aveva comprato degli assorbenti, ma questo – lo sapevano entrambi – non sarebbe stato un problema: il tampax, chiudendo una porta, ne apriva un’altra. Anzi, c’era la garanzia che quando lui le si fosse avvicinato, e avesse iniziato a passare le mani lungo il corpo, e lei, ricambiando i baci, gli avesse preso il cazzo tra le mani, sarebbe successo quello che sognava da almeno quindici anni. Scivolando nella camera da letto, dopo essersi spogliati vicendevolmente lungo il corridoio, lei si sarebbe girata sulla pancia, e gli avrebbe offerto il proprio dolore in cambio del suo piacere.

Dopo aver finito il secondo, lei disse che aveva voglia di una sigaretta. Andarono in terrazza. Davanti a loro, c’era un palazzone alto dieci piani, stupido e minaccioso nella sua inutile imponenza. Come una scacchiera, le finestre erano un po’ accese e un po’ spente – i lavoratori rimasti a Padova, le famiglie partite per la vacanze. Al nono piano, un tizio fumava in mutande, appoggiato con i gomiti sulla ringhiera, come se stesse pensando a qualcosa di serio. Al quarto, una vecchia, grassa come un bue, era seduta su una sdraio e si faceva fresco con un ventaglio. Il rombo della città era lontano, flebile, stanco; le uniche voci erano quelle delle televisioni, che echeggiavano da una casa all’altra. Sopra, il cielo era limpido.

Si sedettero per terra. Lei era scalza, ubriaca, sudata; dopo essersi raccolta i capelli dietro alla nuca, gli chiese se poteva soffiarle sul collo. Lui soffiò, in silenzio. Gli tremava il fiato. I capelli erano profumatissimi. Avrebbe voluto baciarla. Avrebbe voluto leccarla. Avrebbe voluto spogliarla, là, in terrazza, e poi distendersi sopra di lei, e poi guardare il suo viso: avrebbe chiuso gli occhi? Come sarebbe stato il suo ansimare? Cosa sarebbe diventata la sua esuberanza, una volta che avessero iniziato a scopare? Ecco l’unica ventenne di Padova che aveva offerto il culo al suo ragazzo; cosa aveva imparato, nei quindici anni che erano passati da allora? Quali altri tabù aveva infranto? In quel momento, forse ci fu una qualche forma di telepatia, perché lei, dopo essersi accesa una sigaretta, si distese sul pavimento della terrazza.

Mi gira la testa. Penso di essere ubriaca”.

Sollevò un po’ le gambe e gli poggio i piedi sulle gambe.

Hai voglia di massaggiarmi un po’? E’ tutto il giorno che cammino”.

Lui strinse i piedi tra le mani: i dorsi erano caldi e lisci, ma sotto c’era una ruvida polverosità. Lo smalto delle unghie, in quella penombra, sembrava quasi nero. Passò le dita della sua mano tra le dita piccole e morbide del piede destro. La gonna aderiva alle gambe inclinate, sollevandosi nel punto in cui si incontravano; il seno, nonostante il reggipetto, si era allargato verso il basso.

Lei, tenendo una mano sulla fronte, iniziò a indicare con l’altra le costellazioni: Orione, l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore. La voce, un po’ strascicata, continuò ad elencare i nomi di tutto quello che brillava in cielo; a lui, sembrava che le stelle non sarebbero mai finite, che sarebbe arrivato giorno prima che lei avesse smesso. Intanto, il fumo azzurrino e impalpabile che lei espirava arrivava fino a lui, pigramente; lui lo inseguiva con il naso, con il disperato desiderio di condividere qualcosa con lei.

Ma, nonostante alcune teorie dicessero il contrario, l’Universo era finito, oppure lei si stancò, perché poco dopo tirò i piedi verso di sé, e si mise seduta, appoggiando la schiena al muro della casa. L’uomo in mutande del palazzo davanti aveva acceso un’altra sigaretta, e sembrava interessato a quello che sarebbe successo in quella terrazza.

Mi fai un caffè?”, gli chiese, tenendosi la faccia tra le mani.

Lui si alzò, attraversò il salotto, e andò in cucina. Per terra, c’erano i suoi sandali: ne prese uno in mano, e lo portò al viso. Con le labbra sfiorò la superficie ruvida. Tirò fuori la punta della lingua e la appoggiò al cuoio scuro.

Hai fatto?”, chiese lei dal salotto – era rientrata anche lei dalla terrazza.

Mise su la moka. Portò il caffè in salotto. Prima di entrare, immaginò che lei fosse già nuda, sul divano, con gli occhi chiusi: lui si sarebbe seduto per terra, le avrebbe allontanato le gambe, e l’avrebbe leccata… ma gli sembrò, per un attimo, che anche in quella fantasia lei si scostasse, chiudesse le cosce, lo allontanasse. C’era stato un equivoco. Il fidanzato di allora aveva raccontato una palla, tanto per vantarsi. Oppure lei si era pentita del suo passato lascivo, e da allora aveva messo la testa a posto.

Entrò in salotto. Lei era in piedi, appoggiata al tavolo, e sfogliava un libro che aveva trovato da qualche parte. Appoggiò il caffè, e le chiese se voleva una sambuca. Lei scosse la testa. Lui prese comunque una bottiglia da una credenza, e si riempì un bicchierino. Ripresero a scherzare. Lei gli raccontò di come si era separata da suo marito, di come un collega di lavoro continuava a corteggiarla, e di quando era sposata e un amico, anche lui sposato, le aveva dichiarato il suo amore con il candore di un bambino, e lei non aveva saputo cosa fare. Sembrava stanca, confusa, ma non smetteva di parlare. E lui la guardava. Possibile che lei non fosse a conoscenza del potere del suo corpo? Davvero non capiva cosa fossero, in realtà, le labbra con cui parlava, le orecchie con le quali ascoltava, il seno che, nel suo ondeggiare, continuava a sfiorare il tavolo? Ma ormai aveva rinunciato. La camera da letto, come un miraggio nel deserto, si era spostata qualche chilometro più in là: non sarebbero mai passati lungo il corridoio tenendosi per mano. La lasciò quindi parlare, annuendo, sorridendo, rispondendo ogni tanto. L’alcol avrebbe mitigato quella delusione. E poi lui era sposato, voleva bene a sua moglie, aveva un figlio piccolo. Se fossero andati a letto, loro due, quella sera, sapeva che dopo l’orgasmo sarebbe iniziato il doloroso pentimento per quello che era successo. Aveva deglutito quando l’aveva invitata a cena. Si era fatto un bidè alle otto di sera. Sotto il tavolo, c’era un’erezione che andava e spariva, come se non capisse bene quale fosse il momento giusto per uscire allo scoperto… Qualsiasi giuria l’avrebbe giudicato colpevole.

A un certo punto, lei gli chiese se poteva assaggiare la sambuca: prese il bicchiere, bevve un piccolo sorso, e glielo restituì. Sul bordo, nel lato rivolto verso di lei, era rimasta l’impronta delle sue labbra. Continuarono a parlare, ma ora lui aveva un obiettivo a portata di mano. Lentamente, iniziò a far ruotare il bicchiere, qualche grado ogni tanto, sperando che lei o non vedesse, oppure capisse, finalmente, cosa lui intendeva fare. Dopo un minuto, il segno lieve del rossetto era dalla sua parte. Alzò la sambuca, la portò alla bocca. Ora, le sue labbra stavano toccando le sue.

Mangiarono il gelato, e poco prima di mezzanotte lei gli disse che doveva andare a casa: lui non oppose alcuna resistenza. In cucina, recuperò i sandali, e poi si avviò verso la porta di casa. Prima di uscire, si abbracciarono – lui avrebbe potuto far scivolare le mani verso la gonna, o stringere più forte, o tentare un bacio sul collo, ma rinunciò, e non seppe bene perché. La guardò scendere dalle scale, barcollante, e mentre si chiedeva se fosse saggio, da parte sua, lasciarla guidare in quelle condizioni, notò che il suo culo era diventato molto più grande di quello che aveva visto al centro commerciale, poche ore prima. Lei, prima dell’ultimo scalino, si girò per salutarlo con la mano: si fecero un sorriso, come una specie di piccolo addio senza troppa importanza. Non si sarebbero mai più rivisti.

Lasciò tutti i piatti sul tavolo (e sarebbero rimasti là fino a venerdì sera, come un monito), si spogliò e si infilò sotto le lenzuola del letto. La camera era calda, ma ormai era troppo tardi per accendere l’aria condizionata. Prese il cellulare che aveva appoggiato sul comodino, e che per sicurezza aveva tenuto spento tutta la sera. Lo accese, e ricette un messaggio di sua moglie: gli augurava buona notte. Quando lo aveva mandato non erano ancora le nove e mezza. Chiuse gli occhi, e la immaginò distesa accanto al loro bambino, entrambi immersi in un silenzio innocente. Scrisse anche lui un sms – un semplicissimo ‘Ti amo’ – e lo mandò attraverso i chilometri di cielo che li separavano. Il desiderio per la vecchia amica continuava a girare per il suo corpo, come un eccesso di vino non ancora smaltito, ma a questa ebbrezza un po’ velenosa si era aggiunta una dolcezza profonda e antica. Si chiese in che modo quei sentimenti così lontani si mescolassero dentro in lui, in quell’abbraccio intimo, e inscindibile, e avrebbe voluto capirne di più, ma aveva sonno, aveva bevuto troppo, si sentiva confuso, o forse non gliene importava niente: certe cose, si disse, è meglio non saperle. Si girò su un lato, e con il cellulare in mano, e un’erezione che non accennava a diminuire, si lasciò cullare dalla muta brezza della notte.

Al festival della scrittura di Montesilvano, splendidamente organizzato da Alessio Romano, che si è svolto alla fine di ottobre, anno 2011, Francesco Coscioni, editore, Neo Edizioni, legge un brano tratto da “Antropometria”, la mia raccolta di racconti.

Ci sono volte in cui mi piacerebbe avere il suo accento!

 

Il destino

Ogni vita è una partita a scacchi andata a puttane alla settima mossa, e in seguito il gioco casuale si è fatto lento e faticoso, un incubo di coercizioni e contrasti, dove ogni mossa è obbligata, ogni pezzo inchiodato, impedito, incastrato. Ma qua e là intravediamo queste figure che sembrano muoversi su linee di verità, e che sono esempi terribili.

(da Money, Martin Amis)

Una poesia, se la si potesse raccontare in prosa, non sarebbe una poesia: per questo motivo è difficile, o ingiusto, scrivere una recensione di un libro che parla in versi. Perché non c’è modo di spiegare di cosa parla, senza rischiare di parlare di tutt’altro.

Quando ero più più giovane (so much younger than today…), mi ero appassionato di poesia. E siccome nel frattempo studiavo informatica a Ingegneria Elettronica (per quanto tempo scriverò le iniziali della mia facoltà in maiuscolo?), mi ero convinto che esistessero delle analogie tra la classificazione dei linguaggi di programmazione e la classificazione dei possibili generi letterari.

Analogia informatica

Dura solo dieci righe, questa analogia, e può essere saltata: il succo di questo post è dopo. In programmazione, un linguaggio è tanto più alto quanto più somiglia alla logica umana, e tanto più è indipendente dal ferro che dovrà eseguire le istruzioni. I linguaggi alti richiedono un’interpretazione (o una compilazione: non voglio però addentrarmi in questi dettagli) che trasforma parole con un senso compiuto (anche qualcosa come  if (String.IsNullOrEmpty(sCodiceFiscale)) { MessageBox.Show(“Inserire il codice fiscale”) } else { writeToDb(sCodiceFiscale)} ha un senso compiuto, per qualche essere umano), in movimenti di elettroni che si spostano all’interno di piccoli wafer di silicio.

Il linguaggio C# (che si legge Si sharp), o il Java, sono linguaggi alti; il C++ (letto Si plas plas) medio; l’assembly, o linguaggio macchina, è al livello più basso di questa particolare scala: è quindi il più difficile da scrivere, il più difficile da leggere, ma, allo stesso tempo, e proprio per gli stessi motivi, è il più potente e il più veloce tra tutti i linguaggi.

Fine dell’analogia

La poesia è linguaggio macchina. La poesia non viene interpretata ma parla direttamente al nostro organismo, nella sua interezza – nella sua fisicità. Elude i controlli della ragione, sovverte i simboli e gli archetipi e le strutture consolidate del nostro linguaggio, e  crea nuovi significati, dei quali non possiamo dire nulla con il linguaggio convenzionale. Ogni poesia è un nuovo linguaggio, e contiene (ovviamente) la sua stessa grammatica. Come tutti i nuovi linguaggi, il suo apprendimento richiede un po’ di pazienza; ma poi, come si dice, si apre un nuovo mondo.

Poesie antirughe - Alessandra Racca

Ma ho perso troppo tempo in chiacchiere. Ho, tra le mie mani, un libro delizioso, con una copertina invitante come un cioccolatino, che si chiama “Poesie antirughe“. L’ha scritto Alessandra Racca, giovane donna di Torino, e l’ha pubblicato Neo Edizioni. Lo apro, leggo qualcosa, chiudo, e lascio che le parole facciano quello che devono fare. Qualcuno diceva che tutti gli sport aspirano alla perfezione della boxe: non so se sia vero, ma di sicuro tutta la letteratura aspira a diventare poesia. Un romanzo ti insegna a vivere, un racconto ti emoziona, ma solo una poesia ti fa piangere, e ridere, e ancora piangere ridendo. E’ come la musica: sa commuovere con la sola forza della sua forma. Leggete una poesia a un bambino, e lo vedrete sorridere. Leggetela a un vecchio, e vi ringrazierà piangendo. Perché la poesia fa bene. Le poesie di Alessandra Racca fanno bene. E si dovrebbe avere il coraggio di tornare a leggere versi, così come si ascoltano le canzoni alla radio – con la stessa leggerezza, con la stessa apertura del cuore. Se è vero che siamo creature dotate di sentimenti, allora di questi sentimenti ci dobbiamo prendere cura, con amore. Li dobbiamo nutrire. Li dobbiamo coccolare. E la poesia offre il più grande strumento di piacere che la nostra anima conosca.

Ma ho di nuovo dimenticato che parlare di poesia non ha senso: le poesie si leggono, e basta. Allora apro “Poesie antirughe”, una pagina a caso, e leggo, e ancora una volta si compie il miracolo della commozione – quella semplice, profonda, ineludibile. La poesia si chiama “Natante”, e la scrivo qui, anche se WordPress a ogni a capo salta una riga bianca: l’originale è molto più bella da vedere.

Natante

Piove.

 

Mia madre piange

il suo non poter più essere figlia.

 

Io piango

il mio non esser madre.

 

Col mio essere figlia

faccio a pugni da tempo.

 

“Voi donne non siete

mai

contente e siete così enormemente

piene d’acqua”.

 

Le donne in questa stanza

son belle

forse non son mai contente,

a volte piangono ma

sanno consolare.

 

Prendo mia madre in braccio

benché non sia ancora vecchia,

benché non sia ancora il mio turno

d’esser madre di madre.

 

Piccola piccola madre mia

stasera vorrei cullare il tuo pianto.

 

Mia madre sorride acqua

dentro i suoi occhi.

 

Piove.

 

Non c’è nulla di più potente dell’acqua, sai?

Né fuoco, né vento, né terremoto.

E un tempo, si sa,

la vita prese ad agitarsi nell’acqua.

 

Piove e questa stanza è piena d’acqua:

io son quel piccolo feto

bambina

nuoterò tutto l’inverno

nascerò a primavera

prima uscirà acqua

poi me.

 

Non preoccupatevi quando piangerò.

Piangere serve per respirare.

 

—————————————–

Non è bello da scrivere, ma: compriamolo. Non è elegante da chiedere, ma: regaliamolo, adesso, a Natale. Costa 10 euro – come due pacchetti di Marlboro, o 6 litri di benzina. Cosa rimane di 6 litri di benzina? Neppure il ricordo. Riprendiamoci il piacere di leggere, e di regalare, poesia: ritroviamo l’importanza delle parole, di donarle alle persone alle quali vogliamo bene, di lasciarle accanto al comodino per i momenti in cui vogliamo sentire la bellezza di essere delle creature dotate di un cuore. Leggiamo Poesie antirughe: ne vale la pena.

Alessandra Racca

Alessandra Racca

ps La Neo Edizioni è alla fiera del libro “Più libri più liberi” di Roma, dal 7 al 10 dicembre 2011: magari beccate anche Alessandra Racca, e vi fate leggere una poesia!

e soprattutto: sabato 10 dicembre, alla libreria Altroquando di Roma, Alessandra Racca legge le sue poesie, alle ore 19.

Lovely Rita

I due parcheggiatori, messi uno sopra l’altro, fanno centoventi anni, tre metri e sessanta, due cuori ed un cervello.
Aspettano le macchine che entrano come una sorpresa che si rinnova.
Uno fa cenni all’altro di condurre il conducente verso lo spazio che gli è stato assegnato in base a ragionamenti senza alcun fondamento; l’altro, assomiglia ad uno di quegli omini con il paraorecchie e la giacca catarifrangente che indicano agli aerei la pista di atterraggio – gli assomiglia per complessità di esecuzione e serietà di intenti. E continuano a scambiarsi i ruoli, anche in corsa – uno dice all’altro di fare qualcosa, ma non finisce la frase che già l’altro è diventato lui, e lui l’altro, per cui obbediscono a se stessi senza mai protestare – e senza mai stupirsi.
Sono simbiotici.
Hanno cappelli da inverno e cappelli d’estate, sempre ridicoli per errore di dimensione e colore.
All’entrata, hanno appesa una lista:

1 ora 2 euro
2 ore 4 euro
3 ore 6 euro
4 ore 8 euro
5 ore 10 euro
6 ore 12 euro
7 ore 14 euro
8 ore 16 euro
9 ore 18 euro
10 ore 20 euro
11 ore 22 euro
12 ore 24 euro

Pensavo fosse per i clienti – invece serve a loro quando devono farsi pagare.
Lavorano lì da quarant’anni. Penso che quando morirà uno, morirà anche l’altro, e viceversa. E, di sicuro, hanno già scelto in quale piazzola farsi sotterrare.

Oblò

Ancora un post dal blog su Splinder, la cui chiusura è prevista per fine gennaio. Si parla di un giorno d’estate qualsiasi.

Questa mattina, mentre sognavo qualcosa di informatica, è suonato il campanello. Barcollando nella riverbero baluginante del mattino sono andato a rispondere. Era il vicino, quello con la barba, quello che sa tutto di tutti – quello che il giorno in cui mi sono trasferito qui a Padova, il primo pomeriggio in cui avevo preso possesso della mia casa, ha chiamato i vigili per far multare la mia macchina troppo vicina allo stop. “Deve spostare la Picasso, è sotto un ramo che si sta per spezzare”. Io ho detto “va bene” e ho messo giù. Ero in mutande.
Ieri a Padova c’è stato un vero nubifragio – roba da tropici del Cancro, o giù di lì. La pioggia arrivava orizzontale, tanto forte era il vento che la spingeva. Dalle finestre di casa dei miei, dove mi ero rifugiato, vedevo palline da golf ghiacciate frantumarsi sui tettucci di macchine innocenti – subivano immobili quella furia. Qualcuna di queste palline sbatteva anche sui vetri di casa. Mia mamma ha pianto, come è solita fare in queste circostanze. In effetti, c’era il senso di una tragedia ineludibile: perfino i gatti sono scappati sotto i letti. Quando poi, finita la burrasca, sono uscito, alle otto di sera, in un’aria talmente fresca da non sembrare neanche vera, ho visto alberi a pezzi, e antenne piegate a metà, e tombini intasati di schifezze. Una rumena camminava con l’ombrello in mano, un paio di sandaletti estivi, e una gonna sopra il ginocchio, ampia. Sembrava leggera.
Questa mattina, mentre sognavo, non pensavo che anche la mia macchina potesse essere a rischio. E in ogni caso, non ce l’ho fatta a scendere subito. Mi sono seduto in cucina, nell’aria afosa che qui ci tormenta, e ho aspettato che mi arrivasse la voglia. Poi, ho messo su un caffè, e mi sono riseduto. Difficile, il lunedì. C’era la lavatrice piena. Le mutandine dei bambini, con Cars e L’uomo ragno stampati sul davanti, mi guardavano da dietro l’oblò. Parevano spettatori della vita, in attesa di poter entrare in scena. Immobili, certo, ma vivi. Ho chiuso lo sportello di legno: mi guardavano con troppa insistenza.
Alla fine sono sceso. C’era un rumore d’estate – quel silenzio post prandiale già alle nove di mattina. Qualcuno tagliava legna, a Padova – rami in sospeso, probabilmente, che minacciavano chissà quante altre macchine. Il parabrezza era sepolto dagli aghi dei pini marittimi. Sono entrato, ho messo in moto, l’ho spostata. C’era fresco, dentro, e silenzio, come quando si entra in una macchina sepolta dalla neve. Ora, siamo tutti al sicuro.
Al secondo caffè, in cucina, ho riaperto lo sportello della lavatrice, e ho rivisto le mutande che mi guardavano. Sembravano le mucche che si avvicinano al recinto, per curiosità. Erano nella stessa posizione di prima, ma pareva stessero trattenendo il respiro. Le ho liberate, e ora sono appese allo stendino, libere.
Adesso dalla finestra vedo una farfalla bianca che sale. Le piante sono tutte a riposo. L’erba è verde, proprio verde, che mi verrebbe voglia di staccare la spina. C’è estate, in giro. Mica semplice, resisterle.

Vedendo la cecità e la miseria dell’uomo, contemplando l’intero universo muto e l’uomo senza luce, abbandonato a se stesso, e come smarrito in questo piccolo angolo universo, senza sapere chi ce l’abbia messo, che cosa sia venuto a farci, che cosa diventerà morendo, incapace di qualsiasi conoscenza, cado in preda allo spavento come un uomo che fosse portato addormentato su un’isola deserta, e che si svegliasse senza sapere dove si trova, e senza aver modo di uscirne.

vs

Quanto a me, se considero Parigi o Londra, non vedo alcun motivo per piombare in quella disperazione di cui parla Pascal; vedo una città che non assomiglia in nulla a un’isola deserta, ma è popolosa, ricca, civile, dove gli uomini sono felici per quanto lo consente la natura umana. Quale saggio è disposto a impiccarsi perché non sa come porsi faccia a faccia con Dio? Perché infonderci orrore per il nostro essere? La nostra esistenza non è così infelice come si vuol farci credere. Considerare l’universo come un carcere, e tutti gli uomini come criminali in attesa di esecuzione, è un’idea da fanatico.

La fuga

Altro post recuperato da Splinder: era il giugno del 2008, e io ero da un cliente. Le cose, da allora, non sono cambiate molto, ma se non altro è finito quella sensazione di solitudine e smarrimento che ha caratterizzato la mia vita di consulente tra il 2005 e la fine del 2008.

E’ da questa prigione, che scrivo. Da un ufficio con i vetri grigi e il telefono che squilla. Da un cliente che chiede e non dà mai. Da questo silenzio, da questo treno in viaggio, da questa solitudine che mi porto in giro per l’Italia. In questo momento, attraverso un angolino della finestra, dietro ad una targa argentata appoggiata sul mobile con scritto “ENCOMIO SOLENNE – Per l’ottimo risultato di fatturato di Area, per l’eccezionale incremento rispetto al Consolidato, per la Dedizione e l’Impegno dimostrati nella conduzione del proprio team” – chi c’era, qui, prima di me? – vedo passare camion e macchine, come se tutto questo affannarsi avesse un senso: ma per me è solo attesa della vita vera, quella che prevede abbracci, chiacchiere, carezze, occhiate.

Scrivo da questa prigione, che se non ci fosse, potrei anche fare a meno di scrivere – non avrei nulla dal quale fuggire. Se fossi in un prato pieno d’erba, sul dorso di una collina, verde fino in fondo, starei semplicemente zitto. Le parole sono lenzuola bianche che annodo, l’una all’altra – farle scorrere attraverso la grata – la fuga.

K.

Nel 2008 avevo la passione per Kafka – un ritorno di fiamma dopo un’analoga passione esplosa intorno ai 13 anni. Su Splinder scrissi alcune riflessioni, che ora riporto qui su WordPress, prima che la mannaia della chiusura di quella piattaforma risucchi tutte le parole scritte.

In questi giorni sto pensando a a Kafka.

Sto arrivando alla conclusione che il suo procedimento narrativo sia l’esatto contrario di quello che si adotta normalmente per descrivere qualcosa – il processo, diciamo così, “metaforico”, per cui si parte dalla realtà e si cerca una rappresentazione più o meno evocativa, capace di illuminare l’essenza dell’oggetto.

In Kafka il reale è un mondo che non si conosce, di cui si intuisce solo l’imponenza, ma non il profilo. E’ possibile guardare l’ombra, confusa, ingannevole, che proietta sulle cose di tutti i giorni – questa ombra sono i fatti, le persone, le cose che accadono, le porte, le camere, le tane – e nel loro scollamento, nella loro mancanza di coerenza, si può tentare di immaginare cosa potrebbe esserci là, sopra di noi (o sotto: o da qualsiasi altra parte, non si parla di Dio): oltre l’uomo.

Kafka legge i sintomi con la precisione di un patologo – di un medico legale che compie il rito dell’autopsia – ma non conosce le cause. Lui, è dentro alla caverna di Platone, e vede ombre – ma si sa bene che il procedimento che da un oggetto genera l’ombra non è reversibile, cioè non è possibile risalire ai contorni dell’oggetto dalla sua proiezione su un piano.

E’ per questo che ciò che scrive non è la metafora di qualcosa, ma la realtà tangibile di metafore che non conosciamo.

La gara

Continua il travaso di vecchi post da Splinder a WordPress. Questa è una specie di poesia, blasfema quanto basta, che avevo pubblicato anche su un blog di filastrocche (uno dei tanti che avevo su blogs.it), e che inizialmente faceva parte della raccolta di racconti “Antropometria”, ma che fu lasciata fuori, assieme a tutte le altre.

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Un’amica ed io,
prima del duemila,
ci sfidammo,
carichi di entusiasmi giovanili,
in una gara
- lo giuro -
d’orgasmi

i suoi contro i miei

e vinse lei,
per otto a
sette:
non bastarono
le sue tette
o l’accanimento orale
per staccarla
in un rush
finale.

Ma è già tanto:
alla fine,
come un santo
eiaculavo sangue -
mi scusi Dio,
ma per un attimo ho creduto
d’esser Padre Pio.

Paraboliche

Scopro, sul blog di Morena Fanti, che Splinder chiuderà il 31 gennaio 2012. Non è una bella notizia – le informazioni non sono mai durate così poco come nella società delle informazioni. Per un po’, ho avuto anch’io un blog su quella piattaforma – prima di WordPress (il miglior posto dove scrivere) e dopo blogs.it (esperienza meravigliosa conclusa malamente). Non voglio che quelle cose finiscano nell’oblio – non sono importanti, ma fanno parte di me. Inizio così, piano piano, la migrazione manuale dei post (quasi tutti molto brevi) da quella piattaforma moribonda, a questa ancora vivace. Questo, fu scritto il 27 maggio del 2008.

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Se dunque ora scendesse in Terra Gesù Cristo, un tizio alto e magro con la parlantina sciolta, e dopo qualche anno di teleprediche su reti locali – intervallate, le parabole, da mobili scontati del 50% – fosse accusato di un qualche reato – tipo corruzione, peculato, o sfruttamento della credulità popolare – e  il suo avvocato difensore – un principe del foro che davanti alle telecamere del Tg1 ha sempre fatto una bellissima figura – chiedesse, a gran voce, il riconoscimento dell’infermità mentale per il suo assistito – un libro alto così di prove, scritto da quattro amici suoi – e dopo 12 anni di dibattimenti, appelli, sentenze annullate, ricusazioni, finalmente fosse condannato a 5 anni di carcere (dei quali ne sconterebbe, per la legge Gozzini, uno e mezzo), e poi, una volta uscito, questo Cristo alto e magrotrascinasse la propria esistenza tra mense pubbliche e materassi davanti alla Stazione, fino a morire d’inedia, magari in una città svuotata dalle vacanze pasquali, ecco, dico, pensi che tra 2000 anni ci sarà ancora qualcuno che parlerà di lui?

Presentazione a Castel di Sangro del 28 ottobre 2011. Parlo io, e parla l’editore Francesco Coscioni. Bellissima esperienza – ma che difficile ascoltarsi parlare!

 

Ieri sera ho letto una (tragica) notizia di cronaca che è quasi un racconto già pronto. Un ragazzo di 19 anni, lasciato dalla fidanzata, la chiama e, in diretta, minaccia di suicidarsi. Lei, preoccupata, telefona a due amici comuni chiedendo loro di chiamarlo per convincerlo a desistere; i due partono in motorino e raggiungono l’aspirante suicida il quale, fuori di sé, brandisce una pistola del padre. I due chiamano la ragazza, e le dicono che lui sta facendo sul serio; lei lo richiama, e lo convince a desistere (probabilmente con qualche promessa). Il ragazzo appoggia la pistola sul tavolo. Poco dopo, riprende i suoi propositi suicidi; allora richiamano la ragazza che di nuovo gli parla: e mentre i due discutono, dalla pistola che il ragazzo ha di nuovo preso in mano, parte, per errore, un colpo che uccide uno dei due amici. La ragazza sente il rumore, inizia a gridare e a chiedere spiegazioni, ma ovviamente nessuno le dà retta: con il telefono acceso, sente solo grida disperate, pianti, e imprecazioni. Poco dopo chiamano il 118, e i dottori, arrivati in pochi minuti, possono solo constatare il decesso.
Un racconto, ovviamente, non può limitarsi a raccontare un fatto di cronaca. Un simile, tragico avvenimento, infatti pone una domanda imponente, terribile: ma, secondo i miei gusti, manca la risposta. Una risposta che deve per forza essere individuale, e unica – non una spiegazione filosofica, o un’interpretazione psicologica, ma la risposta di un essere umano posto di fronte al mistero dell’amore e della morte, quando queste due forze inspiegabili si intrecciano. E la scrittura, in questo senso, assomiglia al processo di vinificazione: parti dallo zucchero dell’uva, e arrivi alla sua evoluzione alcolica. Serve tempo – serve che quello zucchero fermenti. La soluzione narrativa non può arrivare attraverso la concentrazione, o l’applicazione sistematica del pensiero a un “oggetto drammatico”. Bisogna fare come si fa con lo zucchero filato: si infila un bastoncino in una specie di turbina, e si attende che, attorno alla sua consistenza, si costruisca una forma.
Nel caso specifico, piano piano si tenteranno vari approcci – possiamo prendere il punto di vista del ragazzo che morirà (magari situando il tempo nell’istante successivo al colpo: lui è ancora cosciente, e capisce che sta morendo), della ragazza che non vede ma sente (e raccontare tutta la storia senza mai vederla), del ragazzo che sta tentando di uccidersi (allora il racconto potrebbe svolgersi tra vent’anni: lui vede suo figlio che sta crescendo, e che curiosamente assomiglia al morto, e pensa al suo peccato originale). Ecco, questa trama è un semino che si pianta: forse crescerà un filo d’erba, forse un castagno, o forse nulla.

Il mondo pullula di piccole città. Di piccole città insignificanti, dove vivono migliaia di persone che non si sposterebbero da là per nulla al mondo, perché le comunità si costruiscono attorno alle persone che la vivono, ai luoghi che insieme si frequentano. La settimana scorsa, ad esempio, ero a Castel di Sangro, una piccola città abruzzese dove ha sede la Neo Edizioni, e là, dopo una presentazione di Antropometria, siamo andati nel pub storico del paese, che proprio quel giorno festeggiava i trent’anni di apertura. Sul palco un certo Gianni Rocci, aka Mr Rock, suonava musiche dei Depeche Mode. “Lui” – mi ha detto Francesco Coscioni – “è quello che ha portato il rock a Castel di Sangro, alla fine degli anni ottanta”. Per ascoltarlo, per vederlo, la gente è salita in piedi sulle panche. E mentre bevevo una birra, con una bombetta nera in testa (i proprietari del pub regalavano cappelli, quella sera), ho pensato che non era importante dov’ero – cosa fossero, in termini assoluti, quel pub, e quel cantante che suonava sul palco – ma che contava solo ciò quel cantante e quel pub significavano per le persone di Castel di Sangro: per quella comunità.

A volte, però, succede che una piccola città dia i natali a qualcuno che poi, nel mondo assoluto, quello che tutti conoscono, emerge e si fa conoscere. Questa mattina, approfittando del fatto che sono ammalato, ho letto un piccolo pezzo su un’esibizione di DJ a Torino alla quale, forse, avrebbe partecipato Thom Yorke, il celebre cantante dei Radiohead. Per chi non lo sapesse, Thom Yorke è considerato una delle personalità più influenti nel mondo della musica; ma, oltre a questo, è considerato anche una delle persone più scontrose e riservate di tutto il rock establishment. Sui motivi per i quali abbia un così brutto carattere ci sono alcune ipotesi, che vengono derivate dalla sua biografia: il problema all’occhio sinistro (una blefaroptosi, probabile conseguenza di alcuni interventi sbagliati durante la prima infanzia), i continui cambi di scuola per il lavoro del padre (un venditore di prodotti chimici), o – propongo io – la nascita in una piccola città di provincia nel cuore dell’Inghilterra: Wellingborough.

Wellingborough è una città con meno di cinquantamila abitanti, fondata nel sesto secolo dai Sassoni, e che nel corso della sua storia non ha dato alcun contributo alla storia del mondo – il che potrebbe essere anche un vanto, visto lo stato in cui si trova il mondo adesso. In rete si possono trovare alcuni filmati su questa città, come quello che riassume il ventesimo secolo di Wellingborough in meno di quattro minuti (particolarmente interessante sono: 1) il sosia di Hitler che guida la banda del paese, durante la raccolta di fondi per l’ospedale, che si intravede al quindicesimo secondo e 2) il grande spazio dedicato allo zoo cittadino):

 Il sito ufficiale della città non riporta alcuna notizia storica: ci sono moduli per pagare le multe, suggerimenti su come proteggere gli animali domestici dalle conseguenze dei fuochi d’artificio (che, dice il sito, sono usati in ricorrenze come il Capodanno o come il Diwali: il Diwali (in sanscrito दीपावली)  è una festa indù che, evidentemente, è molto sentita nella comunità multietnica di Wellingborough), e comunicazioni sulla raccolta dei rifiuti (quella dei giardini privati è stata interrotta alla fine di ottobre).

In generale, quindi, se escludiamo il fatto che qui è nato Thom Yorke, Wellingborough non ha nessun buon motivo per essere visitata. Ed è per questo, probabilmente, che è stato inventato Street View: per osservare tutta quella parte del mondo che è sempre sfuggita a qualsiasi interesse turistico. Salgari apriva l’Atlante e immaginava avventure di pirati; io lancio Street View, e cerco di immaginare come possa essere la vita di chi nasce, cresce, mangia, si muove, si diverte, va al pub, in una città che non visiterò mai.

E così, mi sono messo a girare per le stradine di Wellingborough, e ho trovato le classiche case inglesi con i mattoni a vista, le piccole casette con le tendine alle finestre (affacciata a una delle quali, mi aspetto sempre di intravedere Eleaonor Rigby, che indossa un viso che tiene in un vaso di marmellata vicino alla porta), un parco nel cuore della città, e le strade del centro piene di piccoli negozi.  Infine, la zona pedonale.

hello Dolly

Zona pedonale

 

Proprio nel centro della strada, c’è quel “cilindro” che viene spesso usato in Inghilterra per la pubblicità – se ne trovano molti anche in Francia, specialmente a Parigi. La foto scattata dalla macchina di Google immortala una mega locandina di “Hello Dolly!“.

“Hello Dolly!” è, in origine, un musical di Broadway, dal quale nel 1969 è stato tratto un film con Barbra Streisand, Walter Matthau (nel suo unico musical) e Louis Armstrong. Non credo si tratti di un grande capolavoro (uno dei più influenti critici cinematografici americani, Vincent Canby (che dal 1969 fino alla sua morte nel 2000 era stato il caporedattore della sezione Cinema del New York Times) disse che il regista e il produttore merely inflated the faults to elephantine proportions), ma il duetto tra Louis Armstrong e Barbra Streisand è un classico del cinema:

Ma cosa c’entra “Hello Dolly!” con Wellingborough? Cercando un po’ su Internet, si scopre, abbastanza facilmente, che tra martedì 24 marzo e sabato 28 marzo del 2009, al The Castle di Wellingborough andava in scena proprio questo musical. I biglietti costavano 11.50 sterline (mentre quelli per le matinees solo 8.50). Sempre tramite Street View, sono andato a vedere dove sia, questo The Castle (al quale è dato ampio spazio nella parte finale del filmato sul ventesimo secolo di Wellingborough), e, incrociando quello che ho visto con informazioni recuperate con Wikipedia, scopro che si tratta di uno spazio comune destinato alla comunità, creato nel 1995, il cui aspetto ricorda vagamente quello di un castello. Lo spettacolo che si è tenuto nel 2009 era organizzato da una piccola compagnia teatrale locale, la Wellingborough Amateur Operatic and Dramatic Society - talmente piccola che, nel sito dove era possibile acquistare i biglietti, c’era un appello con il quale la compagnia chiedeva se qualcuno poteva affittare loro alcuni oggetti che mancavano per lo show (per informazioni, chiamare Mary al numero 01536 516661 (poiché non esiste un limite alla profondità delle ricerche che si possono fare, è possibile sapere che questo numero è intestato a una certa signora Boyfield, che, tra le altre cose, l’11 settembre del 2008, alle 11.26, pubblicava un annuncio per la ricerca, disperata, di un pianista per la Wellingborough Amateur Operatic and Dramatic Society, per sostituire la pianista che si era rotta un dito)).

Piccoli mondi, dunque, che riproducono, in miniatura altri piccoli mondi. Castel di Sangro non è poi così lontana dal The Castle di Wellingborough. E nella città dove è nato il fondatore dei Radiohead, tra gli inventori del rock contemporaneo, si organizzano musical anni sessanta chiedendo in prestito il materiale di scena agli stessi spettatori: qualcuno è rimasto, qualcuno è partito, eppure c’è la sensazione che la felicità non dipenda dalle dimensioni (appunto), ma dal semplice piacere di stare insieme. E forse non è un caso che la seconda persona più popolare di Wellingborough sia, dopo Yorke, un certo Sir Paul Pindar che combatté, invano, contro il mayor della sua città che voleva costruire la nuova stazione al posto della sua locanda, del suo pub: un posto dove, un secolo dopo, avrebbe potuto suonare Gianni Rocci…

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