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Qualche mese fa un’amica, Morena Fanti, mi ha chiesto se ero interessato all’idea di partecipare ad un concorso per racconti da scriversi rigorosamente a quattro mani. Qualcosa di analogo era già stato fatto l’anno precendente, organizzato sempre da un certo Remo Bassini, tramite il suo blog. Il tema da affrontare era “L’Italia di oggi”. Numero massimo di battute, spazi compresi: 5000.

Non avevo mai scritto nulla a quattro mani, prima di allora, e quindi non avevo alcuna esperienza. Dapprima, abbiamo provato a scambiarci qualche idea, ma senza ottenere nessun risultato apprezzabile. La situazione si è sbloccata quando Morena mi ha inviato un incipit dove erano delineati il luogo, i personaggi, e la situazione. Ho provato a continuare, fino ad arrivare ad un racconto completo – il cui finale, però, non reggeva. Ho ripassato la palla a Morena, che ha cambiato il finale, e sistemato i dialoghi secondo il suo punto di vista. Questi scambi sono continuati per due o tre volte: il risultato finale, indipendentemente dal suo valore, ha la caratteristica di non essere né mio né suo, ma di entrambi.

Per la cronaca, il concorso è andato a monte per diatribe tra giurati, concorrenti, organizzatori – e in un certo senso, la vicenda è stata la storia più rappresentativa dell’Italia di oggi…

Per scaricare l’ebook completo: L’Italia di oggi

Per vedere tutte le fasi che sono state necessarie per arrivare al risultato finale:
Scrivere un racconto in due di Morena Fanti.

E infine, il racconto.

Il morto del mercoledì

“È il morto di ieri?”
“Sì.”
“Testimoni?”
“Nessuno.”
“Indizi?”
“Una ripresa della telecamera interna. Le solite immagini sgranate. Ombre che si muovono. E non si vede il fatto. Solo l’uomo a terra.”
Rimasero in silenzio. Uno dei due girava alcuni fogli tra le mani; l’altro si avvicinò e sbirciò quelle carte da sopra la sua spalla.
“Nessun documento in tasca. Non sappiamo neppure chi è.”
“Non aveva niente con sé. Nessun documento. Ma si capisce che non è italiano: ha la pelle scura ed è circonciso. Marocco, Tunisia. Un magrebino. O qualcosa del genere.”
“Causa del decesso?”
“Emorragia cerebrale. Perforazione di un polmone. Spappolamento del fegato. Una di queste tre.”
L’altro rimase in silenzio.
“Si sono accaniti. Ha tutte e due gli avambracci spezzati: cercava di proteggersi il volto. Gli hanno tirato calci fino a che gli hanno rotto le braccia e poi gli hanno sfondato la faccia.”
“Ma non era alla fermata della metropolitana? Come è possibile ammazzare di botte qualcuno in una metro?”
“Non lo so, Mauri’. È successo così, come succede tutto in questo paese.”
“E nessuno è intervenuto?”
“Nessuno, Mauri’. Le telecamere interne della metropolitana mostrano solo questo tizio che si trascina a quattro zampe. Poi crolla con un sussulto, vomita, si gira su un fianco. E basta. Morto.”
Silvio si alzò e si avvicinò alla finestra; l’aprì, inspirò un boccone d’aria, guardò giù.
“Ecco, guarda laggiù. Li vedi? Sono tutti rumeni, albanesi e marocchini. Stanno lì a fare niente: fumano e bevono birra. Guardano le ragazze e fanno commenti. Non c’è da meravigliarsi se la gente non interviene quando qualcuno gli mena.” Si girò verso il collega e poi riprese a parlare: “Magari era uno di quelli e sono stati proprio loro a farlo fuori. Un regolamento di conti.”
“Il che significa che possiamo chiudere il fascicolo, portarlo dal magistrato e dirgli che non arriveremo mai ad individuare i colpevoli. E neanche la vittima.”
“Neanche la vittima. Ma non è un problema. Se un cane morde un uomo non fa notizia. Figurati quando i cani si azzannano tra di loro.”
Silvio sbadigliò. Fame. O noia. Maurizio si avvicinò al tavolo, sfogliando i fogli che lo ricoprivano.
“Cosa cerchi?”
“Il CD. Voglio vedere le riprese delle telecamere.”
Silvio si spostò dalla finestra, si sedette e armeggiò sui tasti del portatile. Aprì la cartella Omicidi. E poi il file “metro.mpg”.
“Alza un po’ il volume” disse Maurizio, girando attorno al tavolo per mettersi alle sue spalle.
“Non c’è audio.”
“Non si vede quasi niente.”
“Qui è qualche minuto prima. La gente sta aspettando che arrivi la metro. Qualcuno – ecco, la signora con il vestito bianco – indica nella direzione opposta ai binari.”
“Si stanno agitando.”
“Forse vedevano l’aggressione. Ecco, ora c’è lui che si trascina mentre quelli scappano. Eccolo a terra. Adesso arriva la metro. Guarda la gente che esce: vedi come si biforcano quando escono? Sembra che ci sia una merda per terra, che tutti cercano di non pestare.”
“Eccolo, il nostro morto di ieri! Tenta di alzarsi ma non riesce.”
“Credo che qui sia a malapena cosciente. Sta cercando di scappare, ma non ce la fa. Guarda l’orologio: tra tre minuti smetterà di vivere.”
Maurizio ebbe un brivido, anche se quella creatura barcollante era già morta.
“Arriva gente, ma nessuno si avvicina. Questa ragazza si porta le mani davanti alla bocca. Ma guarda adesso: prende il cellulare e fa una foto!” Silvio sembrò divertito dal particolare.
“Cazzo, nessuno muove un dito!”
“Nessuno, Mauri’. Nessuno.”
Poco dopo, assistettero al crollo, al sussulto, al vomito, all’immobilità. Arrivò un altro convoglio; altra gente uscì evitando il corpo. Quindici secondi dopo, c’era solo il profilo di un uomo disteso a terra, immerso nella penombra. Da questa parte del video, rimasero entrambi in silenzio.
La porta si aprì di colpo, ed entrò Gigliozzi.
“Dotto’, di là c’è la moglie del morto di lunedì. La faccio passare?”
“Ma di che parli, Gigliozzi? Quale moglie del morto?” Silvio reagiva sempre in modo brusco alle interruzioni.
“La moglie di… non so dire il nome, dotto’.”
La faccenda si presentava male e Silvio si stava innervosendo. Maurizio intervenne in soccorso di Gigliozzi.
“Silvio, scusa, è quel marocchino, Nabil Benhaya, che è stato aggredito a piazza Navona. Quello che è morto dopo il ricovero. Frattura cranio, nessun testimone.”
“Come hai detto? Nassir? Bendir? Cazzo, hanno tutti dei nomi impossibili… Ha ragione Gigliozzi: chiamiamoli con il giorno in cui vengono ammazzati. Il morto del lunedì, il morto del martedì ecc ecc.”
Silvio sorrise soddisfatto della soluzione; ma il sorriso si spense per un pensiero improvviso: “Eh, ma se ne uccidono due in un giorno?”
Ci pensò su un istante; poi riprese a sorridere e annuì soddisfatto “… li chiameremo con un numero progressivo: morto del lunedì uno, morto del lunedì due…”.
Altra pausa. Sguardo pensieroso. E poi Silvio riprese: “Che giorno è oggi?”
“Giovedì.”
“Ottimo”, si alzò dalla sedia, prese la cartellina in mano e aggiunse: “e ora, portiamo il “morto del mercoledì” al magistrato.”

“La città di Amsterdam non ha forse sperimentato i benefici di una grande libertà? Il che non ne impedisce lo sviluppo, senza posa, in tutti i campi, suscitando  l’ammirazione degli altri popoli. In questa fiorente repubblica e magnifica città, gli uomini – provenienti da tutti i Paesi e appartenenti a ogni tipo di setta religiosa – vivono nella perfetta concordia. Quando si accingono a fare un investimento, i cittadini si preoccupano solamente di sapere se l’individuo con cui stanno trattando sia ricco o povero, se può essere degno di fiducia o se ha fama di imbroglione. Una volta ottenute queste informazioni, non s’interessano affatto di sapere quale sia la religione o a quale setta aderisca la controparte perché, nell’ipotesi che un giorno ci si dovesse presentare davanti a un giudice, tale considerazione non servirebbe né a vincere né a perdere il processo.”

spinoza

Baruch Spinoza

(Spinoza, citato in Spinoza, un romanzo ebreo, Alain Minc, Baldini & Castoldi editore)

Anni fa mio padre mi raccontava che un professore universitario, un suo collega, si vantò con lui di essere riuscito a far salire in cattedra un emerito coglione: di metterne uno bravo, aggiunse con una risata, sono capaci tutti.

La sindrome da sproporzione di potere si esprime in mille ambiti diversi, ma nasce sempre dalle medesime strutture: pochissimi detengono un potere che può essere esercitato senza alcun controllo; moltissimi aspirano ad un riconoscimento che assume una rilevanza non solo, o non tanto, economica, quanto sociale o legata al prestigio. Esempi classici di questo contesto sono il cinema, la televisione e l’editoria.

Chi detiene questo potere lo può esercitare in modo sobrio, controllato, onesto e integerrimo; oppure può lasciarsi andare a ogni genere di nefando sopruso. La diceria secondo la quale molte attrici famose hanno fatto carriera infilandosi nei letti giusti è una vox populi che difficilmente può essere smentita. Questa considerazione, tuttavia, non dice due cose altrettanto vere: che molte attrici sconosciute si sono infilate nei letti giusti, senza riuscire ad ottenere nulla in cambio, e che spesso la richiesta è fatta in modo più o meno esplicito dal proprietario di quel letto.

E’ molto probabile che nell’editoria il connubio “potere illimitato detenuto da pochi/aspirazioni illimitate da parte di molti” si concretizzi con modalità profondamente diverse rispetto al cinema: ci sono molto meno soldi, ad esempio, e c’è molta più cultura, forse è meno rilevante l’aspetto carnale, e in più serve sempre un po’ di talento per poter pubblicare qualcosa – cosa non sempre necessaria per emergere nel mondo dello spettacolo. Per farsi una vaga idea di quanto grande sia la sproporzione tra il potere degli editor e delle case editrici, e l’aspirazione, spesso ottusa, farcita di luoghi comuni e miti occidentali, di coloro che vogliono (verbo troppo blando: desiderano, bramano, anelano) pubblicare un libro, sarebbe sufficiente andare sul blog di qualche editor, o sulla pagina di Facebook di una casa editrice: si leggerebbero da un lato adulazioni gratuite e incondizionate, e patetici ammiccamenti, dall’altro un sostanziale compiacimento, mescolato ad un fastidio un po’ supponente e molto patrizio. Se quindi ci venisse data l’occasione di leggere cosa succede veramente nel mondo dei libri, se il racconto che ne parla fosse in prima persona e descrivesse, con nomi e cognomi, le disgrazie realmente vissute da uno dei tantissimi aspiranti scrittori (che, è bene ricordarlo, inviano alle case editrici trecentomila dattiloscritti all’anno), e se poi la storia fosse messa giù con una mano sicura e dotata di talento, e ci fossero suspense, e risate, e riflessioni amare, come sarebbe possibile resistere alla lettura di una simile confessione?

Il libro “Tutta colpa di Tondelli”, di Nicola Pezzoli, parla di tutto questo. Un ragazzotto, poco più che ventenne, agli inizi degli anni novanta desidera pubblicare un romanzo appena scritto; dopo essere stato contattato dalla solita casa editrice a pagamento, per un attimo entra nel grande giro, arrivando persino a parlare, faccia a faccia, con Formenton e la mitica Laura Lepri. Poi, per motivi pseudo-politici (Pezzoli viene giudicato non abbastanza di sinistra: questo è quanto dice l’autore), l’occasione sfuma. Poco dopo, però, viene contattato dalla piccola ma intraprendente Transeuropa, diretta da Massimo Canalini, che lo prenderà sotto la propria ala protettrice. E proprio Massimo Canalini diventa, di fatto, il personaggio principale di questo romanzo: un uomo che, secondo la descrizione feroce e un po’ rancorosa di Pezzoli, non è altro che un megalomane senza talento, uno schiavista senza scrupoli, un editore sostanzialmente ignorante e un po’ furbetto, soprannominato l’Ayatollah per motivi che non è difficile ricavare dal contesto complessivo.

Per chi non conoscesse la Transeuropa, credo sia sufficiente fornire due dati: è stata la prima a pubblicare Tondelli (e la sua raccolta di autori under 25), ed è la casa editrice che ha dato alle stampe il celeberrimo Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. La vaga somiglianza, fisica e in termini di scrittura, tra Tondelli e Pezzoli è, in buona sostanza, il motivo per il quale la Transeuropa gli dimostra un vivissimo interesse – interesse che comporta frequenti viaggi non spesati di Pezzoli ad Ancona, sede della casa editrice, contributi di Pezzoli all’editing (o alla scrittura) di pezzi di altri autori della scuderia (in “Tutta colpa di Tondelli”, non manca i nomi e i cognomi in chiaro: Silvia Ballestra, Silvia Magi, Giuseppe Casa, Romolo Bugaro, Andrea Demarchi, Omar Cerchierini, Giulio Milani – ora stabile collaboratore della casa editrice Transeuropa: è lui che ha scelto di pubblicare l’ultimo di Giulio Mozzi sul caso Englaro), e notti estenuanti con Canalini che, parola per parola, detta al povero aspirante scrittore il suo libro: suo di Pezzoli, non di Canalini.

E sono queste storie quasi fantozziane che rendono il romanzo (perché di romanzo, si tratta) un piccolo capolavoro di ironia e dolore, lucido e spietato nell’analisi dei rapporti di forza tra editor/editori e scrittori, pieno di un umorismo dolente e nero: Canalini ubriaco, o addormentato ma con un occhio aperto, che costringe le sue cavie a leggere testi tedeschi in lingua originale, le vessazioni capricciose che il potente impone, senza alcun ritegno, all’ingenuo Pezzoli, come il mangiare quello che dice lui, il vestirsi come dice lui, il cambiare cognome in Ferrari come dice lui, la meticolosa ricostruzione dei viaggi su e giù per l’Italia – viaggi pieni di speranza e di disperazione, in una proporzione che, con il passare degli anni (l’ostinazione e l’ingenuità dell’aspirante scrittore sono all’altezza del delirio di onnipotenza dell’editore) sarà via via decrescente –; gli incontri con gli altri scrittori, nell’appartamento di Canalini o nel terrificante Hotel Viados, le continue promesse mai mantenute, i silenzi che durano mesi, gli improvvisi ritorni di fiamma… Un calvario dove la vittima continua a porgere la propria gola al carnefice che lo ha scelto, nella vana speranza di riuscire, prima o poi, a vedere in una libreria un libro con il suo nome sopra.

Durante la lettura è impossibile non domandarsi: sarà tutto vero? Il sospetto che si tratti di una vendetta piena di risentimento e voglia di far male c’è, e serpeggia soprattutto nelle prime pagine, dove ci si trova di fronte alla classica storia sperimentata, sulla propria pelle, da tutti quelli che hanno provato almeno una volta a pubblicare qualcosa. Ma credo che esista un criterio per giudicare la sincerità dell’autore (aspetto generalmente irrilevante, in letteratura, ma che qui invece conta, se non altro da un punto di vista legale), e questo consista nel misurare i danni che questo libro è in grado di arrecare non tanto al mondo dell’editoria, che immagino assolutamente impermeabile agli attacchi sconsiderati di uno sconosciuto, quanto a chi l’ha scritto: la mia impressione è che l’autore sia davvero onesto per il semplice fatto che egli morsica senza alcuna remora, ritegno o calcolo, la mano che in teoria dovrebbe dargli da mangiare. Perché Pezzoli non scrive a tempo perso, non è un autore della domenica che tiene il romanzo della sua vita nel cassetto, e al quale continua ad aggiungere un paragrafo alla settimana, no: Pezzoli, secondo il racconto che fa di se stesso, ha sostanzialmente rinunciato a prendere in seria considerazione qualsiasi altro lavoro o strada che non sia quella di una possibile carriera di scrittore (tanto che suo padre gli rivolge spesso l’esortazione: “Trovati un lavoro, scrittore del cazzo!”).

Allora questo feroce atto di accusa, che pur puntando il dito contro persone ben precise, ha sicuramente un portato molto più ampio e generale, rappresenta un atto di estremo coraggio, paragonabile al rizzarsi in piedi del servo sbeffeggiato, deriso e illuso, o al NO del prigioniero che, dopo anni di tormenti, si rifiuta di continuare a collaborare con i suoi aguzzini e accetta di pagare fino in fondo le conseguenze della propria ribellione. Certo, ci sarebbe da chiedersi come mai solo lui, tra tutte gli aspiranti scrittori passati per l’appartamento di Canalini, non è riuscito a fare il grande salto (anche se nel finale, si parla di un rifiuto di Pezzoli ad una proposta della Transeuropa arrivata oltre il tempo limite): era l’unico puro e duro? E’ mancato un po’ di sano cinismo? Non si è abbassato abbastanza? Si è abbassato troppo? Non aveva talento? Ma poco importa: è bello pensare che proprio il doloroso, umiliante, per certi versi drammatico, passaggio attraverso gli aspetti meno nobili del mestiere di scrittore abbia, paradossalmente, permesso a Pezzoli di tirare fuori quella storia che inseguiva da sempre, e che probabilmente è diventata la sua opera migliore: la prima (e spero non l’ultima) ad essere pubblicata.

Tutta colpa di Tondelli

Uno degli aspetti che caratterizza la civiltà occidentale dal 1950 in poi è la sostanziale rimozione della morte come esperienza reale, e la sublimazione attraverso la rappresentazione dei suoi aspetti più spettacolari. La morte è diventata qualcosa di simile agli orchi delle favole: esiste, certo, ma solo nel mondo della fantasia, e viene usata consapevolmente come elemento per conferire drammaticità ad una storia. Nella vita di tutti i giorni, invece, si ha la sensazione che, mediamente, non si muoia mai; e che, in ogni caso, sono sempre gli altri, a morire, in altri posti, e in situazioni che non ci sfiorano neppure, e generalmente per un buon motivo.

Così, quando la morte entra in casa nostra, all’improvviso, e porta via una persona che amiamo – una persona innocente che avevamo messa al mondo, accudita, vaccinata, istruita, protetta, educata, una creatura con la quale avevamo condiviso l’esperienza più profonda della nostra vita – ci troviamo privi di qualsiasi mezzo per affrontare il dolore che ne deriva: per elaborarlo, per accettarlo e per superarlo.

Il libro “Orfana di mia figlia”, scritto da Morena Fanti e pubblicato nella collana “Il senso della vita” della casa editrice “Il pozzo di Giacobbe”, racconta un anno di vita di una madre che improvvisamente perde la propria figlia; la racconta con una prima persona partecipe, presente, sincera, attraverso un diario che, giorno dopo giorno, traccia le tappe di un cammino di salvezza.

Orfana di mia figlia - Morena Fanti

Orfana di mia figlia - Morena Fanti

Nel libro, che si basa su fatti realmente accaduti, la morte arriva attraverso un incidente stradale, uno di quelli di cui leggiamo ogni giorno un trafiletto sul giornale locale della nostra città. La mattina ci si sveglia insieme, ci si saluta, e poi la sera niente è più come prima. Niente sarà come prima. Dopo un mese dall’incidente, l’autrice decide di tenere un diario che l’accompagnerà per un anno esatto; e proprio nell’incipit, nella prima pagina, viene enunciato, seppure in modo ancora velato, il senso di questa scrittura:

5 novembre 2001

I calendari di casa mostrano ancora la pagina di settembre. Sul tavolo del soggiorno si sono ammucchiati i telegrammi, insieme alla polvere della desolazione, e io non so da che parte iniziare a fare ordine.

Cosa ne è stato del mese di ottobre? Mi è scivolato tra le dita, senza che io lo abbia notato.

Ecco la prima presa di coscienza: il dolore ci priva del tempo. Il diario, dunque, è la risposta a questa aggressione; e scrivere diventerà un mezzo per cercare di resistere. La registrazione è meticolosa, attenta ad ogni aspetto; ed è coraggiosa, perché affronta non solo il dolore, ma anche la domanda che inevitabilmente pone un lutto così straziante: come si può accettare di continuare a vivere? In altre parole: è giusto ritrovare la voglia di vivere?

Il cammino è lungo e doloroso, e passa attraverso prove durissime. Il 16 novembre la figlia, Federica, avrebbe dovuto laurearsi (tutti i giorni prima della sua morte sono caratterizzati dai preparativi per la tesi, le stampe, la correzione delle bozze, che vedono madre e figlia unite da un legame complice e sereno); nel tentativo di dare una conclusione a questo sforzo, la madre chiede ed ottiene che sia conferito a Federica un Attestato di Benemerenza Post Mortem. La cerimonia, voluta fino in fondo, si rivela straziante – ed è questo, forse, il momento più duro di tutto il libro:

16 novembre 2001

Questo doveva essere il giorno della sua laurea. E’ stato, invece, il giorno in cui ci siamo recati all’Università per il conferimento dell’Attestato di Benemerenza Post Mortem.

Un’esperienza sconvolgente, ancora peggiore del giorno del funerale. Il funerale è atteso e riconosciuto come un evento triste e drammatico. Ci si prepara, quindi, da prima, a viverlo come tale. Si cerca di affrontarlo come tale. [..]

Il giorno che avrebbe dovuto essere il coronamento di tanti anni di sacrificio e d’impegno, e che avrebbe dovuto vedere tutti noi in festa per la fine del lavoro di Federica e l’inizio della sua nuova vita, ci ha colto, invece, impreparati a questa angoscia e ci ha sbattuto un’altra volta di fronte alla realtà. Federica non è più qui a festeggiare questa ricorrenza. [..]

Quando siamo arrivati in facoltà e ho visto tutti i gruppi di parenti e amici, pronti a festeggiare i neolaureati, mi è venuto un groppo alla gola. Poi hanno chiamato “la mamma di Federica” e le lacrime hanno iniziato a spingere sulle palpebre. Quando siamo entrati e la commissione mi ha invitato ad ascoltare le parole del conferimento ero già tanto sconvolta da tremare. Alla fine, quando ho stretto la mano di tutti i componenti della commissione e la relatrice di Federica mi ha assicurato che avremmo ricevuto a casa l’attestato, singhiozzavo tanto forte da esserne disperata.

Siamo poi usciti dalla sala e il fotografo si è avvicinato per chiedermi se m’interessava avere le foto. Ero tanto sconvolta che non gli ho risposto maleducatamente, anche se avrei voluto, ma ho formulato sottovoce un semplice “No, grazie”.

Come nel libro “L’anno del pensiero magico”, di Joan Didion, anche qui, in “Orfana di mia figlia”, le date assumono un ruolo centrale nell’elaborazione del dolore: ogni giorno ne richiama uno trascorso, con tutto il suo carico di ricordi struggenti. Il proprio compleanno, quello di Federica, il Natale, il primo pranzo a casa del fidanzato, i due mesi dalla morte di Federica, i tre mesi dall’attacco alle Torri Gemelle (l’autrice ricorda la reazione di sua figlia a quella strage), la festa della Mamma (quando constata che nessuno la chiamerà più mamma: ora, è orfana di sua figlia), il giorno in cui gli storni iniziano a fare il nido: ogni data diventa l’occasione per ricordare, quindi elaborare, e infine accettare, che esiste un passato immutabile, pieno di Federica, un futuro che non la conterrà affatto, e un presente che è una sorta di ponte lungo un anno tra la vita che c’è stata e quella che sarà.

Il libro è percorso da tanti temi che emergono, spariscono, poi riaffiorano sempre più consapevolmente, intersecandosi l’uno con l’altro; uno di questi gira attorno ad una domanda: esiste una responsabilità della madre per la morte della figlia?

27 febbraio 2001

Penso spesso a quegli ultimi giorni e il mio ricordo di quella mattina è vivido come se rivedessi un film già visto troppe volte.

Stavo per uscire, quando mi sono ricordata di alcune fotocopie che dovevano essere consegnate in copisteria per aggiungerle alla tesi.

Ho chiamato Federica, che era al piano di sopra, per assicurarle che le avrei portate io, perché dovevo andare dal parrucchiere che si trovava nella stessa via. Lei è scesa e si è seduta sul quarto gradino per darmi le ultime istruzioni. Era molto bella, felice di essere ormai arrivata vicino al traguardo della laurea. [..] Felice di vivere!

Verso mezzogiorno le ho telefonato per dirle della copisteria: il giovedì mattina saremmo dovute andare insieme per controllare tutto prima della stampa definitiva. Due ore dopo mi ha chiamato lei, per un consigio sull’abbigliamento. Abbiamo riso e poi mi ha salutato dicendo:

Ci vediamo stasera”.

Non ho avuto nessun presentimento, nessuna angoscia. Come è possibile?

Ho lasciato andare verso una cosa così orrenda la persona che più avrei dovuto proteggere al mondo. Come ho potuto non sentirlo? Perché non sono stata capace di proteggerla? Come ho potuto permettere che accadesse? Se avessi lasciato a casa l’auto forse non sarebbe successo, ma non ci ho pensato perché Federica non guidava volentieri. [..]

Ho anche pensato che se non avessimo comprato la casa, forse non sarebbe successo.

Un altro tema che viene abbozzato all’inizio, e che poi diventa sempre più nitido ed importante, è quello della consapevolezza che il diario potrebbe diventare uno strumento in grado di aiutare chi dovesse trovarsi in una situazione simile; tema che spesso viene messo in relazione agli scopi della scrittura.

12 marzo 2002

[..]

Per me è molto importante questo progetto e lo porterò avanti fino alla fine. Scriverò fino al cinque novembre, la data che ho stabilito all’inizio. Forse non riuscirò a pubblicarlo e farne un libro vero. Se così fosse, a chi lo farò leggere, allora? Non lo so, non ha importanza. Intanto continuo con la scrittura perché non posso farne a meno.

Scrivere mi aiuta a conoscere meglio quello che provo e, forse, ad esorcizzarlo e a farlo diventare meno angosciante. Scrivere, però, è anche molto faticoso, e mi procura molte lacrime, ma so che quelle ci sarebbero lo stesso. Non è la scrittura che fa piangere.

E poi c’è la salvezza. L’autrice ha chiaro fin dall’inizio che la vita deve andare avanti: tutto è perduto, tranne il rispetto di se stessi. A questo rispetto, la madre si aggrappa con tutte le forze: in novembre decide di andare dal parrucchiere perché non si sente in ordine; in marzo afferma chiaramente che esce allo scoperto quel “rispetto di noi” che dovrebbe essere alla base di ogni nostro comportamento, e che è il mantenimento della nostra forza e della voglia di essere sempre ben presenti a noi stessi. [..] Quando mi guardo allo specchio, voglio prima di tutto ritrovarmi: solo se io crederò di esserci, gli altri potranno vedermi.

Ma il momento più intenso, più straziante, e forse più bello, di un libro che in moltissimi punti commuove fino alle lacrime – lacrime vere, dolorose –, è il giorno in cui, passati sei mesi dalla morte di Federica, l’autrice decide di affrontare un ricordo che è il nocciolo del suo rapporto con Federica. Il 30 settembre, due giorni prima della tragedia, la famiglia vive una domenica come tutte le altre: chiacchierate, tv, cena, tutto in un’atmosfera di buon umore condiviso. Poi:

2 aprile 2002

[..]

Quando siamo andate a dormire, Federica, che mi aveva già augurato la buona notte almeno tre volte, ha salito le scale con me. Quando siamo arrivate al piano di sopra, prima di dividerci per andare nelle rispettive camere, lei mi ha abbracciato e mi ha ringraziato per la buonissima cena e per aver invitato Giovanni [il fidanzato di Federica]. Poi mi ha chiesto: “Mamma, sono ancora la luce dei tuoi occhi?”.

Questo era un vecchio gioco tra noi. Tanti anni fa, all’ennesima sua domanda: “Mamma, mi vuoi bene?”, io risposi dicendo: “Se ti voglio bene? Ma tu sei la luce dei miei occhi!”. [..]

Quella sera [due giorni prima della tragedia], alla sua domanda, l’ho abbracciata e le ho detto: “Certo! E lo sarai per sempre!”.

[..]

L’unico motivo che mi fa resistere in questo inferno è la consapevolezza di aver amato mia figlia, e di aver fatto tutto quello che io credevo fosse necessario per renderla una persona adulta, autonoma, felice e in grado di affrontare la sua vita [.]. Sapere, inoltre, d’averla sempre circondata di quello che per lei era necessario, cioè Amore, di non averlo mai risparmiato o evitato per tutte le piccole scuse che usiamo di solito, mi aiuta ad andare avanti.

[..]

Quanto sono contenta di averlo detto e di avere avuto tante occasioni per fare sentire a mia figlia tutto l’amore di cui era circondata!

Da qui in poi, nonostante il dolore continui a riemergere, nei modi e nelle occasioni più inaspettate, c’è la chiara convinzione che tutto quello che poteva e doveva essere fatto, è stato fatto. Il passato ha trovato il modo di chiudersi, di risolversi, di completarsi, senza lasciare nodi insoluti, domande irrisolte, richieste inattese. Federica è morta, e Federica c’è ancora. La vita è finita, e la vita va avanti. Così il libro, che parte dall’evento più doloroso che si possa immaginare – la morte di un figlio – diventa un profondo, accorato, sincero, potente, inno alla vita.

Lettura

Lettura di "Orfana di mia figlia" - Morena Fanti

La domanda

Mio padre sostiene di soffrire di tutte le malattie, esclusa l’ipocondria. Per questo motivo, con una frequenza quasi mensile, si reca, o viene recato da un’ambulanza, al Pronto Soccorso, allo scopo di dare un nome ai malanni sicuramente mortali che lo colpiscono. L’esito tipico di queste visite è che probabilmente mio padre si è beccato, da qualche parte, 72 anni.

Venerdì scorso è successo di nuovo: una sciocchezza da poco conto si è trasformata, nel giro di poche ore, da malessere a vago presagio e quindi a prova eloquente di qualcosa di veramente grave. I miei genitori, quindi, intorno alle quattro e mezza del pomeriggio si sono recati (è questo il verbo che usano per andarci) al Pronto Soccorso; dopo aver ricevuto “codice bianco” dall’infermiere addetto alla ricezione dei pazienti – in pratica, girone delle unghie incarnite, dei giramenti di testa e delle verruche – hanno aspettato sette ore per tornare a casa sani come erano entrati, ma un po’ più stanchi.

Alle nove di sera ho deciso di raggiungerli, per dare un po’ di supporto. La sala d’attesa era stracolma: c’era un ragazzo di colore su una sedia a rotelle, con una mascherina davanti al viso, e la testa appoggiata, quasi inerte, alla mano; due signore napoletane, una delle quali aveva una caviglia grossa come un melone, che parevano in gita, e che non hanno smesso di ridere per tutto il tempo; un ragazzino vestito da motociclista, ma senza scarpe e con un braccio sostenuto da una fasciatura; due o tre signore di mezza età (mezza solo se diamo credito al nostro Presidente del Consiglio, per il quale la durata media della vita è destinata ad assestarsi intorno ai 120 anni: i miei figli, quando avranno cinquant’anni, vivranno in un paese governato dalle stesse persone che ammorbano l’aria in questo inizio di secolo); e poi un sottobosco di personaggi vaghi, che uscivano, entravano, sparivano, ricomparivano – come comparse di una commedia piuttosto popolata.

A ben guardare, il Pronto Soccorso presenta, da un punto di vista narrativo, le stesse caratteristiche di una sit-com, dove i protagonisti compaiono in scena all’improvviso attraverso una porta, recitano la loro parte, e poi se ne vanno verso il nulla misterioso dal quale sono arrivati – chi ha mai visto il giardinetto davanti a casa Cunningham? Forse succede così solo in Italia. Il signore con una panza enorme che arriva spinto su una sedia a rotelle, che saluta chiamando per nome ogni infermiere, che chiede un cestino di carta dentro al quale rovesciare il contenuto del proprio stomaco, che poi si alza, e va a distendersi su un letto che trova poco più in là, e si mette a dormire, ecco, lui non sembra uno di quei tizi intubati e sanguinanti che entrano nei corridoi di E.R., o uno delle sfortunate creature alle quali la lotteria delle malattie assurde ha assegnato il primo premio e che quindi finiscono nelle mani del Dr. House, ma, piuttosto, un caratterista dei Cesaroni.

Poi, certo, capita anche che ci si commuova – fa parte della commedia, il versare qualche lacrima qua e là. Una signora di ottant’anni, che accusa un mal di pancia che si placa con il passare dei minuti, e con la quale si inizia una tipica conversazione di circostanza, improvvisamente alza il velo su un dramma privato: “Sette mesi fa”, ci dice mentre gli occhi si riempiono di lacrime, e la pelle del viso diventa rossa, e le labbra iniziano a tremare, “sette mesi fa ho portato qua mio marito, in questo pronto soccorso, ed è morto! E ora, ora morirò anch’io!”.

Al di là della possibile, inquietante simmetria tra quella storia, e quella dei miei nel caso inopinato in cui il loro non fosse un semplice attacco di ipocondria, in quei dieci metri quadrati di neon, pavimenti lavabili, quadri con le istruzioni per non beccarsi l’influenza suina, c’è la rappresentazione di un dolore profondissimo. Che però, ahimè, ci tocca da molto lontano: cosa abbiamo da condividere con questa signora in vestaglia e lo sguardo terrorizzato, cosa spartiamo con suo marito che abbiamo avuto la sfortuna di conoscere solo da morto, se non la medesima natura umana, e, su una scala temporale un po’ più lunga, l’esito finale delle nostre vite? La signora continua: “Due anni fa, io e mio marito – siccome non abbiamo figli, non abbiamo nessuno – abbiamo venduto la nostra casa e siamo andati a vivere in un pensionato, così non avremmo dovuto preoccuparci di niente. Mio marito era invalido, in carrozzella, io lo spingevo, ma eravamo tranquilli. Poi sette mesi fa…” e di nuovo inizia a piangere, con molta dignità. Poi si ricompone; tira fuori un fazzoletto dalla manica sinistra, e si asciuga gli occhi; arriva ad estrarre uno specchietto dalla borsa, e riflettendoci dentro il suo viso ottantenne si sistema i capelli biondi con un pettine di tartaruga. Sa bene che in un Pronto Soccorso, nessuno è particolarmente disposto a concedere un po’ di solidarietà alle sofferenze altrui – il dolore è l’unica cosa della quale possiamo dire “è mio”, senza rischiare che qualcuno ci voglia smentire.

Ci sono anche le belle notizie, al Pronto Soccorso. Una vecchietta con cappotto alla naftalina, alta come un bambino di sette anni, secca come un osso regalato ad un cane per il suo compleanno, viene avvicinata da un’infermiera che la rassicura: “Suo marito ha una broncopolmonite, il cuore ha avuto uno scompenso per i problemi ai polmoni, ma non ci sono lesioni, ora lo portiamo agli infettivi”. Buffo, penso, come la broncopolmonite per la quale mio nonno è morto nel 1941 possa diventare una bella notizia. Poco dopo, passa, nel corridoio, come un personaggio decisamente marginale di questa commedia, il marito malato sopra ad un lettino pieno di flebo: gli occhi chiusi, la bocca spalancata come una caverna colma di dolore, la pelle grigia. La moglie lo segue correndo, tenendo tra le mani il cappotto di lui, il bastone di lui, le scarpe di lui; la sua corsa sgangherata fa un sinistro rumore di legni.

Poi, siparietto comico. Un’infermiera chiama al microfono il paziente successivo: “Bugus Micaela”. Non si presenta nessuno.

Poco dopo, il ragazzo di colore con la mascherina sul viso, che somiglia un po’ a Willy Smith, si sposta con la sua sedia a rotelle fino al bancone degli infermieri e chiede quand’è il suo turno.

“Come ti chiami?”, gli chiedono (ai ragazzi di colore danno sempre del tu).

“Bugus”.

“Bugus?”

“Sì”.

“Micaela?”

“Sì”.

“Allora tocca a te, Micaela”.

Lui si alza dalla sua sedia e entra nell’ambulatorio.

Un altro tizio, un omone grande e grosso che tiene tra le mani il cappotto di qualche suo parente, continua ad avvicinarsi a mio padre, tentando di iniziare, senza grande successo, una conversazione. Eppure c’è qualcosa che gli preme di dire, perché torna all’assalto più volte. Alla fine, con un tranello, riesce a conquistare l’attenzione di mio padre che si era alzato dalla sedia per sgranchirsi le gambe; fa passare il suo braccio enorme attorno alle sue spalle secche e gli racconta, con un sorriso ebete e virile (le due cose non solo non si contraddicono, ma finisco spesso per darsi forza l’un l’altra), di quando gli hanno controllato la prostata. Non poteva proprio farne a meno di dirlo, a quanto pare.

Verso le dieci, cinque ore e mezza dopo l’ingresso dei miei al Pronto Soccorso, le cene che si sono consumate nelle campagne venete iniziano a produrre i loro tragici effetti: dalla nostra postazione vediamo passare, lungo il corridoio, una sequenza di barelle sopra le quali stanno distesi uomini e donne tra i cinquanta e gli ottant’anni, con visi viola, grigi, verdi, paonazzi, terrei, lividi. Entrano tutti con il Codice Rosso – è in gioco il cuore, ragazzi, non si scherza. Alcuni hanno lo sguardo arrabbiato, come se fossero stati morsicati da un cane; altri mostrano occhi smarriti, increduli. Un signore con i capelli molto bianchi e un aspetto particolarmente distinto, sorride imbarazzato mentre dice: “Ha iniziato a tremare, così, senza motivo”. Parlava del suo corpo, che l’aveva appena tradito, e che già non sentiva più suo. Quasi tutti tengono il busto un po’ sollevato, puntandosi sui gomiti, perché, come sapeva bene Kafka quando scrisse l’incipit de “Il Processo”, in nessun momento si è tanto vulnerabili come quando si sta distesi, in pigiama, su un letto e tutti gli altri sono in piedi, e vestiti. I pazienti assomigliano a quelle signore con una borsa della spesa per mano che inciampano su qualche asperità del terreno, o semplicemente sui loro anni, e una volta a terra si preoccupano soprattutto di nascondere i ridicoli gambaletti che sbucano da sotto la gonna, e cercano, quasi disperatamente, di tornare in posizione eretta il più velocemente possibile, oscillando sul loro culone; e poi, una volta in piedi, si sistemano gli occhiali storti, si ravvivano i capelli ormai spettinati, e intanto con un piede bagnato dal sangue che scende a rivoli dal ginocchio sbucciato, studiano il marciapiede che, malvagio, li ha appena ingannati. Vede? dicono al passante che le ha soccorse – vede che razza di trappole mettono per le brave persone? Lo stesso sguardo, la stessa incapacità di capire. Se gli infermieri avessero fatto irruzione nelle case dei pazienti, senza preavviso, l’effetto sarebbe stato lo stesso: a cosa pensavano, queste persone che ora camminano su un filo sospeso sul vuoto, quando si sono svegliate, questa mattina? L’ultimo giorno inizia come il primo. Non tutti hanno la fortuna di essere avvisati per tempo, che la vita è agli sgoccioli. Tic tac. Tic tac. Tic. Ops. Il suono della morte è un silenzio che non ti saresti aspettato.

Verso le undici, mio padre si alza ed inizia a camminare, stufo per la lunga attesa. Mi invita ad andare a casa – credo che sotto sotto si vergogni di aver scomodato così tante persone per quella che si rivela, con il passare delle ore, una vera sciocchezza. Ci mettiamo a parlare, mentre vediamo passare altre barelle – ogni volta che sta per arrivare il turno di mio padre, un’ambulanza porta uno di quegli essere umani distesi (arriva anche un ragazzo con la tuta dell’Ikea, e un piede fracassato: da qui si vede il mondo intero, come fossimo dietro ad una lente); e loro hanno, giustamente, la precedenza su tutto.

“La signora di prima…”, mi dice.

“Quella con il marito morto?”

“Sì, lei. Aveva paura di morire. Ma perché? Che vita le è rimasta? Non ha nessuno. Sta male. Non sarebbe meglio per lei finirla qui, adesso?”

“Cromosomi. Se i suoi antenati non si fossero attaccati con le unghie alla vita, lei non sarebbe mai nata.”

“Eppure la morte è un non evento. Quando succede, non ci sei più. Mesi fa sono venuto al Pronto Soccorso con quaranta di febbre, in pieno delirio. Se fossi morto, non me ne sarei nemmeno accorto: cosa fa tanta paura? Il dolore, ecco cos’è. E’ tutto quello che ti succede mentre sei ancora in vita. Oggi ho sofferto – non ridere: ho sofferto veramente. Anche se la cosa non è seria, sono stato male. Come sono gli ultimi mesi di vita di un malato terminale? Quali tormenti?”

Mentre lo diceva, mio padre guardava un po’ il pavimento del corridoio, un po’ la saletta con gli altri pazienti pieni di pazienza, un po’ me; me, che guardavo la donna aggrappata alla vita, lo sfilare mesto delle barelle, e mio padre.

Qualche minuto dopo, mentre ci passava davanti un’altra donna – il viso terrorizzato, le pupille dilatate come una preda inseguita da una bestia che spalanca i suoi denti pronti ad azzannarla, le mani appoggiate al petto, e il marito dietro con la sua borsetta e il suo foulard in mano (una coppia sorpresa in qualche ristorantino dalle bizze di un’arteria) – mi ha assalito il ricordo di una sera d’agosto di due anni fa, quando io e mio padre chiacchieravamo del più e del meno, aspettando che la cena fosse pronta. Eravamo seduti in una terrazza, sotto una meravigliosa stellata, con l’odore di mare nell’aria, e parlavamo di eutanasia, così, in generale, sgranocchiando due grissini, e spulciando un tocco di formaggio – a casa mia, non servono eventi speciali per parlare di morte: è un po’ come il tempo per altre famiglie, un buon argomento di conversazione. Lui, ad un certo punto abbassa la voce e mi dice: “Sai, vero, che conto su di te…”

“Per cosa?”

“I tuoi fratelli sono credenti, cristiani, addirittura cattolici. Tu, per fortuna, no. Me lo prometti? Mi prometti che posso contare su di te, quando ci sarà bisogno?”

Io nicchiavo.

“Me lo prometti?”

“Eh?” – e con la forchetta ho spostato un pezzettino di grana sul piatto, cercando la risposta.

 

Avere un blog. Scrivere in un blog. Aggiornare il blog.

Dieci anni fa, non esisteva nemmeno la parola per dirlo. Ora, ci troviamo (in quanti milioni?) a buttare giù parole su parole, proponendo, costruendo, giorno dopo giorno, post dopo post, una nostra visione del mondo, della vita, dell’arte.

Sto leggendo, consigliato da  Sabrina, il “Diario di una scrittrice” di Virginia Woolf. E ho trovato qualcosa che, con le dovute proporzioni, potremmo dire pure noi, di ciò che stiamo facendo qui, sulla rete. Se non altro nelle intenzioni. Mi è venuto voglia di ricopiarlo, e di metterlo qui. Un altro tassello della mia costruzione.

 

“Ma quel che più conta è la mia convinzione che l’abitudine di scrivere così, solo per il mio occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture. Poco importano le cilecche e le papere. A questa velocità devo sparare al mio argomento i colpi più diretti e fulminei, e così devo mettere mano alle parole, e sceglierle e lanciarle, senza maggiore indugio di quanto me ne occorre a tuffare la penna nel calamaio.

[...]

Per di più mi appare in lontananza l’ombra di non so che forma alla quale potrebbe giungere un diario. Potrei, con l’andare del tempo, imparare che cosa si può farne, di questa materia di vita slegata e vagante; trovarvi un altro uso oltre quello per cui la impiego adesso, tanto più consapevolmente e scrupolosamente, nella narrativa. Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto; tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da riflettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte.”

Virginia Woolf

(da Diario di una scrittrice, Virginia Woolf, ed. minimum fax, trad. Giuliana De Carlo)

All’armi

E’ noto a tutti che l’effetto che produce un uomo di mezza età quando inizia a raccontare i ricordi del periodo passato “sotto naia” è identico a quello prodotto da una loffa mollata durante un party affollato: dopo alcuni secondi, durante i quali nessuno pare accorgersi del potenziale venefico che si sta accingendo ad assalirli, inizia un lento ed inesorabile fuggi fuggi, che lascia la sorgente della loffa, o dei ricordi, inevitabilmente sola.

Nonostante sia cosciente di questo, faccio mio il motto di Shreck, che i miei figlioli, due angioletti di cinque e tre anni, dicono con l’indice alzato ogni volta che tirano un rutto e io li guardo accigliato: “Meglio fuori che dentro”.

Aveva una faccia proprio del cazzo, il postino che, consegnandomi una letterina azzurra, mi ha detto: mai stato a Taranto? Alla faccia della mia privacy: quel tizio sapeva già tutto del mio futuro. Mentre mi stavo preparando la colazione, preparandomi a preparare il penultimo esame di Ingegneria, lui, come un nunzio delle tragedie greche, pedalava per qualche strada di Padova, con la mia chiamata alle armi nella borsa, e un sorriso ebete stampato sulla bocca. La gente è crudele: non è un caso che Paperissima, trasmissione in cui decine di esseri umani innocenti ricevono calci sui coglioni da cavalli imbizzarriti, cadono dalla bicicletta e finiscono in un fosso, si schiantano contro un palo della luce (e tutto questo sotto l’occhio impietoso di una telecamera), non è affatto un caso che questo programma (che se togli l’audio con le risate registrate ti si accappona la pelle), riesca ad incollare milioni di persone davanti al video – compreso, ne sono certo, il mio postino. Impossibile negare che l’homo sapiens goda delle piccole disgrazie altrui.

Non ero mai stato a Taranto. E, se devo essere sincero, non ci sarei mai andato, di mia iniziativa. Però la letterina diceva che l’8 luglio del 1996 avrei dovuto presentarmi da quelle parti, intorno a mezzogiorno, per consegnare il mio corpo, il mio tempo e il mio cervello, ad uno dei più inutili baracconi di tutti i tempi: l’Aeronautica Militare Italiana. Non so se è esistito un tempo in cui le forze armate funzionavano – dagli sfracelli della Seconda Guerra Mondiale, mi viene da pensare di no – ma di sicuro, negli anni novanta l’utilità del servizio militare era addirittura negativa: non solo non serviva a niente, ma prosciugava soldi a non finire, e in più impediva a tanta brava gente di fare cose molto più utili alla Nazione, tipo laurearsi, iniziare a lavorare, e pagare le tasse (mesi dopo realizzai, però, che il danno più grosso era il rendere manifesto ad una generazione di giovani italiani che l’Italia è un paese corrotto nell’anima). Nessuna delle guerre combattute negli ultimi cento anni avrebbe potuto essere affrontata dagli uomini ai quali eravamo stati affidati, noi maschi tra i diciotto e i ventotto anni, per dodici mesi della nostra vita; se l’Ambasciatore dell’Albania avesse presentato al Governo dell’Italia una dichiarazione di guerra, allora l’unica cosa saggia da fare sarebbe stata consegnare le chiavi di Palazzo Chigi al loro Generale, supplicandolo di risparmiare almeno le donne e i bambini. Non solo la cosa più saggia: anche l’unica possibile, perché nulla di quello che ho visto durante il mio servizio militare avrebbe potuto opporre la benché minima resistenza a qualsiasi forma di attacco.

Il 3 luglio, verso le cinque del pomeriggio, il professore di un esame del quale non ricordo neppure il titolo, mise l’ultimo trenta sul mio libretto, e mi strinse la mano. Congratulazioni, mi disse. E ora? Cosa l’aspetta? Il nulla, gli ho risposto. Studiavo ininterrottamente dal 1976; ma non avevo fatto tempo ad diventare un uomo liberato da quel peso che già quattro giorni avrei dovuto perdere di nuovo la mia libertà, ma questa volta per un motivo molto, molto più stupido: la naia.

A casa, poche ore dopo, realizzai compiutamente di aver finito tutti gli esami; mentre mi preparavo ad uscire, ascoltai una canzone bellissima dei Pink Floyd, e piansi calde lacrime di commozione: mi passò la mia vita davanti agli occhi, come quando si muore, ma fu molto più lungo, e molto meno doloroso. Tutti gli anni precedenti – le aule studio, i caffè, le sere alla casa dello studente, gli scritti e gli orali, le strategie invernali, le strategie primaverili, le mattine di Pasqua a studiare, le vigilie di Natale a studiare, le inevitabili cadute, le gloriose risalite – si accumularono nella mia cameretta, come un Aleph iridescente. Ero sulla cima di una montagna – la mia.

La sera, festeggiammo il mio compleanno con un anticipo di nove giorni, come in quelle tragiche storie di bambini malati ai quali i genitori amorevoli, dopo due calcoli drammatici, offrono la gioia dell’ultimo Natale in pieno settembre. Gli amici mi regalarono una cintura marrone, che scelse Luciana regina di stile, e un libro divulgativo sulla Teoria dei Giochi (argomento sul quale stavo preparando la mia tesi di laurea). C’era un’aria da Ultima Cena; spezzai il pane, e bevvi molto vino, e baciai i miei migliori amici che sarebbero rimasti a casa; ebbi anche la brillante idea di fare una pisciata di due litri sotto un albero di olive, fuori dal ristorante, in un orto che garantì una certa riservatezza per tutto il primo litro, ma che per quello successivo si dimostrò incapace di opporre una valida barriera ai fari di una Mercedes bianca con a bordo da due vecchie babbione ubriache; e sebbene fossi abbastanza certo che, salvo incidenti di percorso, dopo la sepoltura nel sudario delle forze armate ci sarebbe stata la mia resurrezione, mi spaventava il fatto che nel mio caso non sarebbero state sufficienti due notti, ma che avrei dovuto assistere, impotente prigioniero, alle proverbiali, canoniche 365 albe.

La partenza, la sera di domenica 7 luglio 1996, fu il secondo momento più brutto di quel lunghissimo anno che mi aspettava – il primo, sarebbe arrivato, inaspettato, il 12 febbraio successivo, il giorno dopo della Laurea: avrei dovuto essere felice, e invece mi pareva che quel traguardo avesse moltiplicato per cento la durata di ogni singola ora che mancava per arrivare alla fine. Il treno, con vagoni cuccette, partiva alle dieci di sera da Padova. Il cielo era carico di una elettricità che non trovava sfogo. Da casa dei miei alla Stazione c’erano sì e no trecento metri: ci andai a piedi, seguito dai miei, dalla mia morosa, dai miei fratelli, da qualche amico, come in una mesta processione funebre, nella quale la bara ero io. Mi aspettavo che qualcuno gridasse Dead man walking. Possibile che tutto questo stesse succedendo proprio a me? Mi venne l’irresistibile impulso di tornare a casa, mandando lo Stato a cagare, ma resistetti, perché avvertii la mano implacabile del senso del dovere che mi spingeva, con i suoi unghioni, verso il mio destino.

Presi posto nella mia cuccetta – un tugurio male illuminato – con altri cinque infelici. Dai finestrini salutammo le persone che amavamo, e che sparivano mentre la Stazione si spostava, tutta intera, in direzione opposta rispetto Bari, e non c’era nemmeno la tragica consolazione che i drammi della Storia concedono, almeno a posteriori, alle vittime di certe insopportabili ingiustizie: la nostra era una fantozziana gita coatta, organizzata da uno Stato che pasticciava in tutto, tranne che nel mandare cartoline azzurre.

Arrivammo a Bari alle sei di mattina. Emanavamo un odore porcino, e la cosa mi faceva ribrezzo – ma solo qualche giorno dopo, scoprii che, come in tutte le cose, non esiste un limite verso il basso. Bevemmo un caffè. Prendemmo un altro treno. Infine, arrivammo.

Ecco le prime cose che ci disse il maresciallo pelato che si sarebbe occupato della nostra formazione militare.

  1. Non è vero che nel latte che viene servito a colazione mettiamo il bromuro per tenervi calmi.
  2. Se nei prossimi giorni non vi si alza più il cazzo, non siete diventati improvvisamente froci, o impotenti: è solo lo stress di questo nuovo ambiente. Vi passerà.
  3. Non suicidatevi per alcun motivo. Se pensate di farlo, andate in infermeria e parlatene con un dottore, o fate un salto nella chiesetta, e confidatevi con il prete.
  4. I calzini che indossate devono essere rigorosamente blu.
  5. No basette.
  6. Sei (sottovoce). Ma è vero che tra di voi c’è il figlio del proprietario del più grosso sexy shop di Taranto?

Non pensai mai al suicidio. Le mie inutili erezioni continuarono a ripresentarsi la mattina, appena svegliato – così come, probabilmente, si presentavano a tutti i miei compagni di stanza che, come me, prima di alzare le lenzuola aspettavano un ritorno alla molliccia realtà. I calzini erano anni che li mettevo solo blu: ma cosa c’entrava questo dettaglio con la guerra alla quale avremmo dovuto prepararci? Per il punto sei, in effetti tra di noi c’era il figlio del proprietario del più grosso sexy shop di Taranto: in disparte, lui e il maresciallo pelato discussero i dettagli di una transazione che, da quanto intuimmo nei giorni successivi, prevedeva videocassette porno in cambio di licenze quotidiane.

Il primo giorno lo passammo a passeggiare per la caserma, in abiti borghesi – l’unica cosa che mi veniva in mente era il giardino dell’ospedale di Padova dove, anni prima, ero stato operato ad un ginocchio: là, il pomeriggio, i pazienti, rigorosamente in pigiama, camminavano, si trascinavano, venivano spinti, aspettando che venisse sera; qua, giovani spaesati formavano gruppi di persone di dimensioni continuamente variabili, come se si provassero tutte le possibili combinazioni, in attesa dell’inizio ufficiale della nostra prigionia.

Poco dopo, i capelloni furono radunati in un piccolo plotone, e mandati dal barbiere, in fila indiana. Ce n’era uno con un metro di capelli biondi; non lo vedemmo più. Poi, cenammo in un’orribile mensa; nonostante io sia una delle creature con meno pretese, per quanto riguarda il cibo da ingoiare, le pietanze facevano schifo: un toast impanato, un pollo morto, una mela con il vermetto che, da un buchino, mi salutava sorridente. Dopo cena, io e i cinque infelici che avevo conosciuto in treno andammo al bar; prendemmo un’aranciata e ci sedemmo sui gradini che davano sulla piazza d’armi – una specie di parcheggio di un centro commerciale, la domenica mattina. Il cielo era terso, e l’arancione del tramonto si mescolava con il blu profondo della notte che stava avanzando. L’aria profumava di meridione. In fondo, qualcosa di bello c’era pure là.

Nella mia camerata, ero il più vecchio. Il primo giorno i miei compagni di stanza si raccontarono la loro gita di terza media, mentre io, nel mio lettuccio, leggevo un libro per preparare la mia tesi di laurea (il libro che cinque giorni prima della partenza, nella mia vita precedente, mi avevano regalato i miei amici). Ogni tanto alzavo lo sguardo, e mi sentivo il loro papà. Se non era giusto che io fossi là, era ancora meno giusto che quei ragazzi non fossero in giro con le loro morose, a spasso, a mangiarsi un gelato mano nella mano. Appena si spegnevano le luci, mi addormentavo tra un sommesso cick ciack soffocato dalle lenzuola – con il respiro trattenuto, e gli occhi chiusi, nell’oscurità della stanza, quei ragazzini dedicavano il loro schizzo lattescente e silenzioso, l’ultimo baluardo della loro vita di prima, alla fidanzata lasciata a casa. Se davvero mettevano bromuro, nel latte, evidentemente non ne mettevano abbastanza. Oppure la vita tracima oltre qualsiasi ostacolo.

Nei giorni successivi, imparammo a sparare. Prima, per qualche giorno, il maresciallo pelato ci fece un po’ di teoria su un’arma che, dichiarava, era una delle migliori del mondo. Poi, una mattina, iniziarono a partire i pullman verso il poligono di tiro. Io fui uno degli ultimi a partire. Arrivammo in un’area polverosa che si apriva sopra una specie di collina. Attorno, c’erano due o tre baracchini che vendevano acqua a cinquemila lire alla bottiglietta, e panini, pizzette, piadine. Come erano arrivati, fino a là? Chi li aveva chiamati? Perché tutti ebbero l’impressione che l’inutile attesa sotto il sole di luglio fosse finalizzata ad aumentare i clienti di quei professionisti della ristorazione?

Ma la lunga attesa che patimmo aveva anche altre cause, più concrete. Il poligono di tiro era dietro un dosso che, con mia grande meraviglia, si affacciava sul mare aperto che brillava due o trecento metri più sotto. Non c’era nessun bersaglio da colpire: il nostro nemico era una distesa d’acqua azzurra che scintillava sotto il sole. Il problema pratico di quel giorno era che dei tizi – puntini minuscoli nel blu del mare – avevano deciso di parcheggiare i loro due canotti proprio in quei due o tre chilometri nei quali sarebbero arrivati i nostri colpi. Arrivò la Marina, e gli elicotteri; dopo un po’ emersero alcuni sub, e piano piano si spostarono verso lidi più sicuri. Quando fu il mio turno, mi misero un casco in testa, con un paraorecchie e un paio di occhiali trasparenti. Sparai dieci colpi con il calcio del fucile appoggiato alla mia spalla, dieci colpi a raffica con il calcio del fucile appoggiato all’anca, e infine dieci colpi in ginocchio. In tutto, trenta. Qualcuno di quei proiettili sollevò uno sbuffo di sabbia, a un centinaio di metri da me; altri svanirono nel nulla, come non fossero mai stati sparati. La mia esperienza durò meno di un minuto. Ma ora, dopo aver sparato al mare, ero ufficialmente pronto a difendere i sacri confini della Patria.

Il resto del CAR, che in aeronautica dura meno di quattro settimane, fu finalizzato ad un unico obiettivo: il Giuramento. Il Giuramento consiste in questo: le reclute, organizzate in plotoni quadrati di lato 9, marciano di fronte ai loro genitori venuti da ogni parte d’Italia; poi, sotto un sole perpendicolare sulle teste, i giovani soldati cantano l’Inno d’Italia, urlano qualcosa, ed è finita là, tra gli applausi dei parenti, e gli svenimenti delle reclute meno in forma. Nient’altro. Nessuno ha imparato nulla, se non marciare, cantare l’Inno e lanciare l’urlo alla fine della parata. Il Corso di Addestramento Reclute insegna alla gioventù italiana a camminare con lo stesso passo, a cantare una canzone, a gridare all’unisono. Ma io non partecipai a tutto questo: i soldati con più di 24 anni vennero sparpagliati per gli uffici già il secondo giorno, con il compito di dare una mano nello svolgimento dei lavori di concetto – lavori la cui complessità, ed utilità, era forse inferiore persino al marciare sotto il sole in luglio, con un graduato che batte il tempo. Quando venne il giorno del Giuramento, mi offrii per fare le pulizie in caserma – mi spiaceva che uno di quei ventenni dovesse presentare il vero volto delle Forze Armate ai loro genitori sudati per il viaggio. E passai quel giorno così, con una scopa in mano, un libro nell’altra, con le grida lontane, il rumore di un migliaio di scarpe battute sul terreno, tutte insieme. Un graduato, un ragazzo sulla ventina, ad un certo punto si è avvicinato a me e mi ha detto che gli dispiaceva che una persona della mia età dovesse lavare i pavimenti. Ho sorriso: c’era un’età in cui sarebbe stato più giusto farlo?

Nessuno morì: le corvè notturne, che non avevano lo scopo di proteggere quelle stanze da attacchi esterni, ma di impedire che qualcuno si appendesse ad una finestra con un lenzuolo, o si chiudesse in bagno per tagliarsi le vene per lungo, ottennero il loro scopo. O forse, non ci fu abbastanza tempo per nessuno di abituarsi a quella stupida routine; in tutto quel forsennato far niente, scandito da trombe, urla, marce, docce gelide, concerti di scoregge nella notte, mancarono le occasioni perché i più stupidi trovassero il modo di imporre l’umana crudeltà su quelli più deboli; ovunque, in ogni momento, prevaleva lo stupore e la timidezza, il timore e la sensazione che esistesse qualcosa di più grande, dietro a quello che ci succedeva – tribunali militari, plotoni di esecuzione, o semplicemente una caserma in Sardegna che aspettava quelli che preferivano non collaborare.

Il penultimo giorno ci comunicarono le destinazioni; io, che dovevo laurearmi, fui mandato nella mia città. Seguirono altri undici mesi di vuoto pneumatico, durante i quali capii i meccanismi della corruzione nell’amministrazione dello Stato, dell’ozio che pialla la ragione, e la riduce a brandelli, della noia sulle persone per bene, della noia sulle persone per male. Il 23 giugno dell’anno dopo, ero laureato, iscritto all’Ordine degli Ingegneri, un anno più vecchio e, finalmente, libero.

Fede

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Picon

Europa, 1999, io, a Parigi, una sera, un ottobre, zona Bastiglia, l’ora dimenticata, tengo la mia scatola cranica appoggiata alla mano sinistra, propaggine ditiforme dell’avambraccio sinistro il cui gomito si è puntellato sul bancone, frenato, nel suo tentativo di scivolare lungo una qualsiasi direzione, dalla mano destra, la ditiforme propaggine del mio avambraccio destro disteso sul bancone per tutta la sua lunghezza: il mio corpo è architettura post moderna, e desolata. Dondolo gli occhi su e giù, e disseto uno straccetto d’anima, che la mattina era secca, il pomeriggio quasi morta, ora risorta; seppure confusa. Mentre mi sporgo verso la barista per chiedere, a gesti, un’altra birra, un’altra bier avec Picon, sivuplè, mi ricordo, con la forza di un’illuminazione da terzo occhio, di un episodio che sarebbe accaduto soltanto due mesi dopo, a Padova, in un ristorante somalo, davanti a quella specie di lenzuolini di pane acidulo sui quali si spalma lo spezzatino piccante e speziato, e i pezzi di zucca. Eravamo in sei, o sette. Accanto a me, un’amica, che nel giro di qualche ora sarebbe diventata la mia prima fidanzata ufficiale dopo i 13 anni di fidanzolanza quasi ininterrotta con la stessa persona, e io non lo sapevo ancora – lei sì, perché le donne sanno cose che noi uomini non possiamo sapere. Altri attori: un’amica della mia amica con il suo fidanzato, un mio amico, la cugina dell’amica dell’amica con un suo amico. E’ lui, quello che mi viene in mente, due mesi prima, lui che fino ad un mese prima di quella sera dal somalo, cioè fino ad un mese dopo la mia sera in zona Bastiglia, era in Irlanda, ma che ora, invece, viveva a Padova, dalla cugina dell’amica dell’amica. Che era una gran riccona con mezza testa rasata e orecchini al naso e pantaloni perfettamente cenciosi. Avevo visto casa sua, nel pomeriggio – anzi, avevo visto una delle case sue – ed era una villa enorme a cento metri dal centro di Padova – valeva quanto un fegato nuovo per trapianti: c’era pure una governante dell’ottocento che badava alle sue capricciosissime esigenze, che comprendevano anche quella che la governante non dovesse affatto occuparsi di lei e dei suoi ospiti. L’amico, il suo, quello che viveva in Irlanda, era un francese con un accento più cosmopolitano che cosmopolita: una specie di giovane barbone molto furbetto e nullafacente che come un cuculo si infilava nei nidi già caldi di ragazze ricche ed annoiate e quindi a trasgressione garantita – chiedeva vitto e alloggio; in cambio, dava loro l’ebbrezza di poter tenere in casa un animale selvatico – cioè lui. Nelle chiacchierate fatte con le mani immerse nello spezzatino somalo, il cuculo aveva spiegato che quando un francese come lui è fuori dalla sua patria, la cosa che rimpiange di più è il Picon: questo era il dettaglio che ricordavo due mesi prima che accadesse.

pabloz a parigi

La birra che sorseggio come meglio posso nel piccolissimo bar vicino alla Bastiglia ha il colore del rubino: alzo il bicchiere e attraverso quel liquido guardo il ritaglio di mondo che mi circonda – alcuni ragazzi che si alternano sul giradischi, e che propongono, ciascuno, la propria visione della musica; un altro che suona il lungo tubo di legno inventato dagli aborigeni australiani, il didgeridoo, che scuote l’anima dentro; parigini e parigine con berretti di lana schiacciati in testa che borbottano frasi al patisse. Mi sento francese, oui. Alla barista continuo ad ordinare quello che gli altri, i francesi veri, quelli con la erre che gratta e la puzzetta di camembert sotto il naso, chiedono con vera non chalance. Bevo – anima assetata – dolori in corso.

In teoria, qui a Parigi sarei solo: in pratica, ho una scimmia aggrappata alla schiena, che non mi molla. Scimmia internazionale, penso: quando dal finestrino guardavo Venezia che diventava più piccola, mi aspettavo che lei sarebbe rimasta giù, in Veneto – ma no, ha trovato la strada del tormento. Nelle orecchie mi sussurra nomi, fatti, riflessi di istanti passati, dettagli di profilo, profumi, resti di sogni, a causa dei quali ogni pensiero scivola inevitabilmente su un grumo di dolori putrefatti. Sibila nell’incavo del mio cuore: lei ti ha lasciato, lei ti ha lasciato, lei ti ha lasciato. Cammino: un passo, lei ti ha lasciato, un passo, lei ti ha lasciato. Così lei continua a lasciarmi – davanti a Notre Dame, al secondo piano del Centro Pompidou, mentre mangio in un ristorante norvegese con un compagno di tavolo che non conosco e che mi piazza due occhi da aringa in fronte, nella scalinata di Mont Martre, in un angolo di una piazza elegantissima e fredda, proprio davanti alla vetrina di Cartier spazzata dal gelo del vento, all’ombra di una colonna che celebra un trionfo che neppure mi sfiora. Sono tre mesi che va avanti questo supplizio – prendo fiato, mi dico ora penso ad altro, ecco, al lavoro ad esempio, ad un nuovo progetto, alla vita che mi aspetta, che mi aspetta, non mi aspetta, lei non mi aspetta a casa, lei, lei, lei che odio, lei che stramaledico, lei che darei un braccio per poterci tornare insieme – solo per il gusto di essere io a lasciarla, anche con un braccio solo – lei che non la voglio più ma che scava nella mia debolezza con il suo silenzio, con il nostro passato, con i progetti che coprivano tutti gli anni che sarebbero venuti – avevamo pronti i nomi dei bambini, la lista degli invitati, la descrizione amorevole dei nostri visi invecchiati – come fossimo stati dentro una macchina lanciata a tutta velocità verso un muro, ciascuno sperando che ci pensasse l’altro, a frenare. Ha frenato lei, avrei dovuto farlo io: farsi fracassare la testa fa più male che fracassarla a qualcun altro – dovrebbero insegnare queste filosofie, a scuola, altro che Cartesio. Come trattamento di fine rapporto, lei mi ha regalato una scimmia da accudire, che ha il suo stesso nome e la sua stessa crudele noncuranza. Io le do da bere litri e litri di rubizza bier avec Picon, sperando che si intontisca, ma intanto continuo a parlarle. Ore e ore di dialoghi dove provo ogni genere di inutili strategie – non la chiamo più; mi presento a casa sua con centouno rose rosse; mi trovo un’altra ragazza e non vedo l’ora di dirglielo così capisce cosa vuol dire avere un pugnale infilato tra una costola e l’altra; mi uccido nella Senna – con la bocca e gli occhi pieni di acqua guardo il Pont Neuf per l’ultima volta – dopo averle mandato una bella lettera in cui le spiego cosa significa amare veramente qualcuno; le taglio i freni della macchina e al suo funerale rivelo, ai parenti in lacrime, la sua vera natura di troia – porto addirittura filmini in VHS; taglio i freni della mia macchina in modo da poterla vedere, inginocchiata accanto al mio letto di morte, mentre riconosce pentita l’infinitezza dell’amore che provava per me (e che aveva semplicemente dimenticato nei sedili reclinati di qualche auto, come si fa con un soprabito). Soprattutto, va forte la sequenza di “non la chiamo più” e “lei lo deve sapere”. E’ un cerchio pieno di eloquente sconfitta: penso che la devo assolutamente chiamare per dirle che non la chiamerò mai più. Ma fare proclami pieni di arroganza – proclami con i quali si dichiara di avere una terribile forza per recidere rami secchi – significa non avere la forza per recidere rami secchi – le lame non parlano mentre tagliano – la vera forza sta nel lasciare cadere – la felicità non ha bisogno di dichiarazioni: ce l’hai, o non ce l’hai. E tu non ce l’hai: cazzi tuoi, a questo punto.

Ma questa sera c’è il Picon, e la sua miracolosa capacità di lenire ogni dolore. Il cuculo francese, ormai lo so, tra due mesi avrà ragione: il Picon è succo distillato di Parigi – sono francese da neanche una settimana e già ne sento la mancanza. Lo si versa nella birra, rosso come sciroppo di mirtilli, e lui scambia la freddezza dell’oro con il calore del rubino. Attraverso i suoi occhi il mondo è morbido e sensuale – privo di scabrosità, spigoli, botole, tranelli, tagliole. E con la testa appoggiata alla mano sinistra, cullandomi, rivedo tutto per la prima volta – ed è bello, questo nuovo mondo. Anche la barista è bella. Un amico diceva che il vino dilata il senso estetico: è vero, lo dilata fino a fargli comprendere ogni cosa, come una bolla che, riempita con il soffio del proprio cuore, luccichi sempre più grande. La bellezza avvolge quella creatura dietro al bancone proprio mentre mi riempie un bicchiere di salvezza – è una maga che conosce il filtro magico – e sulla sua fronte si concentra ogni cosa – la bellezza vertiginosa di Parigi, i fruttivendoli la statua di quell’enorme viso appoggiato ad una mano davanti a Saint Eustache, i quartieri latini e le loro librerie, l’ipotesi di un nuovo futuro, le firme su un trattato pace con gli aguzzini del passato, il fiume e il cielo che gli si annuvola sopra e poi si rasserena con la stessa velocità del mio cuore – tutto in un punto solo: tra le sue sopracciglia, nel centro esatto del suo pensiero, sopra il suo sguardo, a un palmo dalla sua voce, a meno di un metro dal suo seno al quale mi appiccico con le labbra bagnate, dondolante, le gambe tra le braccia, feto vivente – disperatissima voglia di una nuova vita.

Saint Eustache

Mi faccio dare un pezzo di carta e una matita. Intravedo le mie dita che scarabocchiano qualcosa, tra le fessure della mia lucidità. Ici c’est le plus belle bar du monde. Lo lascio sul tavolo mentre scendo dalla sedia accostata al bancone, mentre esco da quel locale sul quale l’universo si è concentrato per un attimo – la barista, da dietro il vetro, appoggia il suo sorriso su quel buffo, ridicolo Charlot, come se lei fosse un treno e io la pianura che se ne va – mentre cammino come una steady cam tra decine di ragazzi e ragazze, sperimentando la capacità di zoomare sui dettagli con la sola forza del pensiero. Sono ad un metro e quaranta da terra, a due mesi dagli eventi che sto ricordando, ad una vita di distanza da qualsiasi mia altra vita passata o futura.

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Il giorno dopo, finito il corso sui sistemi documentali che sto seguendo, prendo la metropolitana e attraverso il ventre di Parigi. Sbuco dall’altra parte della città, a La Defense. Corro sull’esplanade, salgo i gradini della Grande Arche, mi siedo sotto la sua vela, mi giro verso la città – il Grande Arco proprio davanti a me, a non so quanti chilometri. E’ proprio bella, Parigi. Vivrei qui. Annuso il vento. La Grande Arche mi racchiude come una scatola che nasconde un regalo, e per la prima volta da tanto tempo, quel regalo sono io. Per un attimo, mi sento al sicuro. Poi mi alzo, punto la metropolitana. Direzione Bastiglia.

Picon

(Questo post era già uscito qui: http://pabloz.blogs.it/2008/7/ )

Strano lavoro, il mio. Nelle mie giornate, si alternano riunioni e solitudini. I viaggi in treno con la testa appoggiata al finestrino, i viaggi in macchina con gli occhi fissi sulla strada, sui camion dell’est, le sbirciatine alle montagne innevate, ai banchi di nuvole che si arricciano all’orizzonte o nello specchietto retrovisore: questo il mio tempo libero.

Poi, stanze che non sono mai mie – prego, ingegnere, si appoggi pure qui, fino a questa sera non verrà a disturbarla nessuno. Io sistemo le mie cose, e mi metto le cuffiette. Con il tempo mi sono fatto una playlist, alla quale ho aggiunto tutte le canzoni capaci di farmi sentire meno solo nella mia tristezza (non meno triste, e non meno solo): Radiohead, Placebo, King of convenience, Eddie Vedder, ma anche Sinead O’Connor, REM, Fabrizio De André. Skunk Anannsie, Roger Waters. Persino Sergio Endrigo. Un circolo di allegroni, insomma.

Altre volte vengo coinvolto in riunioni dove ci sono facce sempre nuove. Un giorno, una dirigente di una finanziaria, con una cintura di Swaroski, mi guardava con lo sguardo di un rapace. Un’altra volta, un Project Manager grande come una guardia del corpo pareva interessato a scatenare una rissa; proprio con me. L’unico che non cambia mai è il commerciale di turno, che continua a sistemarsi il nodo della cravatta, e che non smette di sorridere al mondo con la fiducia di un bambino idiota. Ah, poi ci sono io. Io, che vorrei solo essere felice.

La transazione è semplice: vendo conoscenza, ricevo soldi. Le soddisfazioni sono tutte professionali; non si coltivano amicizie, quando, per tutti, sei quello che viene a risolvere i problemi, e, risolti i problemi se ne va con la borsa del PC sulle spalle. Al pausa caffè, dove mi tengo un bicchierino caldo e amaro tra le mani, osservo i gruppetti di dipendenti che scherzano tra loro; parlano di cose che non conosco, di vite che ho solo incrociato di striscio. Ci sono belle ragazze che ridono: io le guardo come fanno i barboni in Stazione, quando passano donne di altri mondi. I dipendenti hanno piccoli nemici comuni – il direttore del personale, un fornitore insolente – e gli stessi problemi – il caffè alla macchinetta che fa schifo, le ferie rimandate, cose di questo tipo. Mi manca lo squallore di questa normalità – un’armonia che non richiede sforzo per essere vissuta.

Ogni tanto leggo nelle bacheche aziendali che ne è morto uno di loro – cancro, qualche malattia straziante, uno schianto in moto: ma chi era? Uno sconosciuto di nome Alessandro, che lavora alle spedizioni (e io non saprei nemmeno dire dove sia, questo reparto), la settimana scorsa vendeva un libro di poesie per aiutare un altro sconosciuto di nome Roberto, che stava vivendo i suoi ultimi giorni in qualche ospedale. Oggi leggo sulla bacheca che Roberto è morto: è proprio vero che la poesia non ha mai salvato nessuno. I colleghi hanno raccolto soldi per i funerali, per una corona da appoggiare alla bara, per la famiglia. La moglie ha scritto una lettera di ringraziamento da strappare il cuore: è appesa là, accanto alla foto di un gattino di due mesi in cerca di padrone. Vorrei partecipare, a queste gare di solidarietà – vorrei addirittura piangere per qualcuno di loro. Ma sono come uno di quei cugini che venivano invitati alle feste di compleanno dei compagni di classe, e nessuno sapeva chi fossero; rimanevano seduti su una sedia, a parlare con la zia che preparava tramezzini, e aspettavano che qualcuno venisse a salvarli. Con quei cugini, condivido l’involontaria distanza da tutto e da tutti. Non sono mai in un posto che possa sembrarmi famigliare; neanche comodo, a dire il vero. Sono un apolide del lavoro. Se morissi in qualche ufficio, recapiterebbero, via DHL, la cara salma all’indirizzo della mia sede: questo dovrebbe essere vostro, scriverebbero sopra la scatola di cartone, accanto alla dicitura DEPERIBILE. Vago in un perenne aeroporto; parlo solo con sconosciuti; nessuno sa da dove vengo, e dove sto andando; tutti mi sorridono gentili ed imbarazzati, e poi, sottovoce si chiedono: e quello? chi è? A volte incrocio vedove, attorno alle quali si stringono tutti con affetto. Una volta mi hanno chiesto di tenere un corso per consolarne una, perché non cadesse in una spirale di depressione: con la tua sensibilità, mi hanno detto, sei la persona giusta. Lei aveva lo sguardo di una che aveva pianto sei mesi; sorrideva, come se avesse disimparato a farlo, e ora cercasse di ricordarsi come si faceva. Abbiamo iniziato alle nove; a mezzogiorno, hanno suonato una sirena spettrale, la pietosa richiesta di un minuto di silenzio per le vittime dell’Abruzzo. Ho sospeso il corso per sessanta secondi. L’azienda sembrava morta. Un telefono squillava a vuoto; poi, si è fermato pure lui. In quella stanzetta senza finestre, con le mani giunte e la testa abbassata, in silenzio abbiamo pianto, io e la vedova, ognuno per il proprio dolore. Finirò per commuovermi a pagamento.

Divieti #2

Divieto
Divieto #2

Vietato portare al guinzaglio cani assurdi

(Grado, estate 2009)

Intorno alla fine dell’Ottocento, in America, in uno dei numerosissimi cantieri realizzati per la costruzione dei binari delle ferrovie, un certo Gage, responsabile di un reparto di lavoratori, uomo misurato e accorto, fu coinvolto in un grosso incidente scatenato dall’esplosione inaspettata di una cassa di dinamite. La deflagrazione lanciò, contro la sua testa, una sbarra di metallo lunga un metro; questa si infilò sotto il mento, attraversò il palato, l’orbita oculare sinistra, il lobo occipitale sinistro, e uscì, sfondando il cranio, dalla fronte di Gage.

I suoi colleghi, calata la coltre fumosa che riempiva la scena del disastro, si trovarono di fronte un orrendo spettacolo: corpi dilaniati, volti irriconoscibili, e il signor Gage il quale, nonostante la sbarra che gli usciva dalla testa, era sorprendentemente vivo. Per pura formalità, lo portarono in un ospedale poco lontano (che a quei tempi era, con buona probabilità, una casetta lungo la strada principale di un villaggio di cow-boy). Lì, dopo che gli fu sfilata la traversina, Gage, tra lo stupore di tutti, riprese conoscenza. La sua convalescenza durò pochi mesi; perse, è vero, un occhio; e la lingua non era più quella di una volta, ma, a parte questi dettagli tutto sommato secondari – se paragonati alle dimensioni di una vita salvata – non era stata compromessa alcuna funzionalità intellettuale.

In realtà, qualcosa era cambiato. Gage, che fino ad allora era stato un uomo misurato e accorto, iniziò ad adottare uno stile di vita insensato: non era in grado di mantenere un lavoro per più di qualche settimana, cambiava città, amici, donne senza alcun criterio; il suo linguaggio, che prima era moderato e controllato, divenne sguaiato, volgare, offensivo. Fu coinvolto in alcune risse, perse al gioco tutti i soldi che possedeva, iniziò a bere. Alcuni medici si interessarono al suo caso; dopo averlo visitato, e aver constatato che dal punto di vista fisico era un uomo in piena salute, gli fecero alcuni test di intelligenza, che diedero tutti lo stesso risultato: Gage era un uomo intelligente, in grado di leggere, scrivere, eseguire calcoli, di avere un normale scambio di idee. Gli era anche chiaro, almeno a parole, cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Dal punto di vista intellettuale, quindi, l’incidente non aveva menomato alcuna sua capacità: eppure, tutti erano d’accordo che quell’uomo rumoroso e imprevedibile, non era più il Gage di una volta. Morì in una povertà quasi dickensiana, pochi anni dopo. Il suo cranio è tuttora conservato in qualche museo di medicina.

Si discute da anni, da secoli, da millenni, di che cosa sia, in concreto, il libero arbitrio; da un tempo solo di poco inferiore, di che cosa sia l’autocoscienza. I due temi si intersecano spesso, sconfinando nei reciproci territori. Gli strumenti con i quali sono stati affrontati questi argomenti sono i più diversi: del libero arbitrio e della autocoscienza si sono occupate, via via, la filosofia, la teologia, la neurologia, la psicologia, senza che comunque si sia riusciti ad arrivare da una conclusione definitiva, o comunque condivisa.

Da un punto di vista sintomatico, tuttavia, è difficile negare che una delle caratteristiche del libero arbitrio consiste nella facoltà, tutta umana, di riuscire a prendere decisioni sbagliate rispetto agli interessi tipici di un animale; interessi che in buona sostanza mirano alla conservazione del patrimonio genetico. Per fare un esempio banale, un cane, posto di fronte al fuoco, scappa perché sa (qui non ci interessa sapere in che modo) che non sarebbe conveniente venire in contatto con quel calore; un uomo, invece, potrebbe decidere di affrontare le fiamme per difendere l’onore della propria Patria, per dimostrare il proprio coraggio, per rendere immortale il proprio nome – tutte cose che, da un punto di vista evolutivo non hanno alcun significato. Il libero arbitrio, quindi, presuppone la capacità di elaborare pensieri astratti (Patria, reputazione, gloria) che si sovrappongono, o si oppongono, ad un nucleo più profondo di pensieri concreti, condivisi, in modo generico, con molti animali. Oltre a questo, il libero arbitrio interviene quando le situazioni da confrontare presentano, ciascuna pro e contro: meglio cento euro oggi o centocinquanta tra un mese? Meglio quella donna che ci attrae o quell’altra che ci dà sicurezza? Si potrebbe dire che c’è libero arbitrio ogni volta che né un computer né un animale saprebbero prendere una decisione al nostro posto.

Ma non basta. A questo fenomeno decisionale, si deve aggiungere, per ottenere quella cosa che chiamiamo “libero arbitrio”, una sensazione interna, difficilmente descrivibile e condivisibile, di consapevolezza nei confronti del risultato di questa attività mentale. In altre parole, se il processo legato all’elaborazione dei processi astratti fosse fuori dal nostro controllo, cioè oltre la nostra capacità di percepirlo, non distingueremmo le nostre autonome decisioni da quelle attività che invece chiamiamo “istintive”, come il togliere la mano dalla fiamma quando questa lambisce la nostra pelle. Personalmente, ritengo che l’autocoscienza sia, sostanzialmente, il riuscire a pensare ai propri pensieri, e al proprio atto del pensare; e da questo punto di vista, dunque, essa rappresenta un elemento propedeutico alla sensazione di possedere la capacità di prendere decisioni; e quindi, in un’ultima analisi, è fondamentale per l’esistenza di ciò che chiamiamo libero arbitrio.

A tutti è capitato che un trauma, o uno sforzo, rendano dolente un particolare muscolo: improvvisamente, e per la prima volta, ci rendiamo conto di quante volte quel muscolo viene usato, e in quante circostanze diverse. Le funzioni di un organo risultano perciò tanto più evidenti quanto più questo viene in qualche menomato. Nel caso di Gage, la menomazione di una particolare zona del suo cervello ha determinato una sostanziale modifica dei suoi processi decisionali. E se ammettiamo che la scelta di un lavoro piuttosto che un altro, di una dimora piuttosto che un’altra, di un’amicizia ben precisa, siano tipici frutti del libero arbitrio, si potrebbe arrivare a concludere che la zona occipitale sinistra sia, con una metafora piuttosto semplice, l’hardware necessario per avere il libero arbitrio: danneggiato il cervello, ovvia sede del pensiero, viene meno la capacità razionale di prendere decisioni. Questa considerazione, tuttavia, è facilmente confutabile: le facoltà intellettuali di Gage non erano compromesse in alcun modo; egli era sì in grado di prendere decisioni decisioni autonome, frutto di un’attività mentale cosciente, conseguenza di ragionamenti, ma queste decisioni apparivano sbagliate non solo dal punto di vista evolutivo ma anche da un punto di vista, diciamo così, sociale, di relazione: cioè sotto l’aspetto dell’elaborazione dei pensieri astratti che sta sotto il libero arbitrio. L’agire di Gage pareva essere caratterizzato da una sostanziale incapacità di valutare fino in fondo i contorni di una situazione; questa peculiarità della menomazione, tuttavia, risulta inconciliabile con un aspetto altrettanto rilevante, e cioè che Gage non aveva perso, da nessun punto di vista, la capacità di elaborare razionalmente sia il contesto nel quale agiva, sia le conseguenze (economiche, relazionali, ecc) dei suoi gesti. Ma allora, se la ragione non c’entra, quali sono le basi del libero arbitrio?

Le religioni hanno spesso dato il nome di “anima” a questo quid mancante: uno spirito incorporeo, di probabile origine divina, che consentirebbe all’uomo di scegliere tra il bene e il male, così come farebbe quel Dio che ci avrebbe creati. Questa soluzione, tuttavia, è vera solo per il fatto che non c’è modo di dimostrare che è falsa, perché basata su considerazioni che non hanno nulla di scientifico: si tratta, insomma, di una di quelle teorie “infalsificabili” nei confronti delle quali Popper invitava ad avere una forte dose di scetticismo. In ogni caso, pur ammettendo che esista un’anima che ci consente di prendere decisioni, si deve ammettere che la sbarra conficcata nella testa del povero Gage si è avvicinata molto, con la sua punta, a questa entità incorporea.

Il mistero di Gage si è ripresentato negli ultimi anni del ventesimo secolo ad un equipe di neurologi guidata da Antonio Damasio, portoghese trapiantato in America: a seguito della compressione esercitata da un meningioma benigno nei confronti dell’area occipitale sinistra (ancora lei), un uomo di trentacinque anni è caduto in una sindrome del tutto simile a quella patita da Gage. Quindi: capacità intellettuali invariate, capacità di prendere decisioni favorevoli per sé danneggiate.

Approfittando di questa menomazione, Damasio e la sua equipe hanno sottoposto l’uomo ad una serie di test per capire come mai un uomo misurato e accorto avesse perso la capacità di tenersi un lavoro, di valutare i pro e i contro di una situazione complessa, di trattenersi dall’esprimere il proprio sarcasmo nei confronti delle persone a lui care. Come per Gage, anche in questo caso si constatò che tutte le facoltà razionali erano rimaste intatte. Non era possibile trovare, cioè, una domanda alla quale l’uomo rispondesse in modo diverso da come avrebbe fatto una persona “normale”: eppure, niente nel suo comportamento era normale.

Durante i mesi di studio del caso, Damasio ha avuto modo di parlare spesso con il paziente; un po’ alla volta si è reso conto che ciò che gli mancava era, in buona sostanza, una sorta di “partecipazione emotiva” alle cose che accadevano. L’uomo, insomma, pareva complessivamente indifferente alle preoccupazioni, alle ambizioni, ai timori per il proprio futuro, alle simpatie o alle antipatie innate verso le altre persone. Il suo problema non era una carenza di razionalità, ma il fatto che sembrava essere rimasta solo quella.

Ma scavando ulteriormente, Damasio si è accorto che il paziente, sottoposto a situazioni di pericolo simulato, dimostrava reazioni di spavento del tutto naturali. Le emozioni, insomma, c’erano ancora tutte! Ma allora: cosa era stato danneggiato, nell’area occipitale sinistra? Quale facoltà?

Uno degli elementi che ha caratterizzato la cultura occidentale così come la conosciamo è stata il modello ideato da Cartesio per fondare la propria filosofia. Alla base del famoso “Cogito ergo sum” c’era, infatti, una visione fisiologica di come l’uomo fosse in grado di pensare: Cartesio immaginò una specie di omino contenuto dentro alla nostra testa (simile, per tanti aspetti, all’anima) che poteva agire in modo del tutto scollegato con il resto del mondo e, quindi, con il resto del corpo; con quest’ultimo, tuttavia, esisteva una sorta di canale di comunicazione, messo a disposizione dalla ghiandola pineale, grazie alla quale la mente, dittatrice, ordinava al corpo cosa fare.

Non è chiaro se Cartesio credesse davvero al modello che aveva proposto – studi sulla sua corrispondenza privata sembrano far intendere che la condanna comminata dalla Chiesa a Galileo Galilei lo spinsero verso una certa prudenza filosofica: il che aumenta ulteriormente le responsabilità della Chiesa nella mortificazione storica dell’intelligenza umana. In ogni caso, che ci credesse o no, tutti i filosofi dopo di lui ci hanno creduto. E, seppure non in modo così dicotomico, l’Occidente ci crede ancora: basterebbe considerare con quanta insistenza si continui a proporre un modello mente-cervello simile a quello sul quale si basa un PC, fatto da hardware e software.

I casi di Gage, e dell’uomo studiato da Damasio, dimostrano invece che il confine tra i due mondi – quello corporeo, composto da un sistema nervoso periferico e dai visceri in generale, e quello mentale, puro pensiero situato in un mondo ideale – è molto più esteso, e labile, di quanto Cartesio, e i suoi fin troppo zelanti seguaci, erano disposti a credere. Alla soluzione si è arrivati tramite l’ideazione di un test geniale che finalmente è riuscito a mettere le risposte di tutte le persone normali da una parte, e le risposte di quelle con una menomazione nell’area occipitale sinistra dall’altra, arrivando così ad individuare il meccanismo che sta alla base della capacità di prendere decisioni a noi favorevoli.

Il paziente viene posto di fronte a 4 mazzi di carte; ciascuna carta contiene l’indicazione di una vincita o di una perdita, in dollari. Due di questi mazzi, indicati con le lettere A e B, contengono carte con vincite elevate ma perdite mediamente superiori; gli altri due, C e D, presentano invece carte con vincite modeste, ma perdite quasi nulle. Al paziente viene dato un budget iniziale di mille dollari; quindi viene invitato a pescare le carte. Il giocatore non conosce le regole del gioco – non sa che i quattro mazzi sono diversi, e non sa neppure in che modo lo sono; mano a mano che estrae le carte, accumula un’esperienza, che usa per prendere le decisioni successive. Il gioco, e questa è l’ultima caratteristica che lo descrive, non ha una durata tale da consentire l’elaborazione di un modello razionale capace di descriverlo.

Il giocatore, mossa dopo mossa, viene invitato ad esercitare il proprio libero arbitrio. Il meccanismo emotivo del premio e della punizione spingono i giocatori verso un’elaborazione della propria strategia di gioco. Ed è proprio su questo gioco che, finalmente, il paziente di Damasio, e altre persone con lesioni simili, mostrano la loro diversità: i soggetti sani, in breve tempo, adottano una strategia prudente che li spinge a puntare sui mazzi che noi chiamiamo C e D, e che li porta, alla fine del gioco, a realizzare una piccola vincita; quelli menomati, invece, dirigono le loro scelte verso A e B, perdendo nel giro di poco tutto quello che avevano a disposizione.

Il test è stato ripetuto più volte; l’esperienza, quindi, ha continuato ad aumentare. Tuttavia, i risultati sono sempre stati gli stessi: il paziente malato, pur essendo in grado di valutare l’entità delle singole vincite e delle singole perdite, non sa dare il giusto peso emotivo alla vincita e alla perdita. Ma lui, come visto, è in grado di provare emozioni: e in effetti ogni vincita gli procura gioia, e ogni perdita lo fa dispiacere, eppure sembra non imparare nulla da queste sensazioni – che rimangono sempre a livello di emozioni, e non diventano mai sentimenti.

Per cercare di capirne di più, durante lo svolgimento del gioco sono state applicate delle sonde elettriche sulla pelle dei giocatori, per determinare eventuali differenze a livello fisico. Analizzando i tracciati così ottenuti, si è osservato che un attimo prima di prendere la decisione, nel sistema nervoso periferico dei giocatori sani c’è dell’attività elettrica, che invece è completamente assente nei pazienti malati. Siamo vicini alla soluzione del mistero. Ma prima facciamo un passo indietro.

Sebbene il cervello sia la nostra stanza dei bottoni, siamo consapevoli che esistono attività che non possono essere comandate; e non solo quelle regolate dal sistema simpatico, come la digestione o il battito del cuore, ma anche cose semplici come piangere, ridere con tutti i muscoli del viso, abbassare il diaframma come esso fa, autonomamente, nei momenti di ansia o tristezza. Ma questo è vero fino ad un certo punto – e qui sta l’errore di Cartesio: se è vero che il cervello non può comandare l’uscita delle lacrime, è altrettanto vero che richiamando alla mente situazioni spiacevoli siamo in grado di indurci il pianto. Oppure, possiamo piangere leggendo un libro – attività, quest’ultima, che avviene ricostruendo, all’interno della mente, una situazione del tutto inventata, nella quale non siamo coinvolti. La mente, in altre parole, non può colloquiare volontariamente con certe parti del corpo in modo diretto; ma il pensiero, attività tipicamente cartesiana, è in grado di provocare effetti concreti sul corpo. Viceversa, il corpo può influenzare i pensieri: una somministrazione elevata di caffeina produce una tachicardia che viene avvertita dal proprietario del cuore con ansia e agitazione; la meningite getta nel panico il soggetto malato; la vista di un ragno può scatenare una paura che si manifesta molto prima del pensiero associato. Questa comunicazione è continua ed incessante, e determina, di fatto, la sensazione di fondo che abbiamo di noi stessi: questo è un periodo felice, oppure oggi vedo tutto nero sono espressioni che non possono essere ricondotte ad una specifica situazione, ma descrivono una situazione molto più generale; analogamente, i mal di pancia che si presentano in un periodo particolarmente stressante rappresentano l’effetto dei pensieri sul corpo. E non è attraverso la ghiandola pineale che avviene questo scambio – molto più profondo di quanto immaginava Cartesio – ma tramite due porzioni di cervello: il tronco encefalico, detto anche “cervello rettiliano” perché condiviso con i rettili, e… l’area occipitale sinistra!

Ecco, dunque, cosa accade ai giocatori del nostro test: ogni volta che devono prendere una decisione, cioè ogni volta che essi devono esercitare il loro libero arbitrio, essi pongono una sorta di domanda al corpo, una domanda che viene formulata tramite la riproduzione mentale di situazioni analoghe alla presente; una volta ricreata la situazione, il corpo presenta un’attività elettrica che si manifesta con un’impercettibile aumento del battito cardiaco, un’impercettibile dilatazione delle pupille, un’impercettibile variazione dell’elettricità sulla pelle (ecco spiegate le misure effettuate sui giocatori); queste impercettibili variazioni vengono raccolte nel tronco encefalico ed inviate all’area occipitale sinistra, dando così luogo a quel fenomeno che chiamiamo il nostro “libero arbitrio”: una decisione che ci appare come l’espressione di un nostro io profondo, ma che in realtà è il prodotto del complesso mente e corpo che valuta, e decide. Ciò che manca all’uomo con la menomazione all’area occipitale sinistra, e che mancava a Gage con il cranio sfondato, era la capacità di instaurare questo dialogo tra mente e corpo, di far colloquiare immagini mentali con il sistema periferico del corpo e viceversa: usare, in poche parole, le emozioni accumulate per decidere cosa era meglio fare. L’idea che sia la mente a prendere decisioni è quindi fondamentalmente errata: come nel Buddhismo, la mente non è altro che la sofisticatissima interfaccia del corpo verso il mondo esterno.

E’ chiaro a tutti, anche a chi sta compiendo gli studi descritti, che queste scoperte sono appena all’inizio; c’è ancora molto da capire, da verificare, da comprendere. Il problema è intrinsecamente complesso, e ha implicazioni molto più ampie di quanto queste minuscole comunicazioni elettriche tra parti diverse del corpo potrebbero far supporre. Ma la strada è quella giusta: ci stiamo avvicinando alla comprensione di quel mistero che è il libero arbitrio. Tra poco, sapremo quale meccanismo Dio, o la Natura, o il Caso, o la selezione, ha escogitato per consentirci di dire, come piccole divinità: be’, ragazzi, sono io a decidere.

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Gran parte dei concetti esposti in questo post derivano da due fonti: le chiacchierate con mio padre, e il bellissimo (e rigorosissimo) libro “L’errore di Cartesio”, di Antonio Damasio. Per comprarlo (consiglio vivamente): qui

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