La distruzione dei tiranni

Via via che crescevano il suo potere e la sua fama, aumentava – nella mia fantasia – la durezza del castigo che avrei voluto infliggergli. Qundi, dapprima mi sarei accontentato di una sconfitta elettorale e di un raffreddamento del favore popolare. In seguito esigevo che venisse imprigionato; poi esiliato in un’isola remota, un’isoletta piatta con un’unica palma, la quale, simile a un asterisco, stesse a indicare il fondo di un inferno fatto di solitudine, vergogna e disperazione. Oggi, alfine, nulla tranne la sua morte mi potrebbe soddisfare.
Al pari di quei grafici che illustrano la sua ascesa, indicando il numero crescente dei suoi seguaci mediante una sagoma che si fa via via più grande ed infine enorme, così il mio odio per lui – a braccia conserte, come quella sua immagine – ingigantisce minacciosamente nello spazio che è l’anima mia, fino a riempirlo quasi per intero, lasciando a me soltanto un ristretto bordo di luce ricurva (più simile a un alone di follia che a un’aureola di martirio) in attesa che l’eclissi si faccia, come io prevedo, totale.
I suoi primi ritratti, sui giornali, nelle vetrine e nei manifesti – anch’essi sempre in crescita, come piante ben annaffiate, nel nostro suolo irriguo di lacrime e di sangue – eran un po’ sfocati: a quell’epoca, il mio odio non bramava ancora la sua morte. Un non so che di umano – l’eventualità che egli si ammalasse, deperisse, restasse in qualche modo menomato – s’insinuava in alcune di quelle fotografie (le sue pose non erano ancora standardizzate) e baluginava nel suo sguardo, che non aveva ancora assunto la fierezza dell’espressione storica che poi gli sarà propria. A poco a poco, in seguito, quel sembiante si fece più solido e netto; guance e zigomi, nei ritratti ufficiali, acquistarono una patina lucente, da divo, come in virtù del crisma dell’affetto popolare o della vernice che si dà a un quadro appena ultimato. Impossibile era, ormai, immaginare che quell’uomo starnutisse, o si soffiasse il naso, o portasse un dito alla bocca per sloggiare un pezzetto di cibo rimasto incastrato in un dente guasto. Insomma, alla varietà sperimantale tenne dietro un’uniformità canonizzata. La sua fisionomia si stabilizzò. Gli occhi, freddi e opachi, non denotavano né intelligenza né crudeltà, ma avevano uno sguardo insopportabilmente strano. Si fissò, in quei ritratti, la solida carnosità del mento, il bronzeo della mascella, nonché quel segno caratteristico di cui s’erano già impadroniti i vignettisti di tutto il mondo e che rendeva immediatamente riconoscibile una sua caricatura: una ruga sulla fronte, lunga e spessa, che era piuttosto un sedimento di grasso che non una cicatrice del pensiero. Sono indotto a pensare che il suo volto venisse spalmato d’ogni sorta di balsami e d’unguenti, altrimenti non saprei capacitarmi della sua buona qualità metallica, poiché io sapevo quanto fosse, un tempo, malaticcio, gonfio e sempre malraso, tanto che si sentivano quelle setole grattare sul colletto quando lui girava la testa…

(da “La distruzione dei tiranni”, di V. Nabokov, 1938, Guanda Edizioni)

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