L’unità di misura della felicità

18556413_10212700872377321_7367820456149499810_n
Foto di Christian Baldin

Se passi tre giorni al Salone del Libro, ti sarà chiaro come evolve una vita, dall’infanzia esuberante e stuporosa, estratto puro di entusiasmo, fino al momento in cui, ormai privi di forza, confusi, esausti, ma non ancora rassegnati, si deve prendere commiato dagli altri. Un ontogenesi con la manopola del forward pigiata a tutta forza.

Sono sul treno per Padova. A sinistra, le Alpi innevate; a destra, campi verdi, boschi, tralicci dell’elettricità, risaie; dentro, umanità che dorme, umanità che legge, umanità che, come nel medioevo tecnologico, riprende il panorama dal finestrino con una telecamera; umanità, infine, che, con il viso appoggiato a una mano (la mano di un braccio il cui gomito viene sostenuto da una borsa appoggiata a una gamba accavallata), oscilla tra sonno e veglia, cercando di seguire, più per noia che per vero interesse, le conversazioni degli altri senza riuscire a cogliere il significato delle parole. E poi ci sono io, carrozza 7, posto 12B, questo essere umano un po’ sovrappeso, con problemi di insonnia, sempre pieno di dubbi, disperatamente aggrappato alla vita, sempre sull’orlo di una felicità fragilissima, con il quale ho la sorte di condividere praticamente tutto il mio tempo, uno dei due Paolo Zardi presenti al Salone – l’altro essendo un mio sconosciuto omonimo al quale forse ho rubato il posto nel circolo dei lettori – che, dopo aver dormito meno di quindici ore negli ultimi tre giorni, non cerca di raccogliere i propri pensieri sul Salone del Libro, e nemmeno di elencare i fatti generali ai quali ha assistito (uno per tutti: l’affluenza da record), ma, piuttosto, prova a trascrivere le emozioni che ha provato, senza curarsi troppo della forma. Perché devo ammetterlo: da un punto di vista emotivo, per me questi sono i tre giorni più importanti dell’anno.

WP_20170520_14_52_08_ProPer chi non c’era, però, devo riportare questo semplice dato di fatto: il Salone è stato un successo. Lo hanno detto tutti. E lo si è capito già dal primo giorno, il giovedì. Tanta gente, tanto entusiasmo. Il trend è continuato anche nei giorni successivi. Sabato mattina la coda per entrare occupava tutto il piazzale del Lingotto e usciva fino in strada. Mai vista una cosa del genere. Se c’era il timore che la concorrenza di Milano potesse danneggiare Torino, ora non c’è più. La città, la regione, gli editori, gli autori, si sono espressi chiaramente. Mancavano Mondadori, Adelphi, Rizzoli; e nessuno se ne è accorto. Invece c’erano Pennac, Richard Ford, Annie Arnaux, Saviano. Spero che qualcuno se lo sia segnato e l’anno prossimo se lo ricordi.

18555909_1779884892026961_4777332983053831269_nMa non è questo l’aspetto che conta. Venerdì, parlando con Giacomo Brunoro, durante un momento di pausa (pausa da cosa? pausa da altre chiacchiere), abbiamo convenuto che il Salone è bello perché per cinque giorni puoi credere di non essere il solo ad aver messo i libri al centro della vita. Tra tutte le poesie che ho letto nella mia vita, ce n’è una che mi commuove ogni volta; una poesia che se vuoi apprezzare devi per forza avere una certa dose di presunzione. Parla di un albatros che vola con ali di gigante nel cielo sconfinato ma che, una volta a terra, viene tormentato dalla pipa di uno stupido marinaio. A Torino abbiamo volato, e non importa se a qualcuno fanno ridere le nostre illusioni, i nostri piccoli sogni, il nostro cuore ingenuo. Davvero: non importa. È da quando abbiamo cinque o sei anni che crediamo che esistano isole del tesoro infestate di pirati; che ci commuoviamo pensando a quell’uomo che, una mattina, si è svegliato e si è accorto di essere diventato uno scarafaggio; che sappiamo che gli amori eterni esistono non appena uno scrittore ha il coraggio di inventarseli. Siamo fatti così, noi che a maggio andiamo al Salone. Esisterà, da qualche parte (probabilmente a Milano), anche il Salone della Pipa, dove marinai dal cuore di pietra si trovano tutti insieme per ridere di chi vorrebbe passare il tempo volando sopra il mare. Ma ci siamo abituati. Passiamo il tempo a sentirci dire torna con la testa per terra… La nostra fragilità ha acquistato una forza tremenda.

WP_20170520_11_30_40_ProNon abbiamo parlato solo di libri. Alle tre del mattino, mentre gli occhi si chiudevano per il sonno, ci è venuta voglia di raccontarci un po’ le nostre vite. A forza di leggere libri, abbiamo intuito cosa siamo veramente; e a forza di scriverli, abbiamo trovato la forza di essere noi stessi. C’è una libertà così grande, nelle pagine di un romanzo, tra un racconto e l’altro, nei versi di una poesia, c’è una verità così abbacinate, che poi non ne puoi più fare a meno: vuoi che quella verità, quella libertà, diventino il metro con il quale misuri la tua vita, le basi sulle quali la costruisci. Se ci penso, io sono stato salvato due volte: da Dunja, quando ha preso una vita uguale a quella di tutti gli altri – la mia – e l’ha resa unica; e dai libri, che hanno sfondato le pareti della tana in cui vivevo e mi hanno fatto vedere il cielo. La retorica non c’entra nulla: io avevo cinque anni, ero altro un metro e trenta, pesavo venti chili, ed ero già disteso per terra con un libro in mano, gli occhi spalancati, il nasino ancora piccolino infilato tra le pagine, e una gioia che ricordo bene. Nessuno mi ha insegnato che leggere è bello: l’ho sempre saputo. Nessuno mi ha detto che leggere fa bene: ero là mentre succedeva.

Se si dovesse scegliere un’unità misura della felicità che si crea tra esseri umani, userei l’abbraccio, valutandone anche l’intensità e la durata. Quanta gente ho abbracciato, in questi giorni? Quanta mi ha abbracciato? Conto quegli abbracci uno a uno e poi li riconto, e se arrivo a mille mi toccherà nascondere il loro vero numero, che facile che arriva un invidioso che fa il malocchio, per un numero di abbracci così alto…

L’ultima canzone dei Beatles, la The End che chiude Abbey Road (dieci punti a chi riconosce l’errore di questa affermazione), dice che alla fine, se tiri le somme, l’amore che ricevi è uguale a quello che dai. Ed è vero? L’ha scritta Paul McCartney, che con il tempo è diventato l’uomo più ricco d’Inghilterra; probabile che al talento per la musica affiancasse anche quello per i bilanci. Ma non so se ha ragione. Sono arrivato a Torino con un libro di 200 pagine, sono tornato a casa con una tonnellata di amore nel cuore. Fate un po’ voi.

WhatsApp Image 2017-05-21 at 15.43.27

Annunci

9 risposte a "L’unità di misura della felicità"

Add yours

    1. Caro Andrea, grazie per questo messaggio!
      Un abbraccio a te, a Carlotta e alla vostra creatura
      ps vinti i 10 punti! 🙂 quindi non solo sei juventino, ma anche fan dei Beatles – ottimo, ottimo!

      Mi piace

  1. Quest’anno . ahimè, non sono potuto venire e per un torinese espatriato è una mezza tragedia. L’ho seguito sui social, ma non è la stessa cosa, mi è spiaciuto non esserci, avrei voluto incontrare tante persone 😉 Alla prossima

    Mi piace

  2. Volevo solo dire che “stuporosa” è … (come posso trovare un aggettivo che descriva la bellezza di un altro?)

    invece questo pezzo è bello tutto, mi parla del motivo per cui non ho smesso di interessarmi al salone anche se non voglio più tradurre (che poi chissà, eh), e quel motivo è ciò di cui il salone è pieno : i libri, l’amore.

    Grazie per questo racconto a caldo

    Piace a 1 persona

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

Penitenziagite! (Un cadavere nella Rete)

La prima Social Network Novel in assoluto

RdC: la rubrica del complimento

Mi prendo in giro da sempre. Perchè smettere proprio ora?

Settepazzi

Riflessioni sulla letteratura Latinoamericana di Antonio Panico

50 libri in un anno

COLLETTIVO UMILE DI LETTORI E RECENSORI

Cartoline dalla Terra dei Libri

Leggo un libro, scrivo una cartolina

Tre racconti

Storie brevi e voci nuove

Episodi (abbastanza) brevi

Spero, credo, insomma.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: