Tana libera tutti, di Alessandra Piccoli

Oggi è il primo di aprile 🐟 e, scherzi a parte, ci leggiamo il quarto racconto dalla libreria Limerick. Alessandra Piccoli nasce come poetessa (i suoi versi possono essere trovati in rete, e vale la pena cercarli) e si sposta quindi sul racconto: l’ho scoperta tardi, ma si è sempre in tempo per recuperare, soprattutto quando ne vale davvero la pena.
Le foto sono sempre del fotografo ufficiale di Grafemi, il nostro Christian Baldin, e sono state scattate a Zoldo.
Buona lettura!

Tana libera tutti
di Alessandra Piccoli

I movimenti della vecchia dilatano i fiori del vestito sintetico, la schiena curva sul fuoco, larga e bassa; suda.
Il lungo bastone sbatte con un rumore sordo sul paiolo di rame mentre gli occhi vispi fissano le fiamme, si accendono a ogni giro, a ogni respiro che diventa un rantolo.
La stanza è scura, il pavimento è di legno come il soffitto che sembra cedere da un momento all’altro; la stufa di ghisa è appoggiata al muro tra due finestre che danno sulla corte: ci sono le galline libere e i conigli chiusi nel recinto metallico verde. La puzza mi punge gli occhi, fastidiosa come i versi delle galline che litigano per un pezzo di pane.
Nella stanza c’è odore di formaggio fresco, di latte bollito, e di bruciato. Sul grande tavolo rettangolare la polvere si impasta con il grasso; i resti del cibo e le briciole vengono fatti cadere a terra con uno straccio e poi spazzati fuori, se no arrivano i topi, dice la vecchia, ma i topi arrivano lo stesso, e io li sento rosicchiare di notte.
C’è una scala a pioli in legno che entra in un buco quadrato in alto; là sopra, oltre quel buco, ci sono due letti e un bagno di fortuna per la notte -un secchio di plastica con un coperchio di alluminio.
La vecchia immerge l’indice nella polenta liquida e bollente e se lo mette in bocca, velocemente; poi, ci soffia sopra.
Le dico che esco a giocare con i miei amici, lei si gira e mi guarda in silenzio con occhi vuoti. Tiro la porta di legno verso di me, la vecchia mi dice di non fare tardi, “pioverà, non si sta nel bosco quando piove”. Le sorrido facendo un cenno con la testa, lei si asciuga il dito nel grembiule.

2011 Zoldo - dsc_8534 - Tana libera tutti - malga - Aprile 23

Fuori c’è un odore denso, il cielo è grigio e pesa; le punte degli abeti si schiaffeggiano e imitano il rumore del mare, lo ricordo, anche se l’ho sentito solo una volta. Percorro il sentiero che porta al grande albero, il nostro punto di incontro su uno slargo verde, e mi chiedo se qualcuno sarà passato a falciare l’erba o se qualche animale la avrà brucata. Sento il rumore dei campanacci in lontananza, le mosche verdi danzano e ronzano.
I miei passi non fanno rumore sulla terra morbida e l’erba mi fa il solletico sulle caviglie rimaste scoperte. Papà dice sempre che nei boschi, le gambe, fino al ginocchio, devono stare coperte, protette da rami e insetti, dalle vipere.
Mi tolgo la camicia di flanella a quadri, la stendo per terra e mi siedo sopra, aspetto Giuseppe e Clara, Rosa, Mario. Ho il cuore che batte veloce, le tempie pulsano e mi sudano le mani.
Il sole riesce a filtrare, l’erba si accende di un verde brillante, le cortecce degli alberi mi mostrano infinite sfumature che vanno dal marrone scuro al nocciola; vicino a me ci sono piccoli fiori gialli, azzurri, -gli occhietti della madonna- li chiamiamo qui, e viola. Le api dal corpo peloso non ne dimenticano uno, il rumore del loro lavoro mi mette in pace: papà dice che non devo avere paura, che devo muovermi piano, devo osservare ciò che c’è intorno a me, rubarne i colori e imitarne i movimenti.
Un raggio mi scalda la guancia e mi stendo; guardo gli alberi che si fanno fitti sopra di me e chiudo gli occhi: penso al cielo, penso che sia come una coperta scura coi buchi, un modo creato da Dio per mettere a dormire il mondo quando è stanco.
Sento i passi di qualcuno farsi vicini, apro gli occhi: è alto e sembra che siano gli abiti a tenerlo in piedi; mi rimetto seduta e gli chiedo chi sia e se ha visto dei ragazzini come me.
L’uomo ha le mani in tasca e mi risponde che ha sentito delle voci  – gli mancano i denti davanti, quelli sopra – però, dice, non sa nulla di più; mi mostra, tirando fuori una mano dalla tasca, un pettirosso. La testa dell’uccellino è girata di lato, le zampette all’insù, gli occhi chiusi; il becco sembra indicare una direzione precisa, l’uomo mi chiede se lo voglio tenere, rispondo: “Perché?”.
L’uomo mi guarda con un’espressione sospesa, passa un indice sulla testa del pettirosso e lo annusa; “senti il vento”, mi dice “pioverà”, e, poi, si allontana.
Poco prima di un temporale, nei boschi, si sprigiona l’odore del muschio e dei funghi, delle cortecce; si sente l’erba, la resina, si sente il marcio del tappeto di foglie; l’odore acre di certe bacche si fonde con il dolce dei frutti di bosco, è come se ogni cosa aprisse i pori e aspettasse di bere. Poi, arrivano le lumache: la vista, nei boschi, da sola non ti salva, dice papà.
Mi alzo, cammino nella direzione indicata dal becco del pettirosso e vado verso le voci che inizio a sentire.
Imbocco un sentiero segnato con la vernice rossa sul tronco di un albero, penso al becco dell’uccellino, mentre le foglie crepitano sotto alle scarpe e le pietre bianche sembrano stelle cadute.
Le voci si avvicinano, riconosco Giuseppe e la sua risata che diventa un grugnito, inizio a camminare più veloce, il respiro si fa pesante e umido.
Alcune gocce filtrano dagli alberi e mi colpiscono le spalle, la testa, si infilano nel risvolto dei pantaloni, sotto il ginocchio, e portano con sé l’odore della canfora. Inizio a correre verso la luce che vedo in fondo; un piccolo torrente, che scende dal bosco, si è formato alla mia destra, e il fango mi risucchia le scarpe. Mi copro la testa e parte del corpo tenendo sollevata la camicia; davanti a me c’è un prato delimitato da un cancello di ferro, il catenaccio è rotto e arrugginito, spingo un’anta che emette un lamento flebile. Ci sono delle pietre tutte della stessa misura; sulle pietre ci sono delle fotografie; sotto le fotografie ci sono nomi, numeri, a volte frasi scritte con delle lettere di metallo marrone. Alcune di queste pietre sono scolpite e rivelano un volto, un paracadute o una motocicletta; sono ordinate e pulite, senza fiori.
Mi muovo come se conoscessi il percorso di una costellazione, cerco un senso cronologico senza trovarlo. Penso che la vecchia si arrabbierà molto per il ritardo e decido di ritornare verso casa. I miei abiti sono diventati pesanti, cammino come un gambero in una sorta di rispetto per chi sto lasciando troppo presto; appoggio l’anta del cancello e accarezzo il catenaccio, è molto vecchio, penso, guardando la pelle delle mie mani, le macchie, le mani di una vecchia.
Sto tornando, mi ricordo il percorso, guardo il grande albero, il nostro albero, so che dovrei fermarmi lì, dovrei dire “le parole”, ma il temporale mi fa paura, papà dice che i fulmini colpiscono gli alberi più alti.
Entro in casa, la vecchia non c’è, mi tolgo gli abiti e, gocciolando sul pavimento, li uso per asciugare la pozza che si è formata; ho freddo, il fuoco vicino mi invade, mi arrossa il viso.
Sul tavolo di legno c’è il mio posto preparato con un piatto che fuma: la vecchia lo fa sempre, dice che siamo rimaste io e lei e siamo la nostra famiglia, non vuole mai parlare della mamma e del papà, non capisco perché. Prendo la coperta appoggiata sulla poltrona della vecchia, che ha la sua forma e anche il suo odore. Fuori dalla finestra c’è un coniglio appeso all’ingiù, sembra sorridermi e gli occhi brillano come perle nere; dai muscoli ancora tesi sta gocciolando liquido rosso che nutre la terra.
La vecchia entra, mi guarda, gli occhi sono di nuovo vispi, sono azzurri: per gli altri gli occhi sono il nostro nome, ci hanno sempre chiamate usando il colore degli occhi; a volte, invece, qualcuno dice “quella intera” e, io, “l’altra”.
Ho molta fame e mi scotto la lingua e la gola, non sento più il gusto del sugo marrone rimasto, e con la forchetta scrivo: tana libera tutti.


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Alessandra Piccoli (autrice) è nata il 19 dicembre del 1970 a Vicenza.
Con Chiara Trevisan (La lettrice Vis a vis) ha fondato il De Cesso Poetico, poesie al bisogno.
Ha pubblicato due raccolte di poesie: Diversoinverso con Terra d’Ulivi ed, 2015 e Tè verde con Cicorivolta ed, 2016.
Ha partecipato con due racconti a due serate del concorso 8×8 di Leonardo Luccone, nel 2014 e nel 2018.
Alcuni suoi racconti sono pubblicati sulle riviste Pastrengo, Altri Animali di Racconti edizioni e Risme.

 


Christian Baldin (fotografo)
2019 Somewhere - 20121209_122144 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - immagine profilo - Ottobre 24Nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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