Il mio autunno

Quando avevano diagnosticato un tumore a mio suocero, nell’estate del 2005, e lui aveva detto che l’esito della biopsia era negativo, che il tumore era benigno, io ci avevo creduto, in buona fede, o forse perché volevo che le cose andassero davvero come avremmo voluto. Dopo l’operazione di dicembre, però, venne fuori la verità. Fu un mezzo disastro. I dottori erano soddisfatti: avevano tolto tutto e c’erano buoni motivi per credere che mio suocero, che allora aveva 59 anni, sarebbe vissuto altri cinque anni – al “sacchetto” si sarebbe abituato, come tutti. Mia moglie era a Trieste con lui, mi chiamava dall’ospedale mentre io ero in ufficio, e mi sembrava che fosse diventato tutto buio. Li raggiunsi la sera stessa. Abbracciai sua madre, mi pareva che l’avessero condannata a una pena terribile, ma lei, nonostante fosse rossa in viso, e provata, sul punto di piangere, ci fece forza: lui si sarebbe tirato su e le cose sarebbero andate bene.

La mattina dopo andai a trovarlo nel vecchio ospedale. Avevamo anche Jurij, che allora non aveva ancora due anni, e a turno qualcuno stava fuori con lui. Mio suocero aveva una bombola d’ossigeno accanto al letto e la mascherina per respirare – non poteva parlare. Mi guardava sorridendo per farmi coraggio. Aveva lo sguardo di un bambino che aveva raccontato una bugia, nel momento in cui viene scoperto: ci aveva tenuto nascosto tutto solo per non farci stare male. Baciai la fronte di quell’uomo ruvido e dolcissimo. Un gabbiano, un cocal, come dicono i triestini, volava avanti e indietro davanti alla finestra della camera.

Passai il pomeriggio a casa dei miei suoceri, nel loro salotto, con Jurij. Dormiva sul divano, io gli accarezzavo i piedini mentre fuori diventava buio. La campana della chiesa vicina segnava anche i quarti d’ora e quei rintocchi medioevali mi atterrivano. Quando si svegliò, ci mettemmo davanti alla “stube” a tirare bucce d’arancia sul fuoco per vederle sfrigolare. Gli dicevo che era un drago, quella specie di camino. Rimanemmo là fino a quando si stancò di quel passatempo. Tornammo sul divano, gli toccai la fronte: scottava, aveva la febbre e le guance tutte rosse. Mia moglie ogni tanto mi chiamava dall’ospedale; tornò a casa con l’autobus dopo le sette. Ci abbracciammo forte.

La sera dopo, partii per Padova – dovevo riprendere a lavorare. Mentre aspettavo che il treno partisse (il vagone era caldissimo), finalmente piansi, per dolore e per amore. Alla fine di quel mese concepimmo Matija, la nostra consapevole risposta alla morte. Mio suocero si riprese bene. Fu un nonno perfetto. I dottori sbagliarono, per difetto, di due anni.

Quanto tempo è passato da quel pomeriggio di dicembre trascorso con Jurij in salotto, lanciando le bucce di arancia nel fuoco? Oggi mi sono ritrovato nella stessa stanza, ma questa volta Jurij è rimasto a Padova, con Matija, il piccolino che nacque in quei mesi e che ora è alto quasi due metri. Mia moglie e mia suocera sono andate a comprare una lavatrice. Io ho guardato una trasmissione sul Covid mentre inserivo gli avanzamenti per la fatturazione. Ho fatto pausa provando a leggere qualche pagina di un libro, inutilmente. Le campane suonavano ogni quarto d’ora, come allora. Il cielo grigio è diventato scuro, è arrivata la notte, e non ho sentito nulla, nulla, niente dolore, nessuna risonanza con il mondo, nessuna paura, e niente amore, come se in questi anni qualcosa, qui dentro, si fosse seccato, fosse sparito. Niente di niente.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Amanda ha detto:

    Ma è un silenzio della memoria di quelle emozioni o un distacco da quelle attuali?

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    1. Paolo Zardi ha detto:

      La seconda, solo la seconda.

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  2. Fabio Piero Fracasso ha detto:

    Leggo con ritardo: d’indicibile bellezza.

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