Grafemi

Segni, parole, significato.

Reality killed the reality

Anche se non ha un nome particolarmente noto, il produttore (e musicista, e cantante, e autore) Trevorn Horn ha dato almeno tre importanti contributo alla musica pop degli ultimi trent’anni: con gli Art of Noise, che all’inizio degli anni ottanta hanno introdotto sonorità poi riprese da decine di musicisti in tutto il mondo; con l’invenzione del gruppo meteora Frankie Goes to Hollywood, uno dei punti più alti (e più effimeri) raggiunti dalla musica pop inglese dopo i Beatles; e con un singolo realizzato dal suo primo gruppo, cioè i Bangles, il cui titolo fu una sorta di profezia: “Video killed the Radio Star”.

La televisione ha ucciso le stelle della radio, canticchiava Trevor Horn nel 1979. E Picture came and broke your heart, aggiungeva il coretto. Il 1° agosto 1981, il primo video trasmesso da MTV fu proprio questo. Il video avrebbe seppellito, sotto i suoi riflettori, tutti quelli che, per cantare, si limitavano a cantare. Dopo meno di quindici anni dal celebre saggio “La società dello spettacolo” di Guy Debord (un mattone incredibile, certo, ma fondamentale per la compresione del nostro tempo), l’occhio assurgeva ad unico giudice del mondo contemporaneo.

A distanza di trent’anni, Trevor Horn ha fatto un ulteriore passo avanti nella sua descrizione del mondo, producendo l’ultimo album di Robbie Williams. Titolo? “Reality killed the video star”.  In Inglese, è un gioco di parole: chi ha ucciso le stelle del video? la realtà o il reality? In Italiano, invece, il senso di questo titolo ci è subito chiaro. Per noi, reality significa solo Grande Fratello, Isola dei Famosi, Amici, X-Factor. La realtà, è un’altra cosa.

Per anni, non ho avuto la televisione – non per una scelta ideologica, ma semplicemente perché avevo di meglio da fare. Quando è nato il piccolo, e mia moglie era costretta a stare seduta ad allattare per molto tempo, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di prendere una. I primi mesi ci siamo fatti una scorpacciata di tutti quei programmi di cui si sentiva sempre parlare, e che noi non avevamo mai visto. Zelig, ad esempio. Da anni ero circondato da persone che continuavano a ripetere frasi senza senso, e a ridere tutti insieme dopo averle dette, e non capivo perché. Oppure Sanremo: come si era involuta la canzone italiana negli ultimi cinque anni? E poi il Grande Fratello.

Fu un caso, credo, che beccai quella che, secondo molti, fu l’unica edizione decente. Mi pare fosse la terza. E in effetti le puntate  che vidi mi divertirono. C’erano due o tre personaggi persino simpatici; e ad un certo punto ebbi l’impressione che, mettendo persone con un po’ di cervello in una stanza, sarebbe potuto venire fuori qualcosa di interessante – che ne so, una sorta di presa di coscienza, un’apertura improvvisa degli occhi. Così aspettavo, con un pizzico di trepidazione, e con la certezza folle che hanno i rivoluzionari, che i concorrenti si ammutinassero e prendessero in mano la trasmissione. Ma le cose, non andarono affatto così, come sanno, con certezza assoluta, gli uomini di potere. Qualcuno vinse, qualcuno perse, e, a posteriori, non ci fu nulla che potesse giustificare il tempo perso ad assistere  a quello spettacolo.

Ma finito il Grande Fratello, e continuando a zappare tra canali, nei mesi successivi, ritrovai tutti i personaggi, che avevo visto chiusi nella casa, come ospiti, più o meno fissi, di altre trasmissioni. Il Grande Fratello aveva creato delle piccole celebrità. In un articolo che lessi in quel periodo, venivano riportati i risultati di uno studio che mostrava come gli spettatori fossero convinti, seppure inconsciamente, che le persone che comparivano nei programmi televisivi fossero dei loro amici. E non è un caso che la trasmissione più rappresentativa di questo genere di intrattenimento sia Amici, il contenitore di casi umani ideato e condotto dal marito di Maurizo Costanzo, cioè la potentissima Maria De Filippi. In questa trasmissione, c’è una sola cosa degna di nota: i partecipanti – concorrenti, pubblico, gente che chiama da casa – si rivolgono tutti alla De Filippi chiamandola per nome, con un’intimità che è quella che ci si aspetterebbe tra persone che si frequentano tutti i giorni. E in effetti, questa frequentazione quotidiana esiste – la tv occupa ogni anfratto della vita di tutti i giorni – ma è monodirezionale; questo, però, è un dettaglio che volentieri si tende a dimenticare.

Emanuele Filiberto, la scimmia dal volto umano, ha un difetto che, di questi tempi, potrebbe essere considerato quasi un pregio: l’ingenuità. Quello che pensa, dice. Non conosce un secondo livello di pensiero; e se lo conosce, ci dice anche quello. L’anno scorso partecipò ad un reality di Rai Uno, “Ballando con le stelle”, condotto dall’intramontabile Milly Carlucci, e vinse. Ad un giornalista del Tg confidò, con una candidezza da bambino, che aveva deciso di partecipare alla trasmissione per farsi conoscere dagli Italiani, in vista delle Elezioni Europee che si sarebbero tenute poco dopo: compaio, quindi esisto. Prima di “Ballando con le stelle”, il Principino era conosciuto solo grazie (o per colpa) a Fabio Fazio, che lo volle nella sua trasmissione “Quelli che il calcio” (che fu un’idea geniale, ma che evidentemente scappò di mano ai suoi conduttori, se ha contribuito a rendere famoso non solo Emanuele Filiberto, ma anche il terribile Paolo Brosio, ora redento sulla strada per Medjugorie): per esistere, però, serviva un reality.

Le elezioni, quelle Europee, il Principino le perse. Ma in compenso è arrivato secondo a Sanremo. Chi l’avrebbe mai detto? E l’unico motivo per cui ha perso è perché in giro, a Sanremo, c’era anche Scanu, uscito dalla fucina di mostri della De Filippi; però il Principe ha sconfitto Marco Mengoni, che è arrivato solo terzo dopo il primo posto a X-Factor. E la categoria “Giovani” è stata vinta da un concorrente della prima serie di X-Factor – il timidissimo e frigidissimo Toni. La gara canora più famosa d’Italia è stata dominata da quattro personaggi che erano dei perfetti sconosciuti fino ad un anno fa, e che tre differenti reality hanno contribuito a trasformare in stelle. Surclassati i cantanti puri come Irene Grandi, Malika Ayane, Toto Cutugno, Cristicchi (che però ha parlato di televisione).

Marco Carta, che vinse Sanremo l’anno scorso, era arrivato primo ad Amici con 1.900.000 voti. Un milione e novecentomila. In Italia ci sono un milione e novecentomila persone che non solo ritengono che Marco Carta sia un cantante, ma che pensano sia importante votare per fargli vincere un programma. Questo popolo, che è  muto su ogni questione importante, che sopporta da migliaia di anni qualsiasi giogo, più o meno pesante, improvvisamente si sveglia quando c’è da salvare (o eliminare) qualcuno che è appena andato a finire in nomination. E tutti i programmi, compreso Sanremo, hanno capito che l’unico modo per tenere attaccati gli spettatori davanti alla televisione è fornire, ai telespettatori, la possibilità di decretare il successo, o il fallimento, di uno di loro.

Il punto è che ciò che noi chiamiamo reality sta alla realtà come la televisione sta alla nostra vita: è un surrogato posticcio, bidimensionale, artefatto, il cui scopo dichiarato (ma sempre dimenticato) è vendere gente-che-guarda a gente-che-vende. I corpi seduti davanti ai focolari LCD sono carne da mercato. Così la nostra realtà quotidiana si fonde, si scolora, si confonde, con questi salotti ciarlieri, queste case popolate da ragazzi che passano il tempo ad urlare, o a giocare, o a cercare di scopare qualcuno, con quelle isole dove gente una volta famosa tenta di riottenere la fama tramite la fame. Ma non c’è nulla di vero, in tutto questo. I reality, prima o poi, finiranno per fare fuori la realtà.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

10 commenti su “Reality killed the reality

  1. Nicola Pezzoli
    03/03/2010

    Chapeau, Paolo, chapeau!
    In un paese appena decente, un’analisi così completa, intelligente e lucida la si troverebbe sulle pagine di un grande quotidiano nazionale, invece delle scorregge fascioreligioidi della Tamaro o dei balbettii del raccomandatello Carrisi (per dirne uno), di cui ho di recente letto un pezzo che ci parlava della scomparsa delle mezze stagioni (!), e c’informava sulle capacità di sua nonna di fare previsioni meteo basandosi sui dolori ossei della sua gamba destra. (Se io e te scrivessimo con la nostra TERZA GAMBA, saremmo di certo un po’ più bravi di così…)
    Io, il processo che tu descrivi così bene, lo chiamo, a costo di apparire antipatico, “inferiorizzazione delle masse”. Vogliono ottenere, e ci stanno riuscendo, un popolo di scimmie schiave (magari pure laureate, è questo il bello!) che passino il dopolavoro davanti a uno schermo per spendere ciò che hanno appena guadagnato. Guardare, votare, comprare. L’importante è che non pensino e non leggano. Non ci sarà bisogno di pensare e di leggere, per fare teleacquisti con la connessione totale di dopodomani, basterà premere col ditino gli appositi simboli che appariranno sul touch screen: CIBO, CAZZO, VIDEOGIOCHI, MODA, MOTORI, REALITY, SPORT, MUSICA, FIGA. Non nel lontano futuro: dopodomani.

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    • Paolo Zardi
      07/03/2010

      Uno dei libri più belli degli ultimi cento anni è “Infinite jest”, di Wallace. Il problema che hanno questi libri distopici, però, è quello di fornire nuove idee a chi non sa più come svuotare sufficientemente il cervello della gente per tirare soldi fuori dalle tasche. E’ in corso un processo di lobotomia generale, che nel giro di qualche decennio diventerà irreversibile. Alla fine dell’ottocento, gli operai, che formavano quella che allora era la classe più disagiata, chiedevano, pretendevano, il diritto allo studio. Nel famoso orologio dei socialisti degli anni venti, c’era scritto: otto ore per lavorare, otto ore per studiare, otto ore per riposare. Ora, tv. Che finge di soddisfare ogni desiderio che essa stessa produce. A costo di essere noioso, io continuo a ripeterlo: è il declino dell’Occidente. Ai tempi dell’Impero Romano, non è che si sono svegliati una mattina e si sono detti: ops, è finita la pacchia. E’ una discesa, lenta e inesorabile. Basta saper cogliere i sintomi.

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  2. Claudio dei Norma
    03/03/2010

    Paolo.
    Io sono troppo stronzo per natura, troppo stronzo, per cui ti lascio un commento badando a come parlo.
    Sono completamente d’accordo con le prime righe che Nicola Pezzoli ti ha lasciato. Ha ragione e hai ragione.
    Riguardo Sanremo, l’unica cosa che riesco a dire è che quest’anno e l’anno scorso abbiamo avuto la dimostrazione dello status quo cerebrale e politico-sociale della nostra nazione. Semmai ne avessimo avuto bisogno.
    Mi tolgo il cappello per il tuo articolo e mi strappo i peli della barba per le madonne che me vengono a pensa’ come stamo-no, e no, come STANNO messi. Me lo voglio permettere.
    Unica bachettata sui ditini: il gruppo di Trevor “Mida” Horne erano i Buggles, le Bangles erano delle signorine divenute famose per la hit Walk Like An Egyptian.
    Un abbraccio.

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    • Paolo Zardi
      07/03/2010

      Grazie per la bacchettata: è vero, il gruppo di Trevor Horn (ricambio la bacchettata con lo stesso sorriso: non Horne) si chiamava “Buggles”, e non Bangles (gruppo femminile che avrebbe gravitato intorno a Prince una decina d’anni dopo: mi sembravano gnocche, a quei tempi, ma se ti capita di rivedere un loro vecchio video vedrai che a quei tempi si badava di più alla sostanza che all’apparenza – o forse sono cambiati i gusti). Pensa che mentre scrivevo il post – e questo potrebbe spiegare il lapsus – mi chiedevo chi fossero le donne che cantavano i coretti della canzone “Video killed…” – sotto sotto, ero convinto che fosse un gruppo femminile.

      Per Sanremo: a quando un pezzo di Norma? 😉

      Un abbraccio!

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  3. Claudio dei Norma
    03/03/2010

    P.s.: del principe de ‘sto cXaXzXzo non voglio nemmeno parlarne, ti rimando però a questo post di Peppermind,

    http://se-telefonando.blogspot.com/2010/02/ermetica-mente-guerra-civica.html

    A presto.

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  4. api
    04/03/2010

    bellissimo, e non esteticamente, ‘pezzo’, pà! inutile ripetere, sono d’accordo…non ho barbe da strapparmi e non voglio ridurre a brandelli le mie povere e poche vesti, però…giusto ora ascolto di una probabile, possibile, eventuale ennesima ‘marcia su Roma’. allora penso che ci siano altre cose da ‘strappare’!
    clà, servi tutto intero, all’umanità!;)
    e se mi permetti, stavolta ti stampo e ti porto in giro, da qualcuno, purtroppo molti…che hanno bisogno di conoscere lucidità e chiarezza. ma se non vogliono aprire gli occhi…!
    sto ultimando la lettura di ‘Storia della morte in Occidente’…ottimo suggerimento, il tuo, grazie!
    un abbraccio, api

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    • Paolo Zardi
      07/03/2010

      Vedi, la barba che non ci si può strappare, è qualcosa che tutti noi sentiamo di avere: non ci sono più vesti da stracciare, disgusto da comunicare, da mostrare. Non serve a niente. Presto si inizierà a ridere di chi dice che in Italia la situazione fa schifo – verrà considerato un tizio stravagante, come quelli che dicono che nel 2012 ci sarà la fine del mondo…

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  5. Peppermind
    04/03/2010

    Che te lo scrivo a fare?
    Aggiungo solo la perniciosità morale dei reality: è proprio un evento peccaminoso.
    Ti annerisce l’anima osservare la finta quotidianità di un gruppo di creberolesi, NON si fa.

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    • Paolo Zardi
      07/03/2010

      Amo le visioni del mondo che hanno ancora il coraggio di parlare di peccato – hanno molto più spessore!
      Non so se il reality siano il male, o semplicemente il livello del mercurio di un termometro infilato nella bocca (scrivo “in bocca” perché è domenica) del mondo… La televisione sta creando un mondo che ha bisogno dei reality; i reality creano un mondo che non vuole nient’altro. Sarebbe bello capire se è ancora possibile spezzare questa spirale (se ti capita, leggi “Il mostro mite”: là si dice che probabilmente da qua non se ne esce).
      Ciauz!

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