Grafemi

Segni, parole, significato.

La cena delle medie / Kutiba

Introduzione: vedi qui

Approfittando di un sole quasi primaverile, che al pomeriggio entrava diretto dalla finestra di camera mia, nella casa di Via San Giovanni di Verdara, io e mia madre ci siamo organizzati per le foto. L’abbigliamento scelto doveva dire qualcosa di me, anche se, a distanza di tutti questi anni, non saprei dire esattamente “cosa”: pantaloni della tuta grigi (quindi sportivo?), una camicetta a quadretti country, e una maglia di ciniglia azzurrina. Mi sono lavato i capelli alle tre del pomeriggio – cosa che non avevo mai fatto prima – e mi sono anche pettinato per bene, con il rigone a sinistra un po’ cotonato. Un ragazzino per bene.

In una foto, suonavo – per finta – la chitarra scordata di mio fratello più grande; in un’altra, facevo i compiti, sempre per finta, con una penna in mano; in un’altra ancora, guardavo di semi profilo qualcosa nel vuoto: i brufoli della fronte, illuminati di sbieco dal sole, risaltavano in tutto il loro orrore. E quando mia madre tornò a casa con le foto sviluppate, e io le vidi, cioè vidi me, immortalato a colori nei miei dodici anni e mezzo, mi resi conto che l’aggettivo che meglio poteva descrivere il mio aspetto era “brutto”.

Quelle foto, scattate con la complicità materna, erano destinate a Natasha Schmidt, una ragazzina svedese che il programma di avvicinamento dei ragazzini europei mi aveva assegnato per la corrispondenza in inglese: la mia pen-pal friend, quella che aveva anche Charlie Brown nei fumetti che leggevo in certi libricini che mio padre aveva regalato a mia madre quando erano fidanzati (in uno di questi, nella prima pagina c’era scritto “Per un sorriso in una serata piena di nostalgia” e sotto una data tipo dicembre 1965, e la firma stenografica di mio papà). Non gliele mandai, le foto scattate in quel pomeriggio soleggiato di inizio primavera, né allora né mai. Nemmeno quella in cui facevo i compiti; nemmeno quella in cui suonavo – per finta – la chitarra. Nemmeno lei, mi mandò le sue foto, così potei continuare ad immaginarla alta e bionda, come io potevo essere, nei suoi pensieri, simile ad Antonio Banderas da piccolo. Ogni tanto me le ritrovo tra le mani, quelle mie foto, nei giorni storti, in quelli in cui pensi a tutto tranne che alla tua pen-pal friend di 25 anni fa.

Ai tempi delle medie, oltre ai brufoli, avevo anche la scogliosi. I miei, genitori premurosi, mi mandavano a ginnastica correttiva da un certo dottor Comini, un tipo che sembrava un cammelliere, o la versione ripulita di Yasser Arafat. La sua palestra – una stanza delle torture piena di attrezzi di legno inventati dal dottore – stava sotto una sala dove ballerine dodicenni si esercitavano a fare la pirouettes en dehors o en dedans, o il rond de jambe, o il pas marché. Una di queste ballerine, la più bella, si chiamava Olivia Criscito, ed era una compagna di classe di mio fratello più piccolo: minuta, i capelli lunghi, un po’ di lentiggini, si diceva venisse dall’America, e che i suoi fossero divorziati – ed entrambe le cose le davano un’aria decisamente moderna, e quasi trasgressiva, rispetto ai nostri standard da piccoli benpensanti padovani. Ecco, io, in terza media, ero innamorato di lei – ma forse innamorato non rende bene l’idea: ero perdutamente perso.
Talmente perso che una volta, dopo averla incrociata nel corridoio davanti agli spogliatoi comuni – lei indossava un tutù bianco, e aveva i capelli raccolti a cocon, ed entrava; io un qualche jeans consumato in mezzo alle gambe e un maglione verde fatto da mia nonna, ed avevo appena finito la mia sessione di torture – dopo averla salutata uscii in strada con le ridicole scarpette da palestra invece che con le mie pseudo Clark blu, e camminai per cinque minuti così, senza rendermene conto. Lauzi, quando anni prima aveva scritto una canzone che diceva “alle carte era un vero campione/ lo chiamavano il ras del quartiere/ma una sera giocando a scopone/ perse un punto parlando di te”, non stava forse parlando anche di me?

L’amavo, davvero, ma io avevo i brufoli – i brufoli della peggior specie, quelli con la capocchia gialla, che scoppiano facendo uscire pus, e sangue. Ne avevo sulla fronte, ne avevo sulle guance – specialmente la destra [era per questo che nella palestra del dottor Comini, quando entrava Paola Ferraresi, una ragazzina della mia età vestita (sempre) con una tuta rossa (nelle mie fantasie erotiche la chiamavo con il nome di “diavolessa”), i capelli lunghissimi e neri, e un corpo da paura – tette e culo perfetti – io facevo di tutto per darle sempre il mio lato migliore, cioè quello meno butterato, come se questo avrebbe potuto farla invaghire in qualche modo di me] – e ne avevo, di brufoli, sotto il mento, sui lobi delle orecchie, sul naso, sul petto, sulla schiena – penso che a quei tempi io fossi costantemente ricoperto da un centinaio di brufoli gialli e purulenti. Credo anche che fosse per questo che Sabrina, una mia compagna di classe che aveva confessato a Tommaso Olivieri che non mi avrebbe mai baciato: perché aveva paura di “prendersi i brufoli”. Quando Tommaso me l’aveva riferito, con quel pizzico di malvagità che caratterizzava il suo volermi bene (lui aveva la pelle liscia e bella, e le ciglia grandi, e il sorriso rubacuori), ci ero rimasto male, e mi ero anche arrabbiato ma dentro di me pensavo: “come potrebbe baciare un simile schifo?”.

Anche perché Sabrina, in camera sua, aveva il poster di F.R. David, al secolo Elli Robert Fitoussi, il tenebroso cantante che sussurrava “Words, don’t come easy” tenendo un paio di occhiali da sole talmente enormi che mi ero convinto che dovesse essere per forza strabico. Quando andavo a trovarla, mai da solo, me lo vedevo attaccato al muro, F.R. David, che mi diceva che le parole non gli venivano facili. Potevo competere con uno così? A me, l’unica cosa che veniva facile, erano proprio le parole – eppure lei aveva il poster dello strabico, non di me che suonavo la chitarra finta di mio fratello per Natasha Schmidt. Per quello che ne sapevo, Sabrina avrebbe potuto mettersi insieme ad un uomo come quello, un trentenne, intendo, e la cosa sarebbe sembrata naturale, perché era evidente che lei avesse già fatto il “salto”, cioè era già passata dall’altra parte della barricata ormonale. Come altre mie compagne di classe, non era più una bambina.
Le cose, infatti, andavano così: avevi compagne di classe ridicolmente asessuate, capaci di dare una sberla in pieno volto a qualcuno per il fatto che mentre si ballava Reality il tipo aveva, inconsapevolmente, portato le mani appoggiate ai fianchi sotto un’immaginaria linea Maginot, posta a difesa… a difesa di cosa? Della verginità? Dell’infantile purezza? E per quelle stesse ragazze, ad un certo punto scattava come un click: passavano dall’altra parte, buttando via gli assurdi vestitini a fiori sotto il ginocchio e prendendo pantaloni neri attillati, abbandonando le pettinature con i fermacapelli a fiori e scegliendo tagli molto più adulti, ed aggressivi. Pareva si risvegliassero di colpo – ed era soprattutto il sorriso, che cambiava, o lo sguardo: più consapevole, più vicino al desiderio che avevamo noi maschietti brufolosi, di passare un po’ di tempo con loro invece che giocare a calcio. Diventavano improvvisamente simpatiche, questo era il punto. Con piccoli sgomenti degli adulti: il professore di Italiano, Sergio Pedrazzoli, ad una richiesta di andare in bagno di una certa Raffaella, affettuosamente chiamata Kabubi, disse di no; lei disse che aveva le mestruazioni, in seconda media, e lui la lasciò uscire, dicendole “via via, argomenti scabrosi”. Non erano abituati neanche i grandi, al fatto che iniziavamo ad essere uomini e donne in miniatura.

Tuttavia, nonostante il risveglio ormonale delle compagne di classe, e nonostante il fatto che fossi spiritoso, e socievole, non si profilava neppure da lontano la possibilità di una qualche forma di fidanzamento, nemmeno quelle semi asessuate delle medie – avevo i brufoli. Mia mamma, li vedeva, quei brufoli, e pativa per me. Un giorno mi portò a casa un cosino di ferro con una specie di cappio in cima: serviva per schiacciare punti neri e brufoli. Un supplizio che non riuscii mai a impormi. Un’altra volta, la farmacista le consigliò Kutiba 1 e Kutiba 2: dal primo tubo usciva una cremina blu, della quale ricordo ancora l’odore, composta, probabilmente, da sapone mescolato a sabbia, con il quale ci si grattava la pelle del viso fino a farla sanguinare; il secondo tubo, invece, conteneva del latte detergente. Mi sottoposi a quella tortura, accompagnandola dal lavaggio mattutino con il sapone allo zolfo che mi aveva dato mio padre. Ma senza nessun risultato. Così succedeva che dopo aver passato settimane ad organizzare una festa nel garage di Tommaso, e aver fatto di tutto per riuscire ad invitare Olivia Criscito (che si faceva accompagnare da una certa Giorgia Conti, una ragazzina bionda con gli occhi azzurri che forse avrebbe meritato più attenzioni, e che ora fa la barista da qualche parte, in centro, a Padova), e dopo esserci riuscito, a farla partecipare alla festa, e aver fatto il bagno sabato all’una del pomeriggio per potermi presentare con le ascelle profumate, e dopo aver parlato con lei per tutto il tempo, rinunciando a qualsiasi ballo con qualsiasi altra mia compagna di classe, trascurando le Fonzie e i tramezzini e la Fanta, con il cervello annacquato dall’amore, come se fossi attaccato ad un tubo che mi sparava androlone direttamente nel torrente sanguigno, ecco, capitava che dopo tutto questo, lei, Olivia Criscito, dicesse a mio fratello piccolo, il suo compagno di classe, “è simpatico, Alessio”, e Alessio era il mio migliore amico che non le aveva rivolto la parola in tutta la festa, se non per dirle un ciao all’inizio e uno alla fine. Qualche settimana uscimmo in doppia coppia – io e Alessio, Olivia e Giorgia – e io per tutto il pomeriggio non mi misi il berretto di lana, per sembrare un po’ meno Fantozzi, e ad un baracchino del centro io e Alessio comprammo patatine fritte per tutti, come se fossimo grandi. Non avevo alcuna speranza, ma mi accontentavo di quello, ed era di una bellezza quasi struggente. E un’altra volta, tornando da una visita al museo di geologia di Padova, l’ho incrociata che scendeva dalle scale di scuola mentre io le risalivo – aveva un grembiule nero, le calze bianche con un disegno come di merletti o pizzi, e un cerchiello che le teneva fermi i capelli, e mi salutò sorpresa: e se ci ripenso, non ricordo istanti molto più emozionanti di quello, nella mia vita, e se penso che da vecchio ci ripenserò ancora, devo badare già da ora alla salute del mio cuore. Ma ci furono anche giorni – forse mesi – nei quali pensai concretamente al suicidio come unico metodo per uscire da un tormento che era molto più profondo, un disagio, un malessere, un dolore pieno di angoscia che probabilmente si chiamava “ingresso nel mondo adulto”.

Poi arrivò la primavera del 1984; cambiai pettinatura, lasciando alle foto per Natasha la riga in parte e passando ad una più sbarazzina riga in mezzo; Shingo Tamai, e le sue partite a cartoni animati su Televenezia, iniziarono a sembrarmi meno divertenti dei miei amici e delle mie amiche; e pure i brufoli iniziarono ad asciugarsi, e il mio aspetto iniziò a diventare meno terrificante. Era primavera, fino in fondo, in tutti i sensi. Mi feci un braccialetto con il filo bianco delle barche. Mi comprai una giacca jeans che indossavo raramente ma che tenevo appesa al mio indice, dietro alla schiena, come un piccolo ribelle. Ero un Paolo nuovo – un Paolo che sarebbe finito nel 1999: ma questa, è già un’altra storia.

E ora mi chiedo: se domani, un camion mi piombasse addosso, all’improvviso… ecco, siccome dicono che nell’ultimo istante passi davanti agli occhi tutta la vita.. mi chiedevo… anche Natasha Schmidt? E il Kutiba?

(marzo 2008)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2010 da in cena delle medie, Ricordi, Scrittura con tag .

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