Grafemi

Segni, parole, significato.

Di tutte le stupide cose

Negli anni settanta – avrò avuto otto o nove anni – ho visto un concerto di Alberto D’Amico al festival dell’Unità, dalle parti di Ponte Molino, a Padova, vicino a un ponte romano di duemila anni fa, accanto dal punto in cui Galileo Galilei scoprì i satelliti di Giove, o una cosa del genere, con il suo telescopio appena inventato.

Ponte Molino

Ponte Molino

Qualche anno dopo – ne avevo quattordici – in Prato della Valle (la più grande piazza d’Europa, per gli amanti delle statistiche), sempre a un Festival dell’Unità, avevo visto i Banco del Mutuo Soccorso: Paolo Paolo Pa, Paolo maledetto. Ma nonostante queste due esperienze infantili, per me, il mio primo concerto fu quello di Joe Jackson, nel novembre del 1986, al Palazzetto dello Sport di Padova. Conoscevo diverse sue canzoni – Real man, Breaking us in two, Steppin’out – e lo apprezzavo anche per certe sue dichiarazioni polemiche sulla musica contemporanea (contemporanea di allora, ovviamente), la più clamorosa delle quali riguardava il rifiuto dell’elettronica e delle chitarre elettriche. Un cantante raffinato, con una faccia poco adatta a diventare una rock star: assomigliava, infatti, al figlio di Otello, il pizzicagnolo vicino alla mia scuola elementare – gli somigliava in modo inquietante.

Il concerto fu bellissimo – uno di quei momenti in cui hai la conferma di essere diventato grande. E in effetti ero cresciuto molto, in quell’anno: mi ero messo assieme a una ragazza, ero stato lasciato e in agosto, a sedici anni appena compiuti, io e il mio amico Alessio avevamo fatto un bel giro in autostop. Ma il concerto era un rito irrinunciabile a quei tempi, un’esperienza di iniziazione; e Joe Jackson era bravo, scriveva belle canzoni, ed era uno che, nonostante la faccia, sapeva stare sul palco. Aveva, accanto a sé, un interprete che traduceva tutto quello che diceva e lui era brillante, spiritoso, acuto. Con la musica parlava al cuore delle persone, e con le parole si rivolgeva alla loro intelligenza. E ricordo che durante una canzone, Jet set, si travestì da turista e scattò una foto al pubblico con una Polaroid; alla fine, prima di salutarci, tirò fuori la foto dalla tasca, ci indicò, e poi la rimise in tasca, come dire: porterò anch’io qualcosa di voi con me.

Non conoscevo le canzoni nuove che stava presentando. Qualche giorno dopo andai al “23 dischi”, storico negozio di Padova, e comprai “Real world”, il suo nuovo disco. Era un doppio, ma la quarta facciata era vuota. Costava come un disco e mezzo, e i testi erano tradotti in dieci lingue. Era stato registrato dal vivo, in un teatro. Il pubblico era stato invitato a non battere le mani durante le esibizioni. E la musica, in effetti, vibra di emozioni.

A distanza di quasi trent’anni, continuo a considerare Joe Jackson un grandissimo talento che non trovò il giusto riscontro. Troppo raffinato, forse, o non abbastanza commerciale – seppure avesse piazzato più di qualche successo. Da poco ho rivisto il video di un concerto dal vivo, a Rotterdam, del : ci sono persone che con il tempo migliorano – i capelli diventano sale e pepe, e le rughe conferiscono un fascino che nel viso giovane appena si intravedeva, ma Joe Jackson è ulteriormente peggiorato. Ora, è il sosia di Otello, il pizzicagnolo. Ma ha mantenuto una brillantezza un po’ stemperata dal tempo, quasi ferita, come se sapesse di non potersi più permettere le provocazioni di un tempo. Spiega al suo pubblico che ora canterà una canzone a richiesta – a sua richiesta. E’ una delle sue dieci canzoni preferite di autori che iniziano con la lettera B. D’altra parte, aggiunge, prendendo la lettera B, abbiamo Bach, Beethoven e Beatles. Pretty good! Quindi canta “Life on mars” di David Bowie, una delle canzoni che, confessa, avrebbe voluto scrivere lui. Ma  Joe Jackson non assomiglia a David Bowie e questo fa un po’ male a chi, come me, gli vuole bene.

Era il 1986, dunque, e io avevo poco più di sedici anni. Eppure ero in grado di commuovermi per una canzone che parlava di nostalgia. Iniziava così: di tutte le stupide cose che potevo pensare, questa era la peggiore – avevo cominciato a pensare che ero nato a diciassette anni… I sentimenti, allora, nascono con noi? Perché, quale giovinezza potevo rimpiangere, mentre mi trovavo proprio nel cuore della giovinezza?

La riascolto ora, e mi commuove allo stesso modo. Era tutto vero, e lo sapevo già allora. Grande Joe Jackson.

Hometown – Joe Jackson

Di tutte le cose stupide che potevo pensare, questa era la peggiore:
avevo iniziato a credere di essere nato a diciassette anni.
E tutte le stupide cose – le lettere, i versi mezzi rotti – stavano nascoste nel fondo di un cassetto
e sarebbero rimaste sempre là.
E adesso, mi barcameno tra mucchi di scontrini, ricevute delle carte di credito, e biglietti e giornali
e a volte penso che vorrei tornare a casa, nella mia città natale,
anche se so che non sarà mai lo stesso
tornare a casa
perché è passato tanto tempo e a volte mi chiedo se esista ancora…

Pensiamo di essere piuttosto svegli, noi, cittadini eleganti sempre in giro,
e quando qualcosa va storto
soffochiamo il dolore
e traslochiamo.
Non ci siamo mai sposati – mai fedeli a una città.
Ma non abbiamo lasciato indietro il passato: lo abbiamo soltanto accumulato.
Così, qualche volta, quando la musica si ferma
mi sembra di sentire un suono lontano di onde e gabbiani,
la folla allo stadio e le campane di una chiesa e…

vorrei tornare a casa, nella mia città natale,
anche se so che non sarà mai lo stesso:
tornare a casa
perché è passato tanto tempo e a volte mi chiedo se esista ancora…

Buon ascolto!

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Di tutte le stupide cose

  1. amanda
    13/04/2014

    sai che ti dico Joe Jackson a parte (che per me non ha significato lo stesso che per te, età diverse le nostre) la visione dall’alto di ponte Molino non rende nulla della sua commovente bellezza, specie al tramonto, quando le papere ci navigano sotto, le calle sono in fiore ed io sento che questa città è davvero la mia

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      15/04/2014

      Confermo! Mi sono ritrovato anch’io a considerare la distanza tra questa foto dall’alto e i colori di quel posto – la pietra antica,il verde del fiume… La vita supera spesso la sua rappresentazione!

      Mi piace

  2. Branoalcollo
    13/04/2014

    direi che ha scelto bene, David Bowie ;-)…non è un Adone – se dici al pizzicagnolo che assomiglia a Joe Jackson sarà contento come una pasqua 😉 – però è simpatico e pieno di talento, buona domenica e grazie per queste preziose riflessioni.

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      15/04/2014

      Ah ah! Prima o poi dovrò farli incontrare, Otello e Joe Jackson… ha scritto tante altre bellissime canzoni, Joe Jackson… un grande!

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 13/04/2014 da in Arte, Musica con tag , , , , , .

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