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Segni, parole, significato.

La notte della Mediarchia – Carlo Vanin

Non sono un grande sostenitore del libero mercato: lo trovo utile, sotto certi aspetti (ieri, ad esempio, ho rinegoziato il mio contratto con Enel che ha dovuto abbassare la testa dopo aver perso otto milioni di clienti in pochi anni (apro un’altra parentesi: forse Bersani non ha la verve di Renzi, ma le innovazioni che ha intrdotto da ministro sono esempi di vera politica di sinistra)), ma credo che cercare di applicare questo modello – tutte le cose hanno un prezzo, la ricerca del profitto garantisce i risultati migliori per tutti, la cieca fiducia nella “mano invisibile” di Adam Smith (alla quale neppure lui credeva: si domandava, piuttosto, cosa ci fosse sotto) – che applicartlo a tutti gli ambiti abbia prodotto effetti terribili che possono essere riassunti in poche parole: la cultura del ventunesimo secolo.cultura italiana
Una piccola divagazione. Mi capita spesso di pensare alle difficoltà dell’integrazione degli stranieri in Italia. Una volta, in un post di un fascistone che seguivo con la curiosità di un antropologo, avevo letto la rappresentazione più precisa della xenofobia: il tizio piagnucolava perché, camminando per le strade del suo paesino (credo dalle parti di Bergamo), invece di sentire il profumo della sua infanzia – cassola e braciole ai ferri – era costretto ad annusare curry, cipolle e l’odore del kebab. La gente si affeziona alle proprie usanze, senza domandarsi né da dove vengono né da quanto esistono. Soprattutto, senza domandarsi se davvero esista qualcosa di “italiano” che valga la pena conservare. Quando sento dire “difendiamo le tradizioni italiane dall’invasione straniera”, penso: di quali tradizioni stiamo parlando? La Meloni rimpiange il presepe a scuola (che per inciso io non ho mai visto, neanche quando ero piccolo, negli anni settanta, nell’iper-democristiana Padova), altri il crocefisso, altri ancora l’emancipazione femminile, lo spritz prima di cena, le mutande che si intravedono sotto i jeans (ora considerate volgari)… presepe2Tutte cose che per i nostri nonni erano prive di significato. Le tradizioni che stiamo difendendo hanno, nella maggior parte dei casi, sì e no cinquant’anni, e sono quelle che hanno soppiantato le tutte le tradizioni precedenti – quelle che i nostri nonni avevano cercato di conservare a loro volta contro le istanze di cambiamento portate avanti dai nostri genitori, e poi da noi… Ma tutto questo discorso è decisamente out of topic. O non del tutto.
Il punto è che il libero mercato finisce per creare monopoli o, nella migliore delle ipotesi, degli oligopoli. Negli anni cinquanta c’erano venti o trenta compagnie telefoniche – in Veneto la Telve, in Piemonte la SIP (la P finale sta proprio per piemontese). Poi qualcuno era più forte degli altri, e se li è mangiati, a scapito della varietà di offerta. E’ successo qualcosa di simile anche nel mondo dell’editoria. C’è stato un tempo in cui le cose funzionavano così: qualcuno scriveva un libro, qualcuno lo stampava, qualcuno lo distribuiva, qualcuno lo vendeva. Ora, per fare un esempio, la Feltrinelli, editore, possiede il 50% delle librerie italiane; Messaggerie, distributore, possiede le librerie IBS e ora sta acquistando editori; i libri della Rizzoli sono recensiti nei giornali del gruppo RCS. Ai vertici di queste aziende ci sono manager con un obiettivo ben preciso: fare utili. E’ il libero mercato, no? Qualche anno fa, Rizzoli ha sbancato con “Cinquanta sfumature di grigio” e poi di nero e poi di rosso – non so in quale ordine. Quindi: trilogia erotica a sfondo sadomaso scritta da una donna. Due anni dopo, sempre per Rizzoli esce una trilogia erotica a sfondo sadomaso scritta (qualcuno dice anche no) da una donna, Irene Cao. Quattro anni dopo, Einaudi (Einaudi!) pubblica una trilogia erotica a sfondo sadomaso scritta da una donna. Sara Bilotti. Oppure, prendiamo in considerazione le trilogie scandinave. Ci sono i generi. “I love shopping” vende un milione di copie? Ok, cercare libri adatte al pubblico femminile, metterci copertine un po’ glamour tutte uguali, e provare a replicare un successo che nemmeno loro, gli editori, avevano saputo prevedere né tanto meno, a posteriori, spiegarsi, e il motivo è che gli editori, la maggior parte di loro, ha creduto davvero che l’obiettivo di una casa editrice sia fare profitto. Peccato che la mano invisibile di Smith funzioni bene (bene per chi ha i soldi, ovviamente) nel mercato dei pesticidi, delle colle epossidiche, delle viti filettate, ma crea disastri, talvolta irreparabili, in altri ambiti: musica, libri e cinema, per esempio. Così, quando parliamo di difendere la cultura italiana, di cosa stiamo parlando? Di quali autori, quali movimenti, quali idee?

La Notte della MediarchiaGHo letto “La notte della Mediarchia” di Carlo Vanin nell’inverno del 2013, quando ancora era, come si dice, in stato di bozza. Ne sono rimasto sgomento. Nei mesi successivi mi è capitato di scambiare un parere sul libro con un’amica che l’aveva letto, la quale in una mail mi diceva: in tempi come questi, quale editor leggerebbe un libro così disturbante? Io le avevo risposto che il libro di Vanin era decisamente impegnativo (l’avevo detto anche all’autore), e avevo espreso i miei dubbi sul fatto che fosse possibile trovargli un editore… Mi chiedevo: chi può osare pubblicare un romanzo così coraggioso, visionario, a tratti geniale, una specie di “Brasil” di Gilliam ma più disperato e “gonfio”, un delirio sistematico, lacerante, totale… chi potrebbe farlo, in Italia? Altra divagazione: come sono messi gli altri paesi? Da qualche anno sono arrivato alla conclusione che l’Occidente sia il peggior modello di vita al mondo, esclusi tutti gli altri. Non sono un sognatore, insomma – non credo che in Russia, in Cina, in Brasile in Burundi, in Marocco, le condizioni degli intellettuali, degli scrittori, siano migliori che da noi… Ciò che fa male, dell’Occidente, è la sensazione che sia stata sprecata un’occasione unica nella storia del mondo. Nessuno ha goduto della nostra stessa libertà di espressione. Il problema è che ora nessuno ha qualcosa da dire. L’arte rappresentativa (penso alla sculura e alla pittura), la musica, forse anche il cinema, non avevano mai raggiunto un livello di tale insignificanza, negli ultimi cinquecento anni. La cultura non è più centrale in questa società: ora è tutto consumo e profitto. Gli autori con qualcosa da dire esistono; ma ora tutto è mercato. Uno scrive un libro e già il suo agente cerca di normalizzarlo; poi arriva l’editor che gli dice “mi dispiace, questo la gente non lo capirebbe, mettici più trama, e semplifica quelle divagazioni, che il lettore si addormenta”. Gli editori considerano i lettori come dei bambini di otto anni da proteggere dagli effetti devastanti che una letteratura vera potrebbe avere. Io stesso, all’amica che mi chiedeva un parere, avevo scritto: l’ho letto come “lettore”, non come agente o editore, e gli ho potuto concedere lussi che forse nessun editore sarebbe disposto ad accettare.

carlo vanin

Carlo Vanin

Comunque, mi sbagliavo. Esistono ancora editori capaci di osare, di credere in un autore intelligentissimo e anticonvenzionale. Quello che ha scelto di pubblicare Vanin è PANDA EDIZIONI. E i risultati stanno dimostrando che ha avuto ragione a osare: esistono ancora lettori che vogliono ricevere un pugno nello stomaco che li faccia sentire vivi. Negli anni settanta, nei paesi del blocco comunista, c’erano delle pubblicazioni clandestine, le cosiddette samizdat (cioè pubblicate in proprio) che venivano fotocopiate e poi passate di mano in mano: gli oppositori del regime le leggevano con trepidazione – rappresentavano la libertà. “La notte della Mediarchia” funziona allo stesso modo: in un mercato dove tutto viene appiattito verso il basso – dove non solo la cultura è stata trasformata in merce ma questa trasformazione è andata così bene che nessuno si vergogna più di dire che il libro è un prodotto da vendere – in questo mercato, un romanzo così folle è un atto rivoluzionario. Il silenzio al quale sono condannate le piccole case editrici, che non possono accedere a reti di distributori efficienti, che vengono ignorate sistematicamente dalle librerie, che devono supplicare per una recensione in un giornale (e quasi mai la ottengono), è imposto dalla “mano invisibile” di un regime, quello del profitto, che non ha neppure bisogno di darsi un nome, un’organizzazione, una forma di governo o rappresentanza: come le peggiori dittature, sono sufficienti una manica di volenterosi e ingenui carnefici. Ogni volta che si sceglie un libro perché la Feltrinelli riempie le vetrine di quel titolo, ogni volta che si rinuncia a insistere con la cassiera per avere il libro che si voleva senza dover pagare le spese di spedizione, ogni volta che il giorno dopo “Che tempo che fa” andiamo a comprare il romanzo del tizio che è stato intervistato dal volenteroso Fabio Fazio, stiamo, in qualche modo, collaborando. Se invece scegliamo libri capaci di farci male, e li andiamo a cercare, e poi ne parliamo, stiamo compiendo l’ultimo gesto di ribellione possibile: smettere di considerare i libri come se fossero degli oggetti. E “La notte della Mediarchia” parla anche di questo:

In un presente alternativo dominato dal regime della Mediarchia, la zona industriale di Marghera è esplosa e ha esalato nell’aria una coltre mefitica che ha condannato il nord-est italiano ad una notte eterna.
Elio Gamba è un commissario della Nuova Azienda di Polizia. È un essere indecifrabile, violento e assuefatto come gran parte della popolazione alla droga di stato: le pastiglie AEIOU.
Carla Chinellato è un’ispettrice appena trasferita al commissariato di Elio. Cerca in tutti i modi di non perdere la sanità mentale in un mondo che ha smarrito ogni logica. Marzia Gamba è la moglie defunta del commissario, ma in questa storia neppure la morte serve a placare il dolore.
Cristiano Gamba, detto Musashi, è il figlio del commissario, nato lo stesso giorno dell’esplosione di Marghera. Il suo corpo è rimasto nero da allora.
Sole-Occhio è cieco e vuole tornare a vedere.

Un libro non per tutti – “disturbante” è un eufemismo che non rende bene l’idea – ma che risulta necessario, come un samizdat: Se un domani venissi chiamato a difendere la cultura occidentale, è più probabile che stia pensando a “La notte della Mediarchia” che a uno dei dieci libri più venduti in Italia.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

6 commenti su “La notte della Mediarchia – Carlo Vanin

  1. gaberricci
    07/02/2015

    Bellissimo articolo, il libro senza dubbio lo comprerò… ma ammetto di essermi sentito in colpa.

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  2. Giacomo Brunoro
    07/02/2015

    Io l’ho definito un orrendo e allucinante Necronomicon moderno. A suo modo un libro epocale. Bellissimo pezzo Paolo, complimenti!

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  3. Zio Scriba
    08/02/2015

    Se è troppo incasinato e “impegnativo” potrebbe non piacermi, ma non è questo il punto: dopo una simile (stracondivisibile) recensione, ho deciso di metterlo in lista, ho deciso che lo leggerò, se non altro come forma di lucida resistenza contro i pescivendoli merdanti nel tempio che commercializzano (insieme ad altre cose anche peggiori) le trilogie della Sciatta e Banal Vulva, contro i banconisti di salumeria che le vendono, contro i servi e i camerieri che le osannano, e soprattutto contro i loro passivi complici (forse i più colpevoli di tutti) che le comprano. Ci siamo cotti il razzo!!

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  4. Zio Scriba
    08/02/2015

    p.s. Intanto do il mio contributo condividendo su fessobukko 🙂

    E visto che mi hai stimolato anche sul ritrito e ottuso concetto di “tradizione”, mi permetto di incollare un ritaglio da una mia vecchia intervista:

    “… c’è gente convinta che se una cosa è stata detta o fatta prima da altri sia sicuramente giusto e doveroso tramandarla. Senza chiedersi se magari quegli altri là di prima non fossero degli stupidi, dei violenti, dei superstiziosi, dei coglioni… Bisognerebbe pensare cose nuove. La testa serve (servirebbe) per quello.”

    Aggiungo, e poi chiudo, il più sconcertante dei paradossi: in trincea per difendere le cosiddette “tradizioni” (chiamandole “nostre” quando magari sono beduine ecc) ci sono sempre in prima fila i cosiddetti “cristiani”: evidentemente ignorano che Cristo disse di esser venuto anche e soprattutto per “mettere i figli contro i padri”, cioè per assestare un bel calcio nel culo alle cosiddette tradizioni…

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  5. il barman del club
    08/02/2015

    bellissimo articolo, che s’inoltra molto bene in una realtà attuale dominata solamente dal “mercato” e dal profitto. Opere d’arte autentiche è sempre più difficile trovarle dentro a questo contrasto dove, all’interno di una libertà d’espressione: mai siamo stati così liberi (anche se qui potremmo discutere per ore), non riusciamo a mediare fra quello che è il suo profitto e il suo valore. tra l’altro viviamo in un periodo dove non si riesce più a inventare qualcosa di nuovo, o perlomeno, non si riesce a reinventare il passato per il futuro, ma continuiamo a giocarci il presente rimanendo solamente attaccati ai ricordi di quello che c’è stato, per questo penso che leggerò il libro che hai recensito.
    In quanto alle tradizioni è sempre il solito discorso di quelli che non vogliono accettare i cambiamenti, e proprio per questo ci ricolleghiamo al discorso iniziale e alle aperture mentali di questa società. In fondo, la vera creatività, è sempre nata dalla sofferenza e dalla vera voglia di emergere quando si è oppressi. Vediamo se dalle falle di questa confusa attualità uscirà il capolavoro che aspettiamo da tempo…

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  6. L' Alligatore
    08/02/2015

    Be’, a questo punto me lo segno, e vado a cercarlo, gli atti di ribellione mi fanno sentire vivo. A proposito di quello che hai scritto ho pensato al web, alla Rete, che doveva portare libertà di pensiero in tutto il mondo, grazie alla libera e veloce circolazione delle idee … anche questa, sembra solo un’illusione, girano veloci, più veloci, solo le merci.

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Questa voce è stata pubblicata il 07/02/2015 da in Recensioni con tag , , , , .

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