Grafemi

Segni, parole, significato.

Le oscillazioni umane

Ieri sera ho ripreso in mano, dopo tanto tempo, una raccolta di racconti di Cechov di più di mille pagine, un’edizione della BUR un po’ datata nella traduzione ma che ogni volta mi dà grandi soddisfazioni. Ho iniziato, e in breve tempo finito, “Reparto n. 6”, la storia di un medico e dell’ospedale in cui lavora. Il personaggio principale viene introdotto dopo diverse pagine, e la sua centralità non è chiara da subito: la voce narrante si intrufola nella sua anima piano piano, in modo quasi impercettibile, fino a identificarsi totalmente con il punto di vista del dottore. Arrivato alla fine, mi sono posto la domanda che mi pongo tutte le volte in cui leggo Cechov: in cosa consiste la sua grandezza?

Anni fa avevo organizzato una specie di corso di scrittura. L’idea era nata dopo aver partecipato come giurato a un concorso di racconti: avevo trovato qualche storia interessante, ma nella maggior parte dei casi mancavano gli elementi fondamentali, costitutivi, che stanno alla base di qualsiasi racconto. Mi sembravano così evidenti, queste mancanze, che mi pareva che sarebbe stato sufficiente farle notare per consentire a chiunque di scrivere un racconto decente. E quindi, il corso. Mi sono preparato con scrupolo, a quegli incontri. In uno di questi, abbiamo parlato di un racconto minore di Cechov, “Viaggio sul carro”, storia di una maestra che parte per la città per andare a ritirare lo stipendio.

La trama, come accade spesso nei racconti di Cechov, e sempre nelle sue commedie drammatiche, è esile, quasi inconsistente. Di lui, Tolstoj diceva che era un autore impressionista, e per certi versi aveva ragione: coglie un attimo ben preciso, un paesaggio umano nell’esatto istante in cui viene lambito da una luce singolare. Anche la lingua è, a prima vista, semplice: poche metafore, e sempre molto concrete, poca retorica… Ma il bello delle storie è che la ragione della loro bellezza non risiede in qualche ingrediente segreto: la formula sta là, tra le parole. Si tratta solo di trovarla.

Mi sono messo, allora, a cercare un modo per misurare oggettivamente alcune caratteristiche di “Viaggio sul carro” e sono arrivato ad una conclusione che la lettura di “Reparto n. 6” mi ha confermato. Partiamo dal racconto “Viaggio sul carro”, dal suo incipit.

Alle otto e mezzo del mattino partirono dalla città.
Lo stradale era asciutto, un magnifico sole d’aprile scaldava forte, ma nei fossi e nei boschi c’era ancora la neve. L’inverno cattivo, fosco, lungo, era ancora recente e la primavera era giunta di colpo, ma per Mar’ja Vasil’evna che sedeva ora nella telege non offrivano nulla di nuovo e di interessante il tepore, i boschi trasparenti, illanguiditi, riscaldati dal respiro della primavera, i neri stormi di uccelli che volavano nei campi sopra le vaste pozze d’acqua, simili a laghi, quel cielo meraviglioso e senza fondo, nel quale pareva che ognuno si sarebbe rifugiato con tanta gioia. Erano già tredici anni che ella era maestra e non si contavano le volte che in tutti quegli anni era andata in città per lo stipendio; e fosse primavera, com’era ora, o una sera piovosa d’autunno o inverno, per lei era lo stesso e sempre invariabilmente ella desiderava una cosa sola: arrivare al più presto.
Aveva la sensazione di vivere in quei paesi già da molto, molto tempo, da cent’anni, e le pareva di conoscere, lungo tutto il cammino dalla città alla scuola, ogni pietra e ogni albero. Lì erano il suo passato e il suo presente; e non poteva raffigurarsi altro avvenire che la scuola, la strada della città, e il ritorno, e poi ancora la scuola e ancora la strada.
A quel passato, che aveva preceduto la sua nomina a maestra, aveva perso l’abitudine di pensare, e l’aveva quasi del tutto dimenticato. Un tempo aveva avuto un padre e una madre; abitavano a Mosca vicino alle K. V., in un grande appartamento, ma di tutta quella vita non rimaneva nella sua memoria che qualcosa di vago e indefinito come un sogno. Suo padre era morto quando lei aveva dieci anni e sua madre morì subito dopo. Aveva un fratello ufficiale, da principio si scrissero, poi il fratello cessò di rispondere alle sue lettere; ne perse l’abitudine. Di tutte le cose di un tempo non era rimasta che la fotografia di sua madre, ma per l’umidità che regnava nella scuola si era oscurata ed ora non si vedeva più nulla, eccetto i capelli e le sopracciglia.

La grandezza di un finale si prepara nella prima pagina: qui si pongono le basi per tutto quello che servirà all’autore per chiudere il racconto. In questo incipit ci sono due elementi fondamentali, uno strutturale e uno legato al contenuto.

Struttura. Attraverso un programma che ho realizzato, e che ho già usato in altre occasioni per studiare le caratteristiche di libri di grande successo, ho analizzato due aspetti: l’andamento della lunghezza dei periodi all’interno del racconto, e la frequenza con la quale compaiono le parole “ma”, “non”, “né” e “nulla”.
I due periodi più lunghi si trovano all’inizio, nell’incipit, da “L’inverno cattivo” a “gioia”, e nel finale. Tra questi due poli, si osserva un lento, impercettibile ma inarrestabile allungamento della lunghezza media dei periodi – i punti fermi diventano più distanti mano a mano che si procede nella lettura. Si diceva che a prima vista la prosa di Cechov può sembrare semplice: non è così. Il respiro di questo racconto varia di pagina in pagina, e questa variazione continua, impercettibile ma costante, contribuisce al risultato finale.
Per quanto riguarda le congiunzioni avversative, e le copulative negative, nel corso del racconto diventano sempre meno frequenti, fino a sparire del tutto nel grande finale. Tutta la prima parte di “Viaggio sul carro” è caratterizzato dalla continua negazione di ogni aspetto positivo. Lo stradale era asciutto, il sole scaldava forte ma nei fossi c’era ancora la neve. Era arrivata la primavera ma per Marija non c’era nulla di interessante. Da piccola viveva a Mosca ma di quel periodo aveva ricordi vaghi. Aveva una foto di sua madre ma non si vedeva più nulla. Ogni volta che c’è qualcosa di bello, arriva un ma o un non che ricaccia giù la speranza.

Dal punto di vista del contenuto, c’è un aforisma molto famoso del Cechov tragediografo che dice più o meno così: “Se nel primo atto compare una pistola, nell’ultimo sparerà”. Nulla viene detto per caso, in una storia. Nell’incipit, la pistola che viene fatta balenare è l’appartamento di Mosca in cui Marija aveva vissuto da piccola, e quella foto di sua madre della quale rimangono solo i capelli e le sopracciglia. Marija ha perso il proprio passato, soffocato dalla vita priva di soddisfazioni che conduce in un piccolo, meschino paese di provincia: “Lì erano il suo passato e il suo presente; e non poteva raffigurarsi altro avvenire che la scuola, la strada della città, e il ritorno, e poi ancora la scuola e ancora la strada.”

Il racconto prosegue lungo la strada che porta Marija verso la città. Ogni tanto incrociano Chanov, una specie di Don Giovanni locale, che a cavallo sta facendo la loro stessa strada, e lei è combattuta tra una naturale attrazione per la bellezza di quell’uomo, e la repulsione per la sua scarsa moralità: “Ed è incomprensibile” ella pensava “che Dio elargisca questa bellezza, quest’affabilità, questi occhi tristi e dolci a uomini deboli, infelici, inutili, e che essi piacciano tanto”.

Il percorso che affronta la carrozza è pieno di accidenti – buche, fango, enormi pozzanghere. Si fermano in un’osteria, una specie di autogrill, a bere qualcosa: dentro tutto puzza di tabacco e di pelle di montone. Lei beve del tè, mentre rozzi carrettieri attorno a lei bevono birra e vodka, e una fisarmonica, dietro una parete, continua a suonare per tutto il tempo. Qualcuno bestemmia. Lei assapora una piccola felicità bevendo il tè caldo, ma poi torna a pensare alla sua scuola, alla legna che manca sempre e che il bidello ruba per rivendere di nascosto. Intanto il tempo scorre, e Cechov ce lo fa capire: perché, come tutti i grandi autori di racconti, scrive con l’orologio in mano. Torniamo all’incipit, alla prima riga: Alle otto e mezzo del mattino partirono dalla città. Ora, invece delle macchie di sole che erano sul pavimento passarono sul banco, sul muro e scomparvero del tutto; il sole era dunque oltre il mezzodì. E’ ora di ripartire. Il viaggio riprende.

Arrivati a un fiume, il guidatore della carrozza decide di guadarlo, perché il ponte, a suo dire, è troppo lontano. Ma fa male i suo calcoli…

Si avvicinarono al fiume. D’estate era un misero fiumiciattolo che si passava facilmente a guado e che di solito in agosto rimaneva a secco, ma ora invece, dopo le piogge primaverili, era un fiume largo sei sazeni, rapido, torbido e freddo: sulla riva, proprio al pelo dell’acqua, si vedevano le carreggiate fresche: qualcuno era dunque passato.
Avanti!” gridò Semen, iroso e inquieto, tenendo con forza le redini e agitando i gomiti come un uccello le ali.
Avanti!”
Il cavallo entrò nell’acqua fino al ventre e si fermò, ma subito si rimise in moto, con tutte le sue forze, e Mar’ja Vasil’evna sentì alle gambe un freddo tagliente.
Avanti!” – si mise a gridare anche lei, alzandosi – “Avanti!”
Uscirono dalla riva.
Che razza di cose son queste, Signore Iddio” borbottava Semen, aggiustando i finimenti. “Questo zemstvo è un vero castigo di Dio…”
Le calosce e le scarpe erano piene di acqua, il mebo della veste e della pelliccia e una manica erano bagnati e gocciolavano; lo zucchero e la farina si erano infradiciati, e questa era la cosa più seccante, e con disperazione Mar’ja Vasil’evna non faceva che battere le mani l’una contro l’altra e diceva: “Ah, Semen, Semen.. Come sei, davvero!”

Dopo una giornata per molti versi tremenda, questo è il punto più basso. Marija non ce la fa più. Subito dopo si fermano davanti a un passaggio a livello. E’ sera. Ecco il finale che Cechov ha preparato con tanta pazienza.

Al passaggio a livello la sbarra era abbassata: dalla stazione partiva il diretto. Mar’ja Vasil’evna stava in piedi presso la linea e aspettava che il treno passasse, tremando in tutto il corpo per il freddo. Si vedeva già Vjazov’e, la scuola con il suo tetto verde, la chiesa su cui brillavano le croci riflettendo il sole della sera; anche le finestre della stazione brillavano e dalla locomotiva usciva un fumo roseo. E a lei pareva che tutto tremasse per il freddo.
Eccolo, il treno: i finestrini, come le croci della chiesa, erano bagnati di una luce vivida, e faceva male a guardarli. Sulla piattaforma di una vettura di prima classe stava una signora e Mar’ja Vasil’evna gettò su di lei un rapido sguardo: tutta sua madre! Che somiglianza! Sua madre aveva gli stessi splendidi capelli, la stessa fronte, il medesimo portamento della testa. E con vividezza e chiarezza sorprendente, per la prima volta in quei tredici anni, ella si raffigurò la madre, il padre, il fratello, l’appartamento a Mosca, l’acquario con i pesciolini e tutto questo nei minimi particolari, udì a un tratto suonare il piano, udì la voce del padre e si sentì, come allora, giovane, bella, elegante, in una tiepida stanza luminosa, circondata dai suoi; un senso di gioia e di felicità si impadronì a un tratto di lei; rapita, si prese le tempie tra le palme e chiamò teneramente, con un accento di preghiera:
Mamma!”.
E si mise a piangere, senza sapere il perché. Proprio in quel momento sopraggiunse Chanov con il suo tiro a quattro e, vedendolo, ella si immaginò una felicità che non aveva mai avuto, sorrise, facendogli dei cenni del capo, come una persona intima e di pari condizione, e le parve che il cielo e dappertutto le finestre e gli alberi raggiassero della sua felicità e del suo trionfo. No, né suo padre, né sua madre erano morti, ella non era mai stata maestra, quello era un lungo, penoso e strano sogno, e ora si era svegliata.
Mar’ja Vasil’evna, sali!”
A un tratto tutto scomparve. La sbarra lentamente si alzò. Mar’ja Vasil’evna, tremante e intorpidita dal freddo, prese posto nella telega. Il tiro a quattro attraversò la strada ferrata e Semen lo seguì. Il guardiano del passaggio a livello si levò il berretto.
Ecco Vjazov’e. Siamo arrivati”.

La pistola alla fine ha sparato. La madre, l’appartamento, il padre, il fratello, il tepore di quelle stanze, un acquario, il suono di un pianoforte – tutto torna in vita, in un contrasto insopportabile con il mondo freddo, bagnato e meschino nel quale lei è costretta a vivere da anni. Spariscono i “ma” e i punti che bloccavano la sua vita, e arriva la gioia delle “e”, la dolcezza delle virgole che sembrano non finire mai. Il periodo che va da “Sulla piattaforma” a “preghiera” è il più lungo del racconto perché questo istante possa dilatarsi fino a occupare tutto il tempo. L’infanzia, che nella prima pagina era un vago sogno indefinito, diventa la realtà, il suo presente; la scuola, il gelo, lo stipendio, quel viaggio, gli ultimi anni trascorsi così lontani da se stessa si trasformano in un lungo, penoso e strano sogno. Tutto il mondo riverbera la sua improvvisa, inspiegabile felicità. Lei si è svegliata.

Ma poi la voce del carrettiere la riporta alla sua condizione. Marija, tremante e intorpidita, ritorna alla sua vita di sempre. Epifania, rivelazione, grazia, allucinazione… succede qualcosa, che dura un istante, e poi svanisce. In grande, succede quello che è successo lungo tutto il racconto: qualcosa va male, poi va bene, ma…

In cosa consiste il talento di Cechov? Da dove sgorga? Credo che la sua grande intuizione consista nell’aver capito che l’animo umano oscilla di continuo. In “Reparto n. 6” il personaggio principale è in grado di essere felice, disperato, sereno, rassegnato e ribelle nello stesso paragrafo. Marija vorrebbe Chanov, ma non può, perché non è serio, ma lo vorrebbe, ma non sarebbe corretto… Il tè caldo la fa sorridere ma i carrettieri bestemmiano e lei si imbarazza; poi le chiedono scusa e lei si sente lusingata, ma poi pensa di nuovo alla propria vita, e torna a essere triste. Succede così anche in quello che forse è il racconto più riuscito di Cechov, “La signora con il cagnolino”: i due personaggi, i due amanti attraversano, in una sola pagina, tutti gli stati d’animo che si trovano tra la disperazione e la felicità. E questo modo ondoso viene realizzato non solo attraverso la scelta delle parole: si concretizza tramite la punteggiatura, le congiunzioni – avversative, copulative positive, copulative negative, disgiuntive – o l’abbreviarsi e l’allungarsi dei periodi, che seguono il respiro del racconto. La scrittura, ci insegna Cechov, è un arte il cui segreto si nasconde tra le parole: bisogna solo avere la pazienza di trovarlo.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “Le oscillazioni umane

  1. stravagaria
    16/12/2015

    Da ragazzina non apprezzavo molto i racconti, poi lessi “l’avventura di due sposi” di Calvino e cambiai idea.

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  2. tommasoaramaico
    17/12/2015

    Molto interessante e piena di dettagli la tua analisi. Letto il tuo post sono andato a ricercare la mia edizione dei racconti di Ceckov per trovare il titolo di uno di quelli che mi aveva particolarmente colpito per la capacità di C. di analizzare le “oscillazioni” dell’animo umano. Si intitola “Il grasso e il magro” ed è lungo poco più di due pagine. Certo, non è all’altezza, né per complessità e tanto meno per ricerca stilistica, alle pagine che hai analizzato, ma se si parla di analisi delle strutture fondamentali dall’animo umano e dei dispositivi che lo governano, allora può essere considerato un piccolo gioiello tanto per la brevità, quanto per la precisione (chirurgica) con cui affonda il colpo sulle false certezze che governano il senso di Sè.

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    • Paolo Zardi
      18/12/2015

      Grazie per la segnalazione, letto ieri sera, davvero un piccolo gioellino – in particolare la moglie luterana con il mento lungo!
      Questa mattina ho riletto “I contadini”. E’ un gigante…

      Liked by 1 persona

      • tommasoaramaico
        18/12/2015

        Si, un vero gigante…e pensare che molti di questi racconti, quelli più brevi e che fanno parte del primo periodo della sua produzione, Ceckov era solito scriverli a tempo perso, addirittura mentre era ai bagni pubblici…

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  3. Grilloz
    21/12/2015

    Grazie per questa analisi, vorrei leggerne di più di pagine così🙂
    E’ da un po’ di tempo che ho in mente di leggere i racconti di Cechov, credo che nelle vacanze cercherò qualcosa da portarmi dietro.
    Mi stupisco sempre di come i grandi riescano con storie semplici a dire qualcosa di più, c’è davvero tanto da imparare. Il tuo corso deve essere stato molto interessante, perchè non farne un libro?

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  4. Grilloz
    21/12/2015

    P.S. interessante il tuo programma, tempo fa scrissi una macro word per il calcolo dell’indice di leggibilità di un testo, avevo in mente di ampliarla, ma… chissà se la ritrovo😉

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  5. stupendizia
    31/05/2016

    Sì! Narratrice come un principio primario che nasce dalla propria essenza.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/12/2015 da in Corso di scrittura, Letteratura, Racconti, Recensioni con tag .

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