I divoratori di Stefano Sgambati (ovvero, della finzione di esistere)

Che Stefano Sgambati avesse un talento non comune lo si era già capito alla sua opera d’esordio, Il paese bello, una raccolta di racconti uscita per Intermezzi editore nel 2011. Era un libro un po’ acerbo, privo di equilibrio, per certe differenze inconciliabili tra le parti che lo componevano, che poteva essere visto come un catalogo in cui venivano presentate le potenzialità di un autore allora sconosciuto; ma ogni singola pagina vibrava, per quella voce inaspettata, nuova, coraggiosa. Il romanzo I divoratori, uscito nove anni dopo per Mondadori, dopo Gli eroi imperfetti del 2014 per minimum fax e La bambina ovunque del 2018, anche questo con Mondadori, sembra mettere un punto fermo nella carriera di questo scrittore nato a Napoli, cresciuto a Roma e ora residente a Milano ormai da qualche anno. Le potenzialità che si intuivano chiaramente nella prima raccolta, e che erano state poi sviluppate nei libri successivi, qui trovano piena espressione: l’idea di mondo e di letteratura che Sgambati sta portando avanti è, adesso, perfettamente a fuoco.

I divoratori racconta di una cena in un ristorante a tre stelle dove si trovano, per casi diversi, alcune coppie, una famiglia, il caposala e lo chef, e una famosissima coppia di attori americani all’apice del loro successo. Se fossimo in una scuola di scrittura, dovremmo osservare che fino a due terzi del libro non succede nulla di rilevante – nessun evento, nessun colpo di scena; e anche il fatto drammatico che irrompe, a un certo punto della storia, con il suo carico raccapricciante di violento orrore, viene in qualche modo mitigato, diluito nella frammentazione dei tanti punti di vista. Per l’economia del romanzo, questo evento forse non sarebbe neppure necessario: semplicemente indica una possibile direzione, del tutto casuale, al groviglio delle vite che si sono trovate a condividere quel luogo in quelle ore. L’impianto del romanzo, dunque, con la sua narrazione centrifuga e il proliferare dei punti di vista, rivela già in partenza un’ambizione che non è comune. Sgambati rinuncia al potere rassicurante di una trama canonica, a quell’intreccio riconoscibile dai suoi snodi ormai codificati, e si concentra su altri aspetti che richiedono una notevole fiducia non solo nei propri mezzi ma anche, e soprattutto, nella volontà dei lettori di accogliere questa sorta di sfida.

Un po’ come il McEwan degli inizi, anche Sgambati è interessato, da sempre, alle deflagrazioni che irrompono nelle vite dei suoi personaggi (tutti rigorosamente borghesi); a differenza di McEwan, però, il vero cuore della sua narrazione (il motivo stesso per cui scrive, mi verrebbe da dire) è tutt’altro: l’esplosione metaforica che mette in scena non produce mai effetti di lungo periodo, ma diventa l’occasione per poter entrare nel tumulto cosmico che si agita nella testa, nel cuore, nelle viscere, negli apparati riproduttori di un gruppo di esseri umani: il centro di tutto il libro, e a ben vedere di tutto quello che ha scritto Sgambati, è l’incessante e poderoso lavorio della coscienza delle persone.

E Sgambati è grande, grandissimo, in questo: ha capito come funziona un essere umano, e ora riproduce, su carta millimetrata, ogni singola increspatura del pensiero, ogni sua minuscola vibrazione. I fatti sono microscopici, quasi impercettibili: una mosca attratta dallo zucchero, un vestito che scopre un centimetro di corpo, un odore, il corrucciarsi della fronte, la forma degli occhi, le gocce dell’acqua sui vetri di un taxi, un piatto, una sillaba pronunciata sovrappensiero; e ciascuno di questi fatti è in grado di innescare un processo mentale del quale viene riportata l’evoluzione. Questo romanzo potrebbe essere letto come un manuale di scienze cognitive: non c’è la psicologia di Freud, con le sue relazioni meccaniche tra inconscio, Io, Super Io, e traumi infantili e miti greci, ma, piuttosto, Damasio, con i suoi studi sulla relazione tra mente, cervello e corpo, e lo Hofstadter di “Concetti fluidi e analogie creative”, dove innumerevoli, silenziosi, minuscoli processi mentali sono in continua concorrenza tra loro per emergere e diventare “coscienza” o, come uno dei personaggi del libro capisce, una sorta di “ultracoscienza in cui tutte le cose gli sembravano chiarissime, vivide e intollerabili” (pag. 141). E sotto lo sguardo lucidissimo di questa coscienza incredibilmente espansa, a questo microscopio cognitivo, il concetto di identità, e perfino di esistenza, viene demolito, tanto che il titolo del libro potrebbe essere L’insostenibile finzione di esistere. “Qui è tutto marketing. Sempre. Non c’è niente di vero, non c’è mai stato e non ci può essere”, dice un altro dei personaggi a pagina 105; e qualche pagina dopo, mentre prende a pugni un quadro di enorme valore che ha comprato con la moglie, aggiunge: “volendo, potevo uccidere una parte di me, come le piante, come gli alberi che io adoro e che hanno un sistema vascolare diviso in compartimenti e possono decidere cosa far morire di se stessi e cosa invece lasciar germogliare, così da convogliare meglio le forze qualora venissero a mancare o servissero altrove – è l’unica cosa che conosco del mondo”.

Nel mondo spietatamente vuoto in cui si muovono i personaggi del libro, anche i rapporti privati, e quindi l’esistenza degli altri, vengono smontati, smascherati, ridotti alla loro meccanica: “Ma senza la lente specifica della pietà, se non della pena, quella donna rappresentava sua madre come un ciondolo a forma di cuore che pende dal retrovisore di un’auto rappresenta l’amore. Le sorrise comunque, sentendo il proprio teschio sotto la pelle” (pagina 161).
Nella pagina successiva: “Senza la fisicità non potevano esistere i pensieri, non poteva esserci nemmeno la coscienza, che aveva bisogno a sua volta di confini, di estremi, della limitatezza dei sensi. Se non c’era un rimbalzo continuo di cose tra le cose, delle cose sulle cose, se mancava il rumore di frantumazione, nessuno era niente” (Damasio annuirebbe solenne: qui ci sono intuizioni degne di lui).
E poco più avanti: “Da un punto di vista ontologico Sally Person non aveva corpo, in un certo senso non aveva nemmeno un sesso: in effetti non la stava osservando una persona, ma una categoria”.
A pagina 167: “Mangiare distrugge i corpi. Stare insieme è un’opera di devastazione”.
A pagina 181: “Era davvero così importante per lui essere chi era?”.
A pagina 46: “I corpi umani venivano a noia”.
Con pazienza, pagina dopo pagina, una riga dopo l’altra, Sgambati elabora un’idea precisa del mondo, degli esseri umani, dei loro corpi, delle loro menti e della relazione che tra loro sussiste – una visione senza dubbio pessimista, priva di speranza, ben oltre la ferocia vitale del nichilismo, eppure non tragica in senso stretto: come suggeriva il titolo del suo primo romanzo, qui abbiamo a che fare solo con eroi imperfetti. Tecnicamente, la tragedia nasce sempre dalla scelta dell’eroe di andare incontro al suo destino, nonostante tutto; qui, invece, non c’è alcun destino, alcuna scelta – è il dramma sterile del contemporaneo, dove i fatti rilevanti riguardano le relazioni sentimentali, sempre fallimentari, i tradimenti, le colpe nascoste, la qualità del vino, le debolezze, il vuoto che pervade le vite delle persone, l’abbinamento delle scarpe con la giacca, le decorazioni dei piatti, la solitudine. Tutti sono condannati a un’infelicità ontologica, totale, esistenziale, che pare connaturata alla natura stessa dell’essere umano, sempre ripiegato su sé stesso, sempre occupato a capire cosa potrebbe renderlo felice, e per questo incapace di esserlo. In questo nulla, però, compaiono, per un attimo, le esilissime tracce di una possibile salvezza. A pagina 167: “[…] se avessero fatto l’amore in quel bed and breakfast a ridosso del mare – e giacché non avevano chiuso occhio per colpa del rumore delle onde, avrebbero potuto farlo sul serio – forse sarebbero invecchiati meglio, meno soli, e ce l’avrebbero fatta a essere felici. La felicità non è tale finché non ci togliamo dal “centro”: del mondo, dell’universo, della nostra falsatissima, solipsistica percezione. Dal centro. Una figlia: ecco. Una figlia avrebbe potuto. Con una figlia sarebbe stato diverso. […] Una figlia per cui sviluppare l’ambizione di essere una persona migliore […]”. E leggendo queste parole, è impossibile non tornare con il pensiero al precedente romanzo La bambina ovunque e alla sua lucida sincerità.

Dal punto di vista formale, il romanzo, come si è detto, non presenta una trama convenzionale e facilmente riconoscibile: i legami che tengono insieme le diverse parti sono sottili e spesso preziosi nella cura con la quale sono stati costruiti. Per certi versi potrebbe essere visto come un romanzo corale, se non altro per la numerosità dei personaggi; ma ciò che li tiene insieme non è la storia quanto la visione che ci sta dietro, e la disperazione condivisa: ciascuno cammina lungo i binari che si è scelto, e l’unica cosa che li unisce, alla fine, a parte la location comune, è lo sguardo dell’attrice Sally Person che cade su ciascuno dei personaggi mentre esce di scena come una creatura mistica, in una ventina di pagine che rappresentano, a mio parere, il punto più alto del romanzo. La deflagrazione che compare oltre i due terzi del libro viene annunciata con alcune velocissime anticipazioni e indizi disseminati tra le pagine, forse per timore di perdere quei lettori che comunque cercano, anche in un libro che non esiterei a definire esistenzialista, motivi di suspense. Gli autori di riferimento (i miei di lettore, non necessariamente quelli di Sgambati) sono Bret Eston Ellis (più quello di Glamorama che di Meno di zero), David Foster Wallace o più in generale gli autori postmoderni (realismo isterico, l’onnipresenza dei mezzi di comunicazione, l’attenzione smisurata per il dettaglio), forse Palahniuk e tanto Sgambati. Lo stile eccezionale, che da sempre caratterizza i libri di Sgambati, qui viene messo, forse per la prima volta, interamente e umilmente al servizio del libro: ogni pagina e ogni scelta retorica risultano utili e necessarie. Il romanzo è pubblicato da Mondadori, e sarebbe bello riuscire ad abbandonare il fastidioso luogo comune secondo il quale le grandi case editrici difetterebbero di coraggio: questo libro è letteratura pura, senza ammiccamenti di alcun tipo. La copertina è efficace, in libreria, ma non c’entra nulla con il contenuto del libro: mi piace pensare che per questo piccolo inganno almeno un lettore scopra qualcosa di inatteso; allo stesso modo, il titolo funziona ma mette in luce un dettaglio tutto sommato marginale della storia: La finzione di esistere o Lo spaventoso potere dell’ultracoscienza sarebbero stati più adatti (sorrisino).

In conclusione: grande libro, spaventosamente profondo, incredibilmente ricco, che mi ha entusiasmato. Livelli altissimi in tutto: coraggio, talento, idee, invenzioni, visione complessiva, intreccio, lingua, dialoghi, personaggi. E dividerà i lettori, a mio parere, perché non rassicura, perché disturba, perché, come succede nei grandi romanzi, ci sono eccessi e ossessioni. La letteratura al suo meglio, insomma.

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