In fila

C’è la ragione e c’è il sentimento. Ma non basta: esiste anche qualcosa che potrei chiamare “spiritualità”, che riguarda l’anima, il mondo dell’aldilà, i fiori di Bach, le costellazioni, Dio, la preghiera, l’omeopatia, la circoncisione, l’ascetismo, le visioni, le stimmate, le chiacchierate con le divinità, i totem, la morte, le vere cause della malattia, l’oroscopo per domani.

Ecco, è probabile che a me manchi non tanto il sentimento – cioè la capacità di sentire, e, quindi, di prendere decisioni sulla base di cose immateriali come l’amore, il pianto, la tenerezza, indipendentemente da quello che dice la ragione – ma piuttosto la spiritualità: cioè i segni zodiacali, Dio, il cornetto da tenere in tasca, i miracoli, il reiki, la venerazione per la lingua del Santo. Sono un uomo a due dimensioni: mi muovo tra cervello e cuore, ma è come se mi mancasse l’anima, cioè la capacità di credere che esista un altro mondo dietro le quinte.

Sara e Paolo sono due ingegneri di Milano – una coppia inossidabile – con i quali mi trovo (meno di quanto vorrei) a chiacchierare di religione, politica, Dr House, etica, origami, enigmi matematici, centrali nucleari, viaggi. Non abbiamo esattamente le stesse idee su tutto, ma siamo sicuramente dalla stessa parte su tantissimi temi – soprattutto, condividiamo un metodo comune, che tende a separare le sfere della ragione, del cuore e dell’anima. Ad esempio, se si parla di Dio, non si deve tirare fuori la scienza; e viceversa. Esistono gli esperimenti – cioè il metodo scientifico – capaci di provare alcune cose del mondo; e forse esistono cose che succedono fuori dal mondo, e ci sta bene che ci siano (più a me e a Sara, che a Paolo), cioè ammettiamo che potrebbe essere che esista qualcosa che ci è sfuggito: non accettiamo, invece (e su questo siamo tutti e tre d’accordo) che si cerchi di applicare la scienza anche a questi ambiti.

Ma in realtà non è di questo che volevo parlare. Qualche giorno fa ero a Milano, per lavoro. Prima, in via Ripamonti – una strada lunga come l’A4 Padova-Venezia – poi zona Corsico. In entrambi i casi, l’unica cosa che riesco a pensare è: città orrenda. Fa male alla gente, vivere in palazzi che offendono il senso estetico – si perde il ricordo della bellezza, e poi si finisce per accettare di tutto, anche Berlusconi e la Lega e la Multipla.
E poi a Milano, non cammina più nessuno: io, che ci arrivo in treno, e che quindi devo trascinare il mio trolley in giro per la città, non incontro anima viva, sui marciapiedi – vedo solo guidatori di auto fermi in colonna, e alcuni di loro si fanno la barba, altre si truccano (e altre si fanno la barba e altri si truccano), diretti verso qualche ufficio che è sempre dall’altra parte della città – fossi dittatore di Milano, farei scambiare le case a tutti. Sono tutti avvolti dalla lamiera di un’automobile, e sono convinto che qui la gente inizi a sentirsi nuda già quando scende dalla macchina.

In zona Corsico, ero ospite dell’azienda nella quale lavora Sara – la moglie di Paolo, l’ingegnere. Quando abbiamo finito di lavorare, sono stato gentilmente invitato a cena a casa loro. Sulla strada del ritorno ci siamo fermati da sua madre a ritirare l’arrosto che lei aveva preparato per l’occasione. La serata poi è trascorsa tra chiacchiere e vino, con la solita serenità che solo le persone ragionevoli e buone sanno regalarsi.

Dopo cena, Sara mi ha mostrato l’albero genealogico della sua famiglia – un’opera immane alla quale ha iniziato a dedicarsi da qualche mese. E’ un albero gigantesco. Lungo certi rami, è risalita fino al 1600. Ha scoperto che un suo vicino di casa, con il quale aveva avuto diversi alterchi, è un suo lontano cugino – e non glielo ha ancora confessato.
Ha raccolto anche foto antiche della sua famiglia – e mano a mano che scorrevamo sui nodi dell’albero, mi mostrava anche i visi color seppia di quelle persone che non avevano solo un nome, un cognome, una data di nascita e, spesso, una data di morte, ma anche un volto – occhi che guardano, capelli sempre allineati alla moda del tempo – e corpi che erano stati, un tempo, in carne ed ossa.

Sara è ebrea, perché lo è sua madre. Quindi, almeno metà del suo albero genealogico parla di persone che si chiamavano Abramo, Ester, David, Samuel, Sabato.

“E questi nodi, come mai sono in rosso?” le ho chiesto.
“Sono quelli che sono stati deportati in un campo di concentramento e che non sono tornati.”

Mi ha mostrato un medaglione con il viso di una signora prelevata a Roma il 16 ottobre del 1943, e che nessuno ha mai più visto. Una signora che avrebbe potuto essere mia nonna – una nonna qualsiasi, la propria. Portata ad Auschwitz – saranno riusciti a spiegare, a quella donna con una faccia piena di buonsenso, quale era la sua colpa?

E al limite destro, un ramo che si era staccato dall’albero principale a metà dell’ottocento, si estingue: solo foglie rosse, alla sua estremità, come l’autunno. Due nodi rossi sono associati a due fratelli, ciascuno sposato con un nodo rosso, e ciascuno con nodi sotto, i figli; tutti rossi. Uno dei figli è nato nel 1935, ed è morto nel 1943, a 8 anni – aveva iniziato la terza elementare; un altro è nato nel 1937, l’anno di mio padre: avrebbe potuto avere una moglie affettuosa come ha avuto lui, e i suoi stessi figli (chissà se qualcuno di loro avrebbe aperto un blog per raccontare la storia felice della propria famiglia) se non fosse stato portato via da Sinigallia nel 1943, a 6 anni. Un suo cuginetto era nato nel 1941, a guerra già iniziata. Da qualche parte, c’è la sua tomba vuota. Quale essere (faccio fatica ad aggiungere umano) ha strappato un bambino di due anni dalle braccia di sua madre?

Tre anni fa, alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, a Milano, avevo sfogliato un libro sui crimini del nazismo, e c’erano alcune foto dell’esecuzione di un migliaio di donne, e dei loro bambini – era successo da qualche parte, in Polonia o in Ucraina. Dopo averle fatte spogliare, le hanno messe in fila; hanno sparato un colpo di pistola alla nuca di ciascuna: uccise una alla volta, con pazienza e metodo. Alla fine, c’era una montagna di corpi umani, accatastati l’uno sull’altro.
E in una di quelle foto si vedeva la fila che si formava – una fila di donne nude, la pelle bianca e i capelli scuri – e una di quelle donne era evidentemente una mamma, perché teneva in braccio un bambino, anche lui nudo, che avrà avuto due anni – il culetto appoggiato all’avambraccio, e una mano sulla spalla della donna che l’aveva messo al mondo – a quel mondo – per non cadere per terra: per non farsi male. Cosa deve essere stata, quell’attesa, per quella madre? Cinque minuti dopo, nell’albero genealogico di qualcuno, due nodi sono diventati rossi.

Quelle donne in fila… Quali divinità le avevano portate là? Pregarono inutilmente un Dio sbagliato? O avevano tutte lo stesso oroscopo, quel giorno?

Forse, so perché non ho la spiritualità.

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16 thoughts on “In fila

    1. Su questo post, che avevo già pubblicato su pabloz, si è rotta l’amicizia con Patrizia – le sue osservazioni ricalcavano le tue.
      Io non credo che sia gesuitico pensare che Dio si debba occupare delle mie “rogne” – a dire il vero, non penso neppure che Dio debba farlo, e non credo che questo post parli di “rogne”.

      La mia domanda è: è possibile Dio dopo Auschwitz? O meglio: è sostenibile l’idea di un Universo in cui ci stiano, contemporaneamente, un Dio onnipotente e un bambino tra le braccia nude di una donna, un attimo prima che qualcuno li uccida entrambi?

      Io non credo che Dio dovrebbe occuparsi delle mie magagne (e neppure delle tue, a dire il vero); ma credo che un Universo con le caratteristiche che vediamo sia incompatibile con l’idea stessa di una divinità superiore.

      Se Dio esiste, insomma, è molto, molto più in basso di quello che ci vogliono far credere… e non credo sia molto sensato pregarlo…
      Un abbraccio
      Paolo
      ps ah, era lei che si era arrabbiata con me, non io con lei! 😉

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  1. Premesso che non ho alcuna intenzione di rompere la mia amicizia con te in nome di nessuno, (tanto meno in nome di Dio che a me non risulta proprio di essere il suo portavoce :>> ) vediamo di capirci.

    Non ho detto che è gesuitico il pensare che Dio si occupi delle mie o delle tue rogne, ma che è gesuitico l’argomento sostenuto dagli atei per provare l’inesistenza di Dio, e cioè, se certe ingiustizie succedono, e Dio non interviene, ciò prova che non esiste.
    Ora a questa tua domanda, “è possibile Dio Dopo Auschwitz? O meglio: è sostenibile l’idea di un Universo in CUI CI stiano, Contemporaneamente, un Dio onnipotente e un bambino tra le braccia nude di una donna, un attimo Prima che qualcuno li uccida Entrambi?, ” rispondo di si.

    Secondo la mia visione (beninteso, culturale) Dio, (che per rispetto a quell’Entità chiamo Principio) è il Principio della vita che ha attuato il Suo principio: la vita.

    Permettimi di sottolineare il punto: la vita, caro Paolo, non, il vivere di ciò che ha attuato. Con altre parole, è responsabile dell’averci messo in vita, non, del fatto che il nostro vivere ci ha portato ad essere quello che, vivendo, siamo diventati.

    Perché sostengo questa idea? Lo sostengo perché un principio primo (e per questo assoluto ) non può originare che principi primi ed assoluti. Ora, quale il principio primo della nostra vita? Quello che noi facciamo? Ma neanche per idea! Per me, è quello che noi siamo!

    Ora, eliminando da noi tutti i minimi termini come si dice in matematica, che ci resta come principio assoluto? Ci resta il nostro essere vita. Da questo principio, si emana il nostro essere in vita, e, quindi, il nostro vivere.

    Ovviamente questa mia visione non si concilia per niente con la visione cattolica di Dio, quindi, anche se non nuova, è un’idea eretica. Detta da me, poteva mai essere una visone normale? Chiaro che no. :>>

    Non conosco abbastanza Dio per sapere se è una Entità superiore. D’altra parte, nessuno ha mai sentito nulla di proveniente da Dio. Certamente vero, però, che essendo vita al principio della vita, la si può dire superiore se non altro perché prima. In quanto tale, non può esser detta bassa, così come tuo figlio non può esser detto di natalità “superiore” (o prima) della tua. O, no?

    La fede, Paolo, è un credo che la ragione non può accettare perché (detto fra di noi) è un vero e proprio salto nel vuoto, data la non conoscenza che abbiamo di Dio. Nessuno infatti può dire di conoscere Dio. A questo proposito e sempre secondo me, di tutta la teologia si può solamente dire che è la scienza della nostra ignoranza su Dio, non, della conoscenza.

    D’altra parte, quando mai un allievo paracadutista impara a diventarlo se non prende il coraggio di buttarsi dalla torre di allenamento? Ecco, della fede, inoltre, si può dire che è coraggio. Certamente coraggio dell’incoscienza (dal punto di vista della ragione atea o no che sia) o coraggio dell’in_coscienza dal punto di vista della fede.

    Sul fatto che sia sensato pregarlo, ad ognuno la sua fede. Per quanto riguarda la mia, a me viene di pregare solo quando ho momenti di felicità. Come vedi, non sono ortodosso neanche qui!

    Ciao, Vitaliano.

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    1. Caro Vitaliano, ti rispondo solo ora – poco tempo, e sempre distante da Internet…

      Tu parli di principio di vita: è un Dio in cui tutti possiamo credere, perché è semplicemente un modo come un altro di chiamare il Principio, o il principio.

      Io parlo del Dio Occidentale, del Dio storico delle tre religioni monoteiste: un Dio etico, morale, paterno, che interviene nella storia, nella vita delle persone, che si fa pregare, che invita a pregarlo, e che modifica il mondo quando necessario. Ora, esistono due possibilità: o la preghiera è del tutto inutile, e potrebbe esserlo sia perché Dio non ascolta sia perché Dio segue un suo progetto molto più alto che a noi non è dato di conoscere, o viene soddisfatta solo in determinate occasioni, cioè quando Dio lo ritiene giusto o opportuno. L’invenzione del Dio Occidentale, la sua codifica, la sua narrazione, non sono cose che racconto io. E il mio cruccio è come conciliare il Dio etico cattolico con questo mondo. Tuttto qui.

      Un abbraccio, e grazie per essere passato di qui!
      Paolo

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      1. Io credo nel Dio di Gesù Cristo. Nel Dio che è Gesù Cristo. Nel suo messaggio di una salvezza stracciona e povera. Nell’amare senza giudicare. Nell’amare gli altri come, e non più, di me stesso.
        Se la Chiesa Occidentale con tutte le sue Maiuscole non è (ancora) capace di farlo, poco mi interessa.
        Nemmeno io, del resto, ci riesco.

        Buona Pasqua a Paolo e Vitaliano!

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        1. Sono cristiano, senza essere credente. E sono contento di essere cristiano – un po’ meno di non essere credente. Amo la salvezza stracciona e povera di cui parli, dell’amore senza giudizio… e il tuo commento sulla Chiesa, è profondamente cristiano!

          Un abbraccio e buona Pasqua!

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  2. Giusta la tua precisazione, Paolo. Avrei dovuto tenerne conto, mooolto di più del Dio storico che non tengo in alcun conto, appunto perché è solamente ciò che l’uomo ha immaginato di Dio; ed io non poso la mia fede su gli specchi!

    Della stessa opinione anche Teresa d’Avila. Ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo.

    Affermazione che non ha mosso onda nelle parrucche ecclesiastiche, evidentemente. 😀

    Ciao, stammi bene. Vitaliano.

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  3. X Renato: Sottoscrivo il tuo commento, sia per quanto riguarda la fede, che per quanto riguarda la nostra capacità (o incapacità) di esserervi fedeli.

    “Nel Dio che è Gesù Cristo”, però, non sarei così concorde. Non ignori, infatti, che il Cristo fu vita seconda, non, come crediamo, vita creatrice.

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  4. leggo con interesse questo post perché inizia dal binomio cuore – mente, escludendo lo spirito: questione per me irrisolta e contraddittoria. dall’uomo bidimensionale, lungo il tuo racconto, si arriva poi tragicamente all’immagine di quelle morti atroci che portano sostenere che, se Dio esisteva all’atto della creazione, certamente in quel tempo era morto. Certo che, però, il male era vivissimo. Non sono purtroppo illuminata dal dono della fede, e quindi non ho risposte certe; eppure prego, sento questo anelito: forse non riuscirò mai a comprenderlo e certamente so che non appartiene alla sfera della ragione, ma razionalmente non mi sento di escluderlo, nè di negarlo, anzi in qualche modo lo alimento, perchè spero che questo anelito al divino, al trascendente, alla spiritualità concorra in qualche modo a renderci migliori, a evitare che certi scempi si ripetano. Sarà un’illusione, ma mi piace e mi fa sognare. E se poi non ci saranno ali, almeno avremo vissuto immaginando il volo.

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