Il crudele sguardo del ricordo

Flannery O’Connor, grandissima scrittrice statunitense, era del parere che scrivere fosse, prima di tutto, un modo diverso di guardare. Esiste un mondo, là fuori, esiste una realtà,  una vita che, usando le parole di Stevenson, scrittore scozzese giramondo, è brutale, incoerente, sconnessa, piena di catastrofi inesplicabili, illogiche e contraddittorie; ed esiste poi l’atto di raccontare, uno sforzo con il quale si cerca di organizzare  quel mondo, quella realtà, quella vita, secondo le regole della narrazioneNei racconti, nei romanzi, nulla succede mai per caso. I fatti sono concatenati, consequenziali, e producono effetti in ogni direzione, anche a distanza di anni; e i personaggi sono spesso in opposizione tra loro – per ogni buono c’è un cattivo pronto a tormentarlo. Gli avvenimenti, allora, finiscono per assumere un’incredibile rilevanza a posteriori. Un uomo e una donna si salutano con un bacio – lui sta partendo, lei gli fa promettere che tornerà presto – e noi che leggiamo sappiamo bene (lo sappiamo con l’istinto narrativo che condividiamo con l’autore) che quei momenti stanno preparando un dramma o una gioia nel futuro.

Humbert Humbert, patetico e geniale personaggio principale di Lolita, il capolavoro di Nabokov, mentre sta progettando l’omicidio di sua moglie Charlotte, si sofferma a guardarla mentre galleggia nel mare:

“Ecco Charlotte che nuota con diligente goffaggine (una sirena assai mediocre), ma non senza un certo solenne piacere (non ha forse al suo fianco il suo tritone?); e mentre io guardo con la cruda lucidità d’un ricordo (sapete – cercando di vedere le cose come ricorderete di averle viste) il lucido biancore del suo viso bagnato, così poco abbronzato nonostante tutti gli sforzi, e le labbra pallide, e la fronte nuda e convessa, e la cuffia nera e aderente, e il collo grassoccio e bagnato…”

Tutto il libro Lolita è impregnato di ricordi; la memoria, con le sue distorsioni, le sue invenzioni, i suoi travisamenti e la sua sostanziale disonestà, è uno dei temi dominanti di Nabokov. Ma qui, in questa frase, l’autore sta dicendo qualcosa di più. Humbert Humbert è l’emblema dello scrittore che deforma il mondo per soddisfare le proprie esigenze: ogni evento raccontato nel suo terribile diario è visto, e riportato, con la cruda lucidità d’un ricordo: non per ciò che era, ma ciò che è rimasto nei ricordi dell’osservatore. Humbert vive ogni istante immaginandolo già inserito in un romanzo: tutto è la prima voltal’ultima voltal’esatto momento in cui… I gesti, le parole, gli sguardi, perfino il pulviscolo in sospensione nell’aria illuminata dalla luce sbieca del tramonto, perfino i gradini per arrivare nella prima camera d’albergo, e il primo risveglio, e l’ultima volta in cui vede Lolita, ormai vecchia (!), appesantita da una gravidanza…

Probabilmente ricordo queste minuzie con tanta chiarezza perché pochi minuti dopo avrei passato attentamente in rassegna le mie impressioni. [..]
Chiuse gli occhi e aprì la bocca, premendo la schiena contro il cuscino, un piede di feltro sul pavimento. Il pavimento di legno era in pendenza, una pallina d’acciaio sarebbe rotolata fino in cucina. Sapevo tutto quello che volevo sapere. Non avevo intenzione di torturare il mio tesoro. Da qualche parte, dietro la baracca di Bill, una radio accesa dopo il lavoro aveva cominciato a cantare di fato e follia, e lei era lì, con la sua bellezza distrutta, le mani strette e le vene in rilievo, da adulta, e le braccia bianche con la pelle d’oca, e le orecchie appena concave,e le ascelle non rasate, era lì (la mia Lolita!), irrimediabilmente logora a diciassette anni, con quel bambino che già sognava, dentro di lei, di diventare un pezzo grosso e di andare in pensione intorno al 2020 – e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l’amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più id qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. [..] E dopo non molto guidavo nella pioggerellina del giorno morente, coi tergicristalli in piena azione ma incapaci di tener testa alle mie lacrime.

Nella parte che segue, Humbert sottolinea che gran parte delle cose che si dicono lui e Lolita, in questo ultimo loro dialogo, corrispondono o smentiscono ciò che ci si aspetta da una scena come questa. Humbert, o Nabokov, non sta raccontando la realtà per quello che è, ma la inventa per quello che gli serve. Nella splendida postfazione a Lolita, Nabokov scrive:

Mi ci erano voluti circa quarant’anni per inventare la Russia e l’Europa occidentale, e ora dovevo affrontare il compito di inventare l’America. Procurarmi ingredienti locali che mi avrebbero consentito di instillare una modica dose di media “realtà” (una delle poche parole che non hanno alcun senso senza virgolette) nel calderone della fantasia individuale si rivelò, a cinquant’anni, un procedimento molto più difficile che nell’Europa della mia giovinezza […].

Scrivere, allora, non è trascrivere la “realtà”, ma consiste, prima di tutto, nel guardare il mondo come se prima o poi ciò che accade dovesse entrare in una storia: si è scrittori non quando si pubblica (un dettaglio irrilevante, ai fini dell’arte) ma ogni volta che si fa come Flannery O’Connor. Se presa seriamente, però, questa inclinazione può trasformarsi in una condanna. Ogni saluto, ogni abbraccio, ogni incontro con una persona nuova, può essere potenzialmente fatale; i dettagli diventano quasi insostenibili, nel loro bagliore, nella loro vividezza: il profumo di un albero che sta perdendo i fiori a pochi metri da te, la temperatura delle labbra di tuo figlio che ti bacia subito dopo aver mangiato una granita, il curioso riflesso del sole in una finestra socchiusa nella casa davanti, la musica storpiata dall’effetto Doppler che esce da un Golf  bianca in corsa, una nuvola a forma di elefante in alto, sulla destra, verso l’orizzonte. Tutto può essere l’ultima volta, o la prima, o la più importante, e lo sapremo solo nei capitoli successivi della nostra vita: tutto può essere ciò che ricorderemo tra trent’anni, in un futuro che, da scrittori, possiamo già immaginare…

Lolita_kubrick

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10 thoughts on “Il crudele sguardo del ricordo

    1. E’ una domanda alla quale non saprei come rispondere… Nasce da sola o va coltivata? Probabilmente cresce scrivendo: inizi a farlo senza un motivo specifico, e poi ti accorgi che quello che ti accade intorno potrebbe avere la struttura di una storia, se solo fosse osservato, e organizzato, con un pizzico di consapevolezza… in forma molto minima succede anche per i profili Facebook: mi capita sempre più spesso di sentire qualcuno che dice “questo devo assolutamente metterlo su FB”… si capisce che esistono “cose” degne di essere raccontate – in uno status, se è una battuta scambiata davanti alla macchinetta, o in un racconto, se è un evento improvviso, e così via… tu scrivi?

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  1. oh, che bell’aria di casa si respira, fra Nabokov e Te… 🙂
    Ma volevo chiederti: non sono riuscito a commentare il post precedente: disguido informatico o volevi tenere “chiuso” tu?

    un abbraccio

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    1. Caro Nicola, l’ho chiuso io – era un pezzettino della cosa alla quale sto lavorando, mi piaceva l’idea di fargli prendere un po’ d’aria, senza che eventuali commenti mi potessero influenzare… come si dice dalle mie parti: sono solo paturnie! 🙂

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  2. Mi viene in mente tutta una serie di riflessioni sulla scrittura, memoria, ricordo e traduzione. Perché alla fine di questo si tratta….per scrivere si compie sempre un atto di traduzione e, quindi, di tradimento.
    Ma è proprio ciò che si perde o viene travisato nella traduzione che diventa poesia. Come diceva Merrill:
    ”But nothing’s lost. Or else: all is translation
    And every bit of us is lost in it…”

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