L’inserto del lunedì – Gli sconosciuti, di Ilaria Vajngerl

Ritorna l’inserto del lunedì con un racconto delicato e prezioso di Ilaria Vajngerl, giovane autrice veneta, che era stata già ospitata qui su Grafemi un po’ di tempo fa. Buona lettura!

Gli sconosciuti
Ilaria Vajngerl

Il deodorante col tappo blu che spruzza sotto le ascelle ogni mattina resiste solo un paio di ore. È mezzogiorno, fa caldo, sulla maglietta sono comparsi gli aloni. La saluta dandole un bacio sulla guancia, sale sulla bici e pedala sotto il sole.
Lei si toglie un filo dal vestito. Abita in centro, prende l’ascensore, entra in casa e sente profumo di budino. Ciao, le dice la coinquilina, sono già alla terza doccia, saranno trentotto gradi, fuori. Lei si leva i sandali e si attorciglia i capelli sopra la nuca.

Nemmeno un temporale, dicono sia stato l’agosto più torrido degli ultimi cinquant’anni. Sudano tutti, qualcuno sviene per strada.

Lei è innamorata, lui no. Provano ad uscire comunque, sanno entrambi come andrà a finire. Mangiano un kebab a mezzanotte, lui ci fa mettere solo la salsa allo yogurt, niente cipolla, dovranno baciarsi e salire in camera.
Succede tutto quello che era stato previsto.
Venti giorni più tardi lei lo aspetta vicino all’edicola: sfoglia una rivista senza badare a quello che legge. Lui arriva guardando in basso. Ha i capelli spettinati e gli occhiali sporchi, ci sono impronte di dita. Chissà di chi, poi.

La televisione mostrerà per giorni una tromba d’aria che ha divorato tutte le sdraio di una spiaggia di Riccione, ci avevano passato il sabato un paio di settimane prima.
Loro non si vedranno più, si penseranno spesso.

Lui prova a cercarla ogni tanto, quando è solo digita in Google il suo cognome, esistono altre otto donne che si chiamano esattamente come lei. Capita che diventi malinconico all’improvviso, non sa distinguere bene la tristezza dalla nostalgia. Fuma una sigaretta per soffiare lontano i pensieri. Racconta sia Saturno in Acquario, da quando cazzo credi ai pianeti, gli rispondono gli amici.

Lei ha cominciato a fare la commessa in un negozio di scarpe. Ha imparato ad essere gentile con tutti, per i soldi fa finta di non sentire la puzza di piedi, non si accorge dei peli neri che crescono sulle caviglie delle donne, dei calli spessi che induriscono le piante, dei calzini lerci, usati anche al contrario. Vuole fare una vacanza di venti giorni: prendere l’aereo e andare in Giappone. Gli orientali la fanno sentire tranquilla, sorridono sempre, lei no, ma vuole provarci.

Sarà un anno piovoso. L’autunno bagnerà le strade con acquazzoni improvvisi, che trasformeranno le piazze in enormi specchi da frantumare con le scarpe.

Lei decide di tagliarsi i capelli in una mattina umida, compra un berretto di lana per ripararsi dal freddo. Sembri un maschio, le dice qualcuno, dovresti truccarti, magari indossare degli orecchini pendenti. Ogni tanto si domanda se potrebbe piacergli ancora, lui le diceva che le ragazze mascoline sono solo lesbiche represse. Invece durante l’inverno ne ha frequentata una coi capelli rasati e i lineamenti minuti, con una parrucca bionda sarebbe somigliata a una Barbie. L’ha lasciata per lo stesso motivo per cui abbandona tutte: gli piacciono gli inizi, quando si scoprono le abitudini dell’altra senza dovercisi adattare per forza. Lui non rinuncerebbe per nessuno motivo a dormire in diagonale, alla sveglia delle otto meno tredici, al sacchetto di Gocciole aperto male – potresti comprarti un barattolo di latta, le aveva detto una con aria schifata- a sentire sua madre ogni lunedì appena tornato dalla banca.

E pensare che c’era voluta una vita di abitudini per farli incontrare.
Lei era cresciuta sotto l’ombra di una sorella brillante, che bisognava rispettare sempre perché era venuta meglio. Così per riuscire a guardare negli occhi qualcuno aveva frequentato tre corsi di autostima e una psicologa cognitivo comportamentale che chiedeva cinquanta euro ad ogni seduta. Aveva una macchia castana sull’iride a forma di Sicilia, lui gliel’aveva fatta notare come fosse stato il primo ad osservarle il volto, lei era riuscita a sostenere lo sguardo nonostante il cuore battesse più veloce, almeno i soldi erano serviti a qualcosa. Lui aveva stampato un plico di carte e le aveva indicato dove mettere le firme con movimenti precisi, aveva asciugato le sbavature dei gesti facendo il cameriere per pagarsi gli studi. Lei era stata sui libri il meno possibile, aveva cercato un lavoro per trovare un appartamento in centro e vedere i suoi genitori una domenica al mese. Quando andavano a farle visita si sedevano in cucina e chiedevano solo un bicchiere d’acqua, non assaggiavano la torta al limone che lei preparava ogni volta. Suo padre l’assediava con una serie di domande severe, come aveva dovuto fare lui la prima volta che si erano incontrati valutando i requisiti per concederle il mutuo.

Era stato facile uscire dalla banca e festeggiare insieme senza ricordarsi esattamente l’uno il nome dell’altra. Il cielo tiepido li aveva aiutati a rimanere seduti al tavolino del bar fino a tarda sera senza sentire freddo. Ci pensano ancora ogni tanto. Lei quando si inginocchia per aiutare un cliente a calzare le scarpe, lui quando torna a casa e trova solo cose immobili da riempire con la propria forma.

Le chiederà un paio di sandali numero quarantaquattro, lei lo farà accomodare su uno sgabello imbottito, continuando a guardargli i piedi: l’alluce sinistro è senza unghia, ha sbattuto contro il comodino alzandosi la notte per andare a bere.
Si sorrideranno tanto per fare, scoprendosi senza nostalgia, sempre più lontani.

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