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Segni, parole, significato.

Se non ti piace Lolita

Mesi e mesi fa avevo scritto questo post su Lolita, con l’intenzione di estenderlo ulteriormente, quando ne avrei avuto il tempo e la voglia. Riprendendolo in mano a distanza di tanto tempo, però, credo si basti da solo – che abbia tutto quello che serve per convincere almeno una persona a leggere questo libro con un occhio diverso.

Sui romanzi, e sulle storie in generale, da secoli ormai si confrontano, e talvolta si scontrano, due opposte interpretazioni circa la moralità e l’immoralità, di ciò che viene raccontato – se debbano essere usate come metro di giudizio o se siano irrilevanti al fine della valutazione dell’opera. I censori generalmente fanno parte di quella schiera che ritiene che l’autore, raccontando storie di persone corrotte, stia cercando di traviare il lettore, talvolta senza averne consapevolezza; i critici letterari più moderni e smaliziati, invece, non si stancano di sottolineare come la letteratura non abbia scopi educativi, o divulgativi – non sostiene teorie, non prende posizione su questioni filosofiche, teologiche oppure etiche: si limita a rappresentare la realtà per quello che è, senza temerne gli eccessi, lasciando al lettore il compito, se lo vuole, di risolvere il problema posto.
Nel corso degli ultimi due secoli ci sono stati diversi processi intentati contro libri considerati immorali. Walter Siti, nel suo contributo alla poderosa opera “Il romanzo”, curata da Franco Moretti per Einaudi, raccoglie e contrappone gli estratti di alcuni dibattimenti, tra i quali quelli che chiedevano la messa al bando di “Madame Bovary”, “Lolita” e “Ulisse”: i testi sono davvero illuminanti per capire quali sono le opposte visioni. Nel processo al romanzo di Flaubert, ad esempio, si rimprovera all’autore di non aver condannato, in modo espicito o implicito, l’atteggiamento immorale di Emma: perfino la morte, causata dal suicidio, non rientra nel meccanismo del delitto e del castigo (che invece Dostoevskij applicava abbastanza pedissequamente – e infatti non mi pare che qualcuno abbia mai chiesto di censurarlo, neppure sotto il bigottissimo regime sovietico). Leggendo l’accusa del pubblico ministero non si può fare a meno di sorridere per l’ingenuità delle sue posizioni; eppure, non sono convinto che siano sbagliate in senso assoluto: sono sbagliate perché hanno perso, e la storia della letteratura ha potuto prendere una strada diversa. Rimuovere il problema della moralità nella valutazione di un romanzo, tuttavia, non è più giusto del non farlo. Si tratta di punti di visti sull’arte, sul suo ruolo all’interno di una società, sui limiti che uno Stato può imporre ai singoli individui.
Dopo Bovary, nel corso dei decenni successivi, e in particolare nel ventesimo secolo, l’asticella dell’immoralità, se così si può dire, si è via via alzata; la letteratura ha inglobato porzioni sempre più ampie del territorio del diavolo, e dopo averle fatte sue, le ha in qualche modo neutralizzate.

A metà degli anni cinquanta Nabokov dà alle stampe, con un editore erotico, o para-pornografico, di Parigi, “Lolita”. Volendo riassuemere in due righe la trama di questo romanzo: un uomo prossimo alla quarantina perde la testa per una dodicenne e per un anno la costringe ad essere la sua amante. E’ bene sottolineare che Nabokov non ha mai dato grande importanza alla storia che intende raccontare, tanto è vero che l’incipit di Una risata nel buio, un suo romanzo meno noto, mette subito in chiaro cosa succederà nelle duecento e venti pagine che seguiranno:

«C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi».

Nella prima pagina di “Lolita” un oscuro funzionario federale ci spiega che il libro è il diario di un assassino condannato a morte, ma deceduto per un inaspettato arresto cardiaco: sappiamo quindi che è stato commesso un omicidio, sappiamo chi è il colpevole (l’autore della storia, tale Humbert Humbert), ma dovremo aspettare quasi quattrocento pagine per scoprire chi è la vittima, tra false piste e complicati inganni (in qualsiasi storia che funzioni, tutto ciò che sta tra l’inizio e la fine di un libro è errore o differimento: una regola che spesso, chi scrive, dimentica). Da un punto di vista formale, dunque, “Lolita” potrebbe essere visto come un poliziesco dove il canonico mistero da risolvere – chi è l’assassino – viene capovolto. Ma il vero motore di questo romanzo, il motivo per il quale Nabokov sceglie di raccontare una storia d’amore così evidentemente riprovevole, è il desiderio impossibile di Humbert Humbert, la voce narrante, un uomo ossessionato dal fascino delle ninfette, come lui chiama le ragazzine non più bambine ma non ancora consapevolmente donne. La potenza di questo romanzo, il suo stesso motivo di esistere, sta nel fatto che esistono due forze contrapposte ugualmente grandi: l’amore e la morale. H. H. sa di essere un mostro; tuttavia sa anche che il sentimento che lo attira verso la piccola Lolita è inspiegabilmente puro. Non c’è nulla di volgare o abietto in lui (mentre, a essere onesti, Lolita è volgare in tutto quello che fa). Chiunque accusi Lolita di immoralità, non è un bachettone, o un moralista: è, probailmente, uno che non ha mai letto questo libro.

Siamo a un terzo del libro. Charlotte, la madre di Lolita che Humbert Humbert, è riuscito a sposare allo scopo di poter condividere la casa con l’oggetto del suo desiderio, è morta da poco in un tragico incidente; lui, patrigno della ragazzina, la va a recuperare nel campeggio dov’era in vacanza, e la porta con sé in un albergo. Dopo aver cenato, le propina un sonnifero e la lascia in camera aspettando che la droga faccia il suo effetto. Nella hall dell’albergo incrocia ogni genere di umanità; poi torna su… Inizia così uno dei pezzi più belli della storia della letteratura di tutti i tempi: un uomo ridicolo, innamorato di una stupida dodicenne, e il suo folle desiderio. Ricopio, con pazienza, un po’ di pagine dal libro, nella splendida versione tradotta da Giulia Arborio Mella per Adelphi.

“La porta del bagno illuminato era socchiusa: in più, un bagliore di scheletro giungeva dalle lampade ad arco attraverso la veneziana; quei raggi, intersecati penetravano l’oscurità della camera e rivelavano la seguente situazione.
La mia Lolita, con indosso una delle sue camicie da notte vecchie, era sdraiata su un fianco al centro del letto e mi volgeva le spalle. Il suo corpo appena velato e le membra nude formavano una Z. Si era messa entrambi i cuscini sotto gli scuri capelli scarmigliati, una striscia di luce pallida le traversava le vertebre superiori.
Sembrava che mi fossi spogliato e mi fossi messo il pigiama con quella sorta di irreale istantaneità implicita in certe scene cinematografiche, dove viene tagliata la sequenza del cambiarsi d’abito; e avevo già appogiato un ginocchio sul bordo del letto quando Lolita si voltò a fissarmi attraverso le ombre striate.
Questo, l’intruso, non se l’era aspettato. Tutto lo Spiel della pillola (una faccenda piuttosto sordida, entre nous soit dit) aveva avuto per oggetto un sonno così profondo che un intero reggimento non avrebbe potuto disturbarlo; e invece Lolita mi fissava e con voce impastata mi chiamava “Barbara”. Barbara, che, sovrastava la piccola in deliquio e si sentiva un po’ costretta nel mio pigiama, rimase immobile. Piano, con un sospiro scorato, Dolly si voltò di nuovo nella posizione iniziale. Per almeno due minuti attesi contratto sull’orlo dell’abisso come quarant’anni fa fece quel sarto che saltò dalla Tour Eiffel con un paracadute fatto in casa. Il suo debole respiro aveva il ritmo del sonno. Finalmente mi issai fino al mio stretto margine del letto, tirai con cautela il guazzaglio di lenzuola che arrivava a sud dei miei talloni freddi come pietra – e Lolita sollevò la testa e mi guardò a bocca aperta”. [Humbert Humbert, a distanza di tempo, venne a sapere che il sonnifero che le aveva somministrato funzionava solo grazie al suo effetto placebo]. “Quando Lolita aprì di nuovo gli occhi, mi resi conto che, se anche la pillola avesse fatto effetto più tardi, la sicurezza sulla quale avevo contato era fasulla. Lentamente la sua testa si voltò e cadde sull’iniquo quantitivo di cuscini. Io giacevo immobile sul mio abisso, e da lì sbirciavo i suoi capelli spettinati, e quel baluginio di carne di ninfetta in cui apparivano confusamente una mezza anca e una mezza spalla, cercando di sondare la profondità del suo sonno in base al tasso di respirazione. Passò qualche tempo, nulla mutò, e decisi che potevo rischiare di avvicinarmi un po’ di più a quell’adorabile, sconvolgente lucore; ma ero appena arrivato nei suoi tiepidi dintorni che il respiro cessò, ed ebbi l’odiosa sensazione che la piccola Dolores fosse perfettamente sveglia, e pronta a strillare a squarciagola se l’avessi toccata con una parte qualsiasi della mia ignonimia. Ti prego, lettore: per quanto possa esasperarti il protagonista di questo libro, col suo cuore tenero, la sua sensibilità morbosa, la sua infinita circospezione, non saltare queste pagine essenziali! Prova a immaginarmi: se tu non mi immagini, io non esisterò; cerca di discernere la cerbiatta che è in me, tremante nella foresta della mia empietà; concediamoci addirittura un sorriso! Dopotutto non c’è niente di male, in un sorriso. Per esempio non avevo dove appoggiare la testa, e al mio disagio si aggiune un attacco di acidità.
Si era addormentata di nuovo, la mia ninfetta, ma ancora non osavo lancarmi nel mio viaggio incantato. La Petite dromeuse ou l’Amant ridicule. Domani l’avrei rimpinziata con quelle precedenti pillole che avevano così ben intontito sua madre [Humbert Humbert, per sottrarsi ai doveri coniugali con Charlotte, era solito imbottirla di sonniferi] Era meglio aspettare un’oretta e poi avvicinarmi di nuovo? La ninfolessia è una scienza esatta. Un vero e proprio contatto avrebbe raggiunto il suo scopo in un secondo. Una distanza di un millimetro in dieci. Aspettiamo.
Non c’è niente di più rumoroso di un albergo americano; e badate bene, quello doveva essere un posticino tranquillo, accogliente, famigliare a all’antica – “ambiente squisito” e via dicendo. Gli schianti del cancello dell’ascensore – una ventina di metri a nord-est della mia testa, ma percepiti come fossero nella tempia sinistra – si alternavano ai clangori e ai rimbombi delle varie evoluzioni del macchinario, e durarono ben oltre la mezzanotte. Di tanto in tanto, immediatamente a est del mio orecchio sinistro (considerandomi sempre supino, poichè non osavo volgere il mio lato più vile al fianco caliginoso della mia compagna di letto), il corridoio traboccava di allegri, sonori, stolidi clamori che culminavano in una raffica di buonanotte. Quando anche quelli cessarono fu la volta di un WC immediatamente a nord del mio cervelletto. Era un WC virile, energico, baritonale, e fu usato molte volte. Il gorgoglio, lo scroscio e il protratto sibilo dello sciacquone facevano vibrare la parete dietro di me. Poi qualcuno in direzione sud vomitò smodatamente, quasi espellendo la vita insieme al liquore, e dal suo WC, contiguo al nostro bagno, sgorgò un vero e proprio Niagara. Quando finalmente tutte le cascate tacquero e i cacciatori incantati [l’albergo si chiama Il cacciatore incantato, un nome che nel proseguio del libro sarà fondamentale per individuare la vittima] si addormentarono profondamente, la strada sotto la finestra della mia insonnia, a ovest della mia veglia – un viale pacato, austero, sommamente residenziale e bordato di alberi enormi -, degenerò nello spregevole ritrovo di camion giganteschi che rombavano nella notte fradicia e ventosa.
E a meno di quindici centimetri da me e dalla mia vita ardente c’era la nebulosa Lolita! Dopo una lunga, immobile vigilia i miei tentacoli mossero  di nuovo verso di lei, e ora i cigolii del materesso non la destarono. Riuscii a portarle così vicino la mia mole ingorda che sentii sulla guancia, come un alito caldo, l’aura della sua spalla nuda. E poi si alzò a sedere, ebbe un’esclamazione soffocata, mormorò con insana rapidità qualcosa sulle barche, diede uno strattone alle lenzuola e ripiombò nella sua sontuosa, scura, giovane incoscienza. Mentre si dibatteva in quell’abbondante flusso di sonno il suo braccio, recentemente ramato, ora color luna, mi colpì il viso. Per un istante la strinsi a me. Lei si divincolò dall’ombra del mio abbraccio – inconsapevolmente, senza violenza, senza alcun ribrezzo personale, ma col neutro, lamentoso borbottio di un bambino che pretenda il suo naturale riposo. E la situazione rimaneva sempre la stessa: Lolita che volgeva la sua schiena arcuata a Humbert, Humbert con la testa sulla mano [non ha ancora recuperato il suo cuscino, che si trova nella metà del letto di Lolita], bruciante di desiderio e dispepsia.
Quest’ultima richiese una puntatina in bagno per un sorso d’acqua, la migliore medicina che conosca nella mia condizione, tranne forse latte e rapanelli; e quando tornai in quell’estraneo recesso zebrato in cui, su mobili che parevano vagamente alla deriva, i vestiti vecchi e nuovi di Lolita giacevano in varie pose d’incantamento, la mia impossibile figlia si mise a sedere e con voce chiara chiese a sua volta da bere. Prese il cedevole, freddo bicchiere di carta nella mano ombrata e ne ingurgitò il contenuto con gratitudine, le lunghe ciglia rivolte in basso, e poi, con un gesto infantile più seducente di qualsiasi carezza carnale, la piccola Lolita si asciugò le labbra sulla mia spalla. Ricadde sul suo cuscino (le avevo sottratto il mio mentre beveva) e si riaddormentò immediatamente…”

Ecco, solo l’atto del copiare queste pagine mi dona una gioia immensa; e credo che la grandezza di queste pagine non abbia bisogno di alcun commento. Cosa succede dopo? Tutti conoscono, a grandi linee, la storia di questo libro e non serve continuare – il libro è disponibile in tutte le librerie per chi lo vuole leggere. Non è obbligatorio farlo; ma mi dispiacerebbe che qualcuno non lo leggesse per i motivi sbagliati.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

6 commenti su “Se non ti piace Lolita

  1. Pingback: Se non ti piace Lolita | l'eta' della innocenza

  2. Elle Estenvoyage
    28/06/2017

    Letto con incantato disgusto appena l’ho trovato di seconda mano (che coraggio rivenderlo!)

    L’unico neo di questo pezzo è però che manca il nome di chi l’ha tradotto, e ci ha donato questa bellezza in italiano 😉

    Liked by 1 persona

  3. lucilontane
    28/06/2017

    Il capolavoro della fragilità. Io lo amo.

    Liked by 1 persona

  4. gaberricci
    29/06/2017

    Penso che chi scrive così non possa essere immorale a prescindere:-).

    E poi, se vogliamo credere a Humbert, quello che tu hai scritto:
    “la costringe ad essere la sua amante”
    non è vero :-).

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 28/06/2017 da in Letteratura, Romanzo, Scrittura con tag , , .

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