Il capolavoro di Nicola Pezzoli

Ho letto un libro che è un capolavoro.

Ci ho pensato un po’, prima di arrivare a questa conclusione: un parere così definitivo è impegnativo sia per chi lo dice, sia per chi lo riceve. Eppure, più ci penso e meno dubbi mi rimangono: “Il taccuino di Wolfsburg”, un romanzo scritto da Nicola Pezzoli, e non ancora pubblicato, ha tutte le caratteristiche che io amo, e che quando ho la fortuna di trovare, mi fanno dire “è un capolavoro”.

Conosco Pezzoli da circa due anni. Di lui ho letto “Tutta colpa di Tondelli”, il romanzo che racconta le disavventure di un aspirante scrittore (cioè Pezzoli stesso) che cerca in tutti i modi di pubblicare qualcosa. Tempo fa ne avevo già parlato, proprio qui, esprimendo un parere decisamente positivo; rimaneva però il dubbio, o il timore, che non avevo mai espresso a nessuno, che dietro il suo attacco frontale al mondo dell’editoria (portato avanti con lucida genialità anche nel suo bellissimo blog) ci fosse una mal sopportata mancanza di talento: mi risuonava, nella testa, una vocina cattiva che mi ricordava la fiaba della volpe e l’uva.

E’ stato quindi con un po’ di apprensione che ho iniziato a leggere (sul mio eReader) il suo corposo romanzo “Il taccuino di Wolfsburg”; apprensione che è sparita nel giro di qualche pagina, che si è trasformata in un entusiasmo sempre crescente mano a mano che proseguivo nella lettura, e che è diventata, verso i due terzi del libro, quel sottile dolore che ci prende quando abbiamo tra le mani qualcosa di meraviglioso che, purtroppo, sta per finire.

Mi considero un buon lettore: non punto alla quantità, ma cerco, con disperata tenacia, la bellezza. La scrittura, come la pittura e la musica, dovrebbe aspirare a diventare arte, e non accontentarsi di essere mero intrattenimento. La maggior parte degli autori produce qualcosa di onesto, che si fa leggere – il corrispondente di un paesaggio disegnato la domenica, sotto la canicola dell’ora di pranzo, e che, incorniciato, si appende in salotto, vicino a una stampa di Van Gogh; ma tutti sappiamo che la buona pittura, quella vera, è tutta un’altra cosa. Un romanzo può avere una trama avvincente, dei personaggi solidi, un buon intreccio, ed essere persino bello, ma comunque rimane nella categoria di quei libri che, parafrasando un’usatissima espressione acustica, entrano da un occhio ed escono dall’altro; oppure può diventare un’opera d’arte – cioè una misteriosa combinazione di parole capace di raggiungere il sublime. Il sublime non è un bello-molto-bello: è un’altra dimensione estetica, attorno alla quale si aggirano i vari Nabokov, Flaubert, Franzen, Wallace, Kafka, Roth, Dickens, Amis… Ecco, con il dovuto rispetto per i mostri sacri della letteratura, il talento di Pezzoli è più vicino a questi giganti dell’arte che a quello degli scribacchini che occupano i primi dieci posti nelle classifiche di vendita in Italia.

Il problema di voler raccontare un romanzo che riesce nel difficilissimo compito di superare la categoria del bello, per entrare in quella del sublime, è che qualsiasi descrizione, spiegazione o rappresentazione diventano una riduzione tragicamente inadeguata, e ingiusta. Posso scrivere un trattato sul Cristo Morto del Mantegna – posso parlare della tragica verosimiglianza dei buchi sui piedi e sulle mani, delle pieghe del lenzuolo che ricopre il corpo di Nostro Signore, del dolore disegnato sul suo viso, incapace di sciogliersi nel sonno della morte – le sopracciglia ancora contratte, la bocca tirata –, potrei tentare di descrivere i due volti piangenti e scavati, che si affacciano a sinistra – uno dei due appena accennato, gli si vede solo la punta del naso e un occhio spaventato – posso andare avanti per duecento pagine, senza però mai riuscire a trasmettere la vera essenza di quel quadro, la sua bellezza, la sua grandezza. E de “Il taccuino di Wolfsburg” posso dire che fa ridere a crepapelle, che è struggente come lo sono i ricordi di un adulto che ripensa alla sua infanzia, che è feroce e delicato allo stesso tempo, che i personaggi ci rimangono davvero nel cuore, che i numerosissimi temi che lo percorrono (l’educazione parentale, la claustrofobia di un paese, la paura di crescere, il mondo parallelo dei ragazzini, la scoperta dell’amore, l’oppressione delle istituzioni, la paura dell’ignoto) continuano a intrecciarsi tra di loro con estrema naturalezza… ma non riuscirò mai a trasmettere, a riprodurre, la sua misteriosa, spiazzante bellezza. Ma, anche se è inutile, è giusto che io cerchi di descrivere almeno il contenuto.

 “Il taccuino di Wolfsburg” racconta dell’estate in cui un bambino (la voce narrante del libro) diventò, in qualche modo, adulto. Si parla dunque di iniziazione, cioè di quel processo misterioso, entusiasmante, e necessariamente doloroso, attraverso il quale si acquisisce non solo un’improvvisa consapevolezza di sé, ma anche un modo nuovo di considerare il mondo e le persone che lo popolano. La letteratura americana ha affrontato spesso questo tema (basti pensare al racconto “Il corpo” di Stephen King, più noto con il nome del film che ne è stato tratto, cioè “Stand by me”), ma Pezzoli sembra trovare una strada personalissima per parlarne: uno stile che continua a oscillare tra il grottesco e lo struggente, il malinconico e il dissacrante, italiano fino in fondo, senza assomigliare (per fortuna?) a nessun italiano. C’è la madre, che beve ed è dolce, e ci sono i gatti silenziosi sempre presenti; il padre durissimo, i vecchi parenti più o meno rincoglioniti, i bambini crudeli, i bambini fragili, le bambine bellissime e irraggiungibili, le partite di calcio viste alla televisione, i campi di granturco, una casa misteriosa e un mistero che là dentro si nasconde, e il cimitero di paese, e un taccuino che sembra possedere un potere terribile. Gli ingredienti sono tanti ma la grandezza di questo libro sta nel fatto che sono mescolati insieme secondo proporzioni perfette. Il ritmo non cala mai. Le storie continuano a intrecciarsi, a ritornare, a richiamarsi – e intanto lo stile, la voce, continuano a farci credere che questo sia un romanzo comico: come Don Chisciotte, come Il castello, come Fuoco Pallido… Uno degli ingredienti fondamentali del romanzo, quello con la R maiuscola, è l’ironia – un gusto troppo spesso dimenticato.

Questo libro, però, non è mai stato pubblicato: io, ho avuto la fortuna di leggerlo in formato digitale. Dopo la lettura, ho avuto uno scambio di mail con Pezzoli, che mi ha descritto i timidi tentativi con i quali ha avvicinato alcune case editrici e il suo timore che i continui attacchi che ha portato contro la stupidità dell’establishment letterario italiano lo abbiano irrimediabilmente condannato al silenzio perpetuo. Non sono in grado di valutare se questa paura sia fondata; di sicuro, però, posso dire che non ho bisogno che un editore scelga questo libro per poter dire che è bellissimo. Quando ci troviamo di fronte a un tramonto meraviglioso, o a un mare in tempesta, riusciamo a emozionarci senza che nessuno debba mettere il proprio imprimatur. Questa capacità di valutare in modo autonomo ciò che si legge, o si vede, è una facoltà alla quale abbiamo abdicato da un sacco di tempo: per pigrizia, per sudditanza psicologica, o culturale, abbiamo demandato agli editori il compito di dirci cosa vale la pena leggere e cosa no. Il problema è che gli editori hanno interessi diversi dai nostri – non opposti, certo, ma che puntano verso altri risultati. Le case editrici sono aziende con un bilancio da tenere in attivo, in un mercato difficile da interpretare, e impermeabile a qualsiasi forma di marketing. Spesso, dunque, si punta a libri, per così dire, conservativi: libri, cioè, che puntano a quello che si crede (in molti casi un po’ ingenuamente) essere il gusto corrente, piuttosto che a cercare di creare un gusto nuovo. “Il taccuino di Wolfsburg” è completamente fuori da qualsiasi genere: non è un thriller scandinavo, non ci sono serial killer, non è un noir, non è una raccolta di barzellette sui calciatori, non contiene ricette di cucina e non è scritto da un cantante. E’ un romanzo, nel senso alto del termine: un’opera d’arte unica prodotta dall’immaginazione di un singolo individuo. Ma non c’è solo questo: in taluni casi il talento degli editori nello scegliere libri è drammaticamente inferiore a quello degli scrittori che inviano libri. Al Salone del Libro, a Torino, in maggio, ho avuto modo di chiacchierare con alcune persone che, di lavoro, selezionano i libri da pubblicare: sono rimasto quasi traumatizzato dalla loro pochezza culturale, dalla ristrettezza delle loro vedute, dall’incapacità di sostenere una chiacchierata su argomenti che riguardano il loro lavoro. Così come molti aspiranti autori non sanno scrivere, è probabile che alcuni editor non sappiano leggere: il vero problema è che nessuno ha il coraggio di dirlo. Esistono così scrittori notevoli (e certi notevolissimi, come Pezzoli) che fanno fatica a trovare una casa editrice; ma quando si ha la fortuna di leggerli, con qualsiasi mezzo che la tecnologia mette a disposizione (qualsiasi mezzo capace di aggirare il monopolio degli editori), si prova la gioia di un esploratore che, dopo aver attraversato una giungla fittissima, si trova davanti al capolavoro di un tramonto. Il mio augurio è che esistano case editrici ancora in grado di non accontentarsi del bello, e di cercare con tutte le forze il sublime.

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15 thoughts on “Il capolavoro di Nicola Pezzoli

  1. Oh, beh, son soddisfazioni. La tua di aver letto un bellissimo romanzo, e quella di Pezzoli che si legge questa stupenda e appassionata recensione. Complimenti a Pezzoli, che vorrei davvero leggere. Gli auguro di raggiungere il cuore di un editore come ha raggiunto il tuo, caro Paolo.

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  2. Seguo da un po’ di tempo Nicola sul suo blog (arrivo da lì), ed ho letto “Tutta colpa di Tondelli”, che mi è piaciuto molto. Ammetto di essere molto curiosa di leggere quest’altro suo romanzo, ed ancora di più dopo avere letto questa tua recensione!
    Un saluto,
    Giada

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  3. Concordo totalmente con questa ottima recensione, anche se non ho letto il libro di Pezzoli che ho conosciuto solo virtualmente tramite i nostri rispettivi blog.
    Un saluto,
    aldo.

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  4. Ho avuto l’onore di conoscere personalmente Nicola, una persona splendida. Gli auguro di cuore di pubblicare questo suo lavoro del quale ha dato qualche assaggio sul blog.
    In bocca al lupo carissimo Zio NIck!
    Complimenti per la bellissima recenzione.

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  5. Ho iniziato a provare interesse e un forte sentimento di simpatia ( nel senso originario della parola ) per Nicola Pezzoli dopo averne sentito la voce in una intervista rilasciata a Radio Radicale. Tempo due minuti ed ero in libreria ad ordinare “Tutta colpa di Tondelli”. Ho letto il libro e ho capito di avere tra le mani uno scritto fuori dall’ordinario per diversi motivi: la bellezza della scrittura, la gamma dei sentimenti che suscita ( sorpresa, commozione, ilarità irrefrenabile ), la sincerità, la delicatezza, la profondità, l’intelligenza , dello scrittore e dell’uomo. Così non mi riesce difficile darti torto quando fai ricorso alla categoria del sublime per questo romanzo che vorrei tanto leggere. Sarebbe bello che il nostro desiderio di lettori venisse esaudito.
    Bellissima la tua recensione.
    Cari saluti,
    Giacinta

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  6. Sono semplicemente commosso. Non solo per le tue parole (e i commenti altrui), ma soprattutto per la franchezza e l’onestà da cui parti per arrivare poi a parlare di capolavoro, a nominare certi meravigliosi Scrittori, a scomodare la categoria del sublime (la franchezza e l’onestà di partire dai ragionevolissimi e condivisibili dubbi tipo “la volpe e l’uva” ecc.), per non parlare poi del tuo esporti a dire, su certe inadeguate persone (limitiamoci a chiamarle così, inadeguate), ciò che esattamente meritano si dica.

    Adesso rischierò di sembrare melodrammatico, ma è una cosa che sento davvero e quindi la dico. Al pensiero di poter fare la fine di Morselli, il mio grande cruccio era quello di non saper trovare qualcuno che fosse all’altezza di custodire ciò che ho scritto. Qualcuno che oltre a essere un vero amico, oltre ad apprezzare la mia scrittura, fosse anche destinato a contare qualcosa come scrittore e come intellettuale. Be’, ora, davanti al tuo entusiasmo, alla tua sincera passione, alla tua competenza, non ho più dubbi: se dovesse succedermi qualcosa, presentati a casa mia, perché i miei dattiloscritti, se lo vorrai, saranno roba tua.

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  7. Grazie! Solo questo! Questo tuo scritto mi ha fatto venire la pelle d’oca, e non solo perché nella mia testa mentre leggevo guardavo Nick dall’alto in alto! Mi ha fatto venire la pelle d’oca perché in tantissimi punti di quello che hai detto mi sono riconosciuto, perché la bravura di Nicola va al di là dell’affetto smisurato che provo per lui e per la condivisione di tante cose! E’ una bravura pulita, genuina, fatta di vero talento come dici tu, altro che “mal sopportata mancanza” che invece c’è per davvero…cazzo se rende l’idea questo concetto, soprattutto se confrontato con quella contraria degli “scribacchini” di cui parli, che invece “ben sopportano quella presenza di talento” che invece non hanno affatto! Quindi Grazie, anche a nome di zio Nick…e un blog che scrive queste cose dello zio non può che entrare di diritto nella lista dei miei blog…”piedi”! 🙂
    Un abbraccio, ciao

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  8. Il libro è uscito oggi (19 ottobre 2013) con il titolo “Quattro soli a motore” – Neo. Edizioni.
    Un grazie infinito a Nicola per la fiducia, la disponibilità, l’intelligenza, il talento.

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