Muri alti e inferiae

Si può essere dei geni, e non saperlo. Inventare un mondo, e non trovare nessuno che ascolta il tuo racconto.

Una cugina di mia mamma – Luciana – prima di decidere di passare gli ultimi trentacinque anni di vita chiusa in casa, aveva girato Venezia e quindi il mondo. Conosceva la gente più disparata – spesso, la più disperata. Pittori, scultori, poeti. Gente che aveva esposto al MOMA, che aveva inciso dischi, che veniva pagata per le parole che scriveva. E poi altre persone che avevano mollato tutto ed erano andati in Angola a combattere una guerra di liberazione.

Vittorio era uno di questi. L’ho visto una volta sola, nella mia vita. Ero a casa di Luciana, a Venezia, era Carnevale. Suona il campanello. Salgono un uomo ed una donna, completamente ubriachi. Lui ha il viso ricoperto da un trucco scuro sporco che, assieme alla barba mal tagliata, gli conferisce un aspetto estremamente drammatico. E’ magro, piccolo, nervoso, urla, ride con occhi spiritati. Racconta di quando era in Angola, a combattere per il comunismo. Finge di avere un mitra in mano e mostra come si spara ai fascisti: lo racconta con lo stesso magnifico orrore che ha la morte. Lei è pacata. Si chiama Luisa.

Poi prende la chitarra di Franco, il compagno di Luciana, e inizia a suonare. C’è un video, su Youtube, in cui si vede Bruce Springsteen suonare in una strada di Copenaghen. Accade qualcosa di simile, perché le canzoni che sta cantando io le conosco. Le so a memoria.

Credo che ogni casa abbia, oltre alle sue tradizioni e alle sue storie da tramandare, anche alcuni dischi che le caratterizzano. La mia famiglia è caratterizzata anche (ma non solo) dal disco “Ariva i barbari” di Alberto D’Amico. “Ariva” con una erre sola. Non so dove l’avessero trovato, questo disco, i miei. E’ un disco in dialetto veneto. Racconta la storia di Venezia attraverso gli occhi di una famiglia di poveri straccioni, sbattuti da una parte all’altra del mondo, sempre in fuga, sempre affamati. Arriva fino ai giorni nostri – parla di episodi successi nella prigione di Venezia, del dolore di dover rubare per mangiare. In moltissimi punti è vera poesia popolare – straziante, vera, toccante. E’ una visione del mondo, completa.

Vittorio sta cantando a noi quelle canzoni. Dice che sono sue. Che gliele hanno rubate, ma che non gliene frega niente. Le vomita lì davanti a noi, sbagliando accordi e parole, con una voce roca, e ubriaca. Sbatte il piede per terra, riprende ad urlare. Noi siamo lì, davanti a noi, increduli. Cioè: non sappiamo se credere o meno a quello che ci sta raccontando. Quell’uomo si regge a malapena in piedi, blatera, confonde le sue stesse cose. Se ne va, barcollando, sorretto dalla sua compagna.

Qualche giorno dopo mi sono rimesso a leggere le parole del disco. La compagna della voce narrante si chiama Luisa. Lui, ad un certo punto, si fa forza dicendo: “Dai, Vittorio”.

Era lui. Quel combattente folle, fallito, ubriaco, truccato, magro, cencioso, aveva scritto canzoni che sapevo a memoria. Non l’ho più visto, non so che fine abbia fatto, Luciana è morta, forse pure lui. Era un genio, e nessuno l’ha mai saputo.

Appena potete, diventate Veneti. Anche solo per capire i testi di questo magnifico disco.

Muri alti e inferiàe
l’aria passa rusinìa
no passava le giornàe
e mi gero soterà.
Ma che mal la prima volta
xe ‘na piera messa in gola
mi piansevo su la malta
e me se marsiva el fià

Te scrivevo: “mama
a Santa Maria
giuro vecia mia
no ghe torno più”.

Costa schei la galera
ogni crosta che se magna
quando che se torna fora
el xe un conto da pagar;
ma mi fora gero neto
e i m’ha sequestrà la roba
g’ho sigà g’ho spacà tuto
e in galera so’ tornà.

Te scrivevo: “mama
xe stà ‘na passìa
giuro vecia mia
no ghe torno più”.

Xe ‘na libertà che pesa
quando che se torna fora
se se compra ‘na camisa
e se spera de cambiar;
ma d’inverno ‘na matina
col caìgo dentro in boca
g’ho robà un paltò de lana
e in galera so’ tornà.

La giustissia mama
m’ha ciapà la gola
de ‘sta malatìa
no me salvo più.

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