Grafemi

Segni, parole, significato.

Scrivere fiction, di Philip Roth

Anche se in Italia è conosciuto quasi esclusivamente per i suoi numerosi romanzi, Philip Roth è stato, e forse è ancora, un critico letterario piuttosto lucido ed incisivo, che non smentisce la sua natura di intellettuale vivacemente polemico. In questi anni, un pezzettino alla volta, ho letto “Reading myself and others”, una raccolta di saggi uscita in America nel 1975, quando Roth era un romanziere non ancora pienamente espresso (anche se lui riteneva già di essere un grande: o almeno questa è l’impressione che ci si fa partendo dal modo in cui parla di se stesso): c’era stato il successo planetario di “Lamento di Portnoy”, che però si inseriva in una sequenza di libri non propriamente memorabili; solo con “Lo scrittore fantasma”, pubblicato nel 1979, inizia quella che io considero il più importante corpus letterario della seconda metà del ventesimo secolo, che si concluderà solo nel 2007 con “Il fantasma esce di scena”.

Il pezzo che ho provato a tradurre è la prima parte del saggio “Writing American fiction” (da quello che so, inedito in Italia), pubblicato nel marzo del 1961, quindi cinquantacinque anni fa (un dato di fatto che non va trascurato, durante la lettura), incentrato sull’analisi delle opere di alcuni dei più importanti scrittori americani attivi tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta, cioè Salinger, Bellow, Mailer e Malamud. La parte tradotta qui su Grafemi, però, è generale, e affronta, forse per la prima volta, le difficoltà che uno scrittore di fiction incontra cercando di descrivere una realtà che, trasformata dai mezzi di comunicazione (allora giornali e televisioni, oggi soprattutto da Internet e dai social), sembra sempre meno reale. E’ un tema, questo, che non smette di affascinarmi. Se torniamo indietro di qualche secolo, è probabile che il mondo coincidesse con ciò che ciascuno sperimentava personalmente – non esisteva, in altre parole, alcuna rappresentazione che modellasse, o distorcesse, la realtà in cui ciascuno era immerso. Adesso, come accade in uno dei più famosi paradossi della meccanica quantistica, la descrizione del mondo ha finito per modificarlo e, in taluni casi, per stravolgerlo. Roth, che all’inizio degli anni sessanta era ancora convinto che l’ideale che ogni romanziere dovesse perseguire fosse quello del realismo in senso stretto indicato da Henry James (e il noiosissimo “Quando lei era buona” ne è la testimonianza più evidente), non era ancora pronto a spostare il suo sguardo dal mondo privato, tangibile, misurabile, legato alla realtà da una relazione strettamente biunivoca, a quello artificiale, autoreferenziale (e decisamente più interessante) messo in scena dai media – un’operazione che invece sarebbe stata alla base dei movimenti post-moderni, qualche anno dopo.

Ma anche se le osservazioni di Roth possono sembrare almeno in parte superate, trovo che l’ironia di questo pezzo, specie nella descrizione della tragica storia delle sorelle Grimes, e la domanda conclusiva (del tutto personale la mia scelta di fermarmi con la traduzione proprio in questo punto) abbiano ancora molto da dire.

Writing American Fiction
di Philip Roth

Diversi inverni fa, mentre vivevo a Chicago, la città fu scossa e disorientata dalla morte di due ragazze. Per quel che ne so, la gente è ancora disorientata; ma per quanto riguarda lo shock, Chicago è Chicago e lo smembramento di una settimana sfuma nelle successive. Le vittime, in questo caso specifico, erano sorelle. Erano uscite una notte di dicembre per vedere un film di Elvis Presley, la sesta o la settima volta, ci è stato detto, e non sono mai tornate a casa. Sono passati dieci giorni, poi quindici, e poi venti, e quindi è iniziata la ricerca delle sorelle Grimes, Pattie e Babs, perlustrando ogni strada, ogni vicolo, di quella città desolata. Una ragazza le ha viste al cinema, un gruppo di ragazzi le ha intraviste mentre salivano in una Buick nera, altri parlano di una Chevy verde; è andata avanti così fino al giorno in cui la neve si è sciolta, facendo emergere i corpi nudi delle ragazze in un fosso lungo la strada, ai margini di una foresta a ovest di Chicago.

Il medico legale disse che non era possibile conoscere le cause della morte, e i giornali ne presero atto. Un quotidiano pubblicò in ultima pagina un disegno delle ragazze in calzini corti, jeans e ciabatte: Pattie e Babs a colori, alte trenta centimetri, come Dixie Dugan nell’inserto della domenica.

 

La madre delle due ragazze pianse tra le braccia di una giornalista di un quotidiano locale, che praticamente piazzò una macchina da scrivere davanti alla veranda della famiglia Grimes e tirò fuori un articolo al giorno, raccontandoci di come le sorelle erano due brave ragazze, ragazze che lavoravano duro, ragazze comuni, ragazze che andavano in chiesa, eccetera eccetera. Di sera, alla televisione si poteva assistere alle interviste ai compaDixie7gni di classe e agli amici delle sorelle Grimes: le ragazzine che si guardano attorno morendo dalla risate, i ragazzi irrigiditi nelle loro giacche di pelle: “Sì, conoscevo Babs, altroché, era una ragazza in gamba, sicuro, era una popolare…”. E si è andati avanti così fino a quando arriva una confessione. Un tizio con la cresta, sui trentacinque anni, un lavapiatti, un tipo sospetto, con una cattiva reputazione, un certo Benny Bedwell, ammette di aver ucciso entrambe le ragazze, dopo che lui e un amico avevano girato con loro per diverse settimane da un motel pidocchioso a un altro. Sentendo le notizie, la madre in lacrime racconta.alla giornalista del quotidiano che quell’uomo è un bugiardo – le sue ragazze, insiste, sono state uccise la notte stessa in cui erano uscite per andare al cinema. Il medico legale continua a sostenere (nonostante il brontolio della stampa) che le ragazze non mostrano alcun segno di rapporti sessuali. Nel frattempo, a Chicago tutti comprano quattro giornali al giorno, e Benny Bedwell, dopo aver fornito alla polizia una cronaca ora per ora delle sue avventure, viene condotto in giudizio.

Grimes_Sisters

Le sorelle Grimes

I giornalisti riescono a scovare due suore che erano state le insegnanti delle ragazze a scuola: vengono circondate e sommerse di domande, fino a che una delle due fornisce la spiegazione definitiva: “Non erano delle ragazze eccezionali”, ha detto la suora, “non avevano un hobby”. Più o meno nello stesso momento, un’anima particolarmente buona trova la signora Bedwell, la madre di Benny; si organizza allora un incontro tra questa vecchia donna e la madre delle due ragazze uccise. Viene anche scattata una foto di loro due, l’una accanto all’altra, due signore americane sovrappeso, oberate di lavoro, abbastanza intontite ma comunque dritte davanti ai fotografi. La signora Bedwell si scusa per il suo Benny. Dice: “Non avrei mai pensato che uno dei miei ragazzi avrebbe fatto una cosa del genere”. Due settimane dopo, forse tre, il suo ragazzo è fuori su cauzione, accompagnato da uno stuolo di avvocati molto in forma, e indossa un completo nuovo di zecca. Viene condotto in una Cadillac rosa verso un motel fuori città dove tiene una conferenza stampa. Sì, lui è la vittima di un atto brutale della polizia. No, lui non è un assassino; forse un degenerato, ma anche da questo punto di vista sta cambiando. Sta diventando un falegname (un falegname!) per l’Esercito della Salvezza, si affrettano a spiegare i suoi avvocati. Immediatamente viene chiesto a Benny di cantare (lui suona la chitarra) in un locale notturno di Chicago per duemila dollari alla settimana, o erano diecimila? L’ho dimenticato. Quello che ricordo è che improvvisamente tutti quelli che leggevano i giornali si sono posti la Domanda: stiamo parlando solo di pubbliche relazioni? Ovviamente no – sono morte due ragazze – ma in ogni caso a Chicago inizia a girare la canzone “The Benny Bedwell Blues”. Un altro giornale lancia un concorso settimanale: “Come pensate che siano state ucccise le ragazze Grimes?”. E’ previsto un premio per la miglior risposta (migliore secondo l’opinione dei giudici). E poi arrivano i soldi; iniziano a piovere donazioni, a centinaia, sulla signora Grimes, da tutta la città e da tutto l’Illinois. Per cosa? Da parte di chi? Per la maggior parte si tratta di donazioni anonime. Solo dollari, migliaia e migliaia di dollari – il Sun Times ci tiene aggiornati sul totale. Diecimila, dodicimila, quindicimila. La signora Grimes decide che è ora di dare una sistemata alla casa. Si fa avanti uno straniero, un certo Shulz o Schwartz – non ricordo – che si occupa di mobili e mostra alla signora Grimes una nuova cucina. La signora Grimes, fuori di sé per la gioia, si rivolge alla figlia sopravvissuta e le dice “Immaginami in quella cucina!”. Finalmente, la povera donna esce e compra due parrocchetti (o forse un alro signor Schultz glieli offre come regalo): uno lo chiama Babs, l’altro Pattie. A questo punto, Benny Bedwell, che nel frattempo ha sicuramente imparato a infilare un chiodo dritto in una tavola di legno, viene estradato in Florida con l’accusa di aver violentato, da quelle parti, una ragazzina di dodici anni. Poco dopo anch’io ho lasciato Chicago e da quello che ne so la signora Grimes, sebbene non abbia le sue due ragazze, ha una nuova lavastoviglie e due piccoli uccelllini.

Schine-69-37

David Schine

Qual è la morale della storia? Semplicemente questa: che uno scrittore americano a metà del ventesimo secolo è sfiancato dal tentativo di capire, descrivere e quindi rendere credibile la realtà americana che stupisce, dà la nausea, fa infuriare e finisce per creare imbarazzo a chi si trova ad avere un’immaginazione un po’ debole. L’attualità continua a mostrare i suoi talenti, e butta fuori, ogni giorno, personaggi che sono l’invidia di tutti i romanzieri. Ad esempio, chi avrebbe potuto inventare Charles Van Doren [intellettuale americano che vinse, barando un famoso quiz televisivo – alla sua figura è ispirato il film Quiz Show di Robert Redford, con Ralph Fiennes nella parte di Van Doren; uno scandalo analogo compare anche nella prima parte di Zuckermann scatenato, secondo capitolo della cosiddetta “prima trilogia di Zuckermann”]? Roy Cohn e David Schine [entrambi particolarmente attivi negli anni del maccartismo, implicati in uno scandalo di favori reciproci, forse su base sessuale]? Sherman Adams [capo del gabinetto di Eisenhower, coinvolto in uno scandalo di corruzione in cui ricevette un maglione di vigogna in cambio di favoritismi] e Bernard Goldfine [l’uomo che regalò il maglione di vigogna]? Dwight David Eisenhower [presidente degli Stati Uniti]?

Diversi mesi fa, molti hanno potuto sentire uno dei candidati alla Presidenza degli Stati Uniti dire qualcosa di simile: “Bene, se uno sente che il Senatore Kennedy è quello giusto, allora penso sinceramente che dovrebbe votare per il Senatore Kennedy, e se invece uno pensa che sia io, quello giusto, mi permetto umilmente di suggerire che voti per me. Ecco, io credo, ma si tratta sicuramente di un’opinione personale, che quello giusto sono io…” e così via. Anche se non la pensano così trentaquattro milioni di votanti, a me continua a sembrare particolarmente facile mettere in ridicolo Nixon – ammetto di essermi annoiato perfino io nel parafrasare qui le sue parole. Se all’inizio poteva essere divertente, ora lascia attoniti. Forse, come creazione della letteratura satirica, poteva essere “credibile”, ma ora, mentre lo vedo passare in TV, mentre tento di guardarlo come una figura pubblica, o un fatto politico, la mia mente fatica a considerarlo vero. Qualsiasi cosa i dibattiti televisivi producano in me, osservo, come una curiosità letteraria, che come minimo mi inducono un’invidia professionale. Tutte le elucubrazioni sul make up dei candidati e sui tempi giusti per rispondere, tutte le strategie sul modo in cui Nixon dovrebbe guardare Kennedy quando lui gli parla, o come non dovrebbe guardarlo – tutto questo è così tanto “oltre”, così fantastico, così misterioso e stupefacente, che mi scopro a desiderare di averlo inventato io. Ma è evidente che non serve che uno sia uno scrittore di finzione per desiderare che qualcuno lo abbia inventato, e che non sia reale.

I quotidiani continuano a riempirci di meraviglia e soggezione (ripetono: è possibile? sta succedendo davvero?), e talvolta di nausea e disperazione. Le truffe, gli scandali, la follia, l’idiozia, la devozione, le bugie, il rumore…. Recentemente, in Commentary, Benjamin DeMott ha scritto “in questi tempi c’è il sospetto profondamente radicato, che gli eventi e gli individui siano irreali, e che la forza di cambiare il corso del tempo, della mia o della tua vita, non esista più”. Sembra che ci sia, continua DeMott, una sorta di “discesa universale verso l’irrealtà”. L’altra notte – giusto per fare un esempio banale e lieve di questa discesa – mia moglie ha acceso la radio e ha sentito l’annunciatore che offriva dei premi in denaro per le tre migliori commedie televisive della durata di cinque minuti scritte da bambini. In momenti come questi è difficile trovare un modo per venirne fuori. Di sicuro, non passeranno molti giorni prima che esempi meno innocui ci ricorderanno di che cosa sta parlando DeMott. Quando Edmund Wilson dice che dopo aver letto il magazine Life sente di non appartenere alla nazione descritta, di non vivere in questa nazione, capisco cosa intende.

In ogni caso, per uno scrittore di fiction il sentire di non vivere veramente nella propria nazione – così come rappresentata in Life o attraverso l’esperienza quando si esce di casa – è un impedimento serio per il proprio lavoro. Ma quale dovrebbe essere, allora, il soggetto della sua scrittura? Il paesaggio?


Due note sulla traduzione.
Dal punto di vista legale,il pezzo è di proprietà di qualcuno. La traduzione, non completa, del pezzo ha il solo obiettivo di stimolare la lettura dell’opera intera. Il brano, originale e intero, si trova liberamente in Internet, in siti del tutto legali.
Dal punto di vista della qualità della traduzione, spero di aver supplito ai miei limiti di improvvisato traduttore con la conoscenza abbastanza approfondita del mondo di Philip Roth, che insieme a Nabokov e Martin Amis è di gran lunga il mio autore preferito.

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Scrivere fiction, di Philip Roth

  1. gaberricci
    16/08/2016

    E niente, Roth renderebbe interessante anche un elenco del telefono.

    P.S.: bella traduzione, complimenti!

    Liked by 1 persona

  2. mestierelibro
    16/08/2016

    L’ha ribloggato su mestierelibro.

    Liked by 1 persona

  3. Pan
    19/08/2016

    Grande Roth è grande Zardi. Da ignorantone ho comprato da poco pastorale americana e lamento di portnoy, da cosa mi consigli di partire? Saluto.

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      19/08/2016

      due libri profondamente diversi… Portnoy è esilarante, Pastorale americana è impegnativo ma forse è il più bel libro della seconda metà del ventesimo secolo… io partirei dal secondo, e passerei dopo a Portnoy come attività defatigante!😉

      Mi piace

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