Il senso di una fine – Julian Barnes

SPOILER!
QUESTO POST CONTIENE INDICAZIONI SULLA TRAMA DE “IL SENSO DI UNA FINE” DI JULIAN BARNES

Prima di iniziare

Quando devo  scegliere un nuovo libro da leggere, utilizzo due criteri: la prossimità e il doppio consiglio.
La prossimità mi porta a spostarmi lungo i contorni di un’ideale costellazione, da una stella a quella più vicina. Kafka, Nathanael West, Flannery O’Connor, Saul Bellow, Philip Roth, Martin Amis, Vladimir Nabokov, Gustave Flaubert. Ciascuno di questi autori, ad eccezione dell’ultimo, ha indicato maestro almeno uno degli altri autori della lista come proprio maestro.

Il secondo criterio, quello del doppio consiglio, prevede che se uno stesso libro mi viene segnalato da due persone diverse, appartenenti ad ambienti la cui intersezione è nulla, allora ho buoni motivi per prenderlo in considerazione. E’ successo così con Wallace, con Franzen, e con qualche autore minore.

978880621156MEDNel caso de Il senso di una fine, libro scritto da Julian Barnes, uscito nel 2011 e pubblicato in Italia da Einaudi per la traduzione di Susanna Basso (che non mi ha convinto fino in fondo),  sono entrati in gioco entrambi i meccanismi. Il doppio consiglio è arrivato da una recensione letta per caso in rete, e da una segnalazione diretta di uno scrittore che stimo molto. Per la prossimità, invece, c’entra Martin Amis, che in questo momento è sicuramente l’autore che sto guardando con maggiore interesse.

La golden generation inglese: Amis, McEwan, Rushdie e Barnes

La letteratura inglese degli anni ottanta e novanta è stata dominata da un piccolo gruppo di amici, considerati la golden generation: Martin Amis, Ian McEwan, Salman Rushdie e Julian Barnes. Osannati, venerati dalla critica, sempre presenti nella scena culturale inglese, hanno rappresentato il punto di riferimento per molti autori, anche stranieri. I legami che li univano erano molto intensi: si frequentavano, si ospitavano, si consigliavano. C’erano rapporti anche economici, da un certo punto di vista: Martin Amis, ad esempio, era rappresentato da Pat Kavanagh, agente di molti altri autori inglesi, ma soprattutto moglie di Julian Barnes. Nel 1995 Amis decide di abbandonare l’agenzia di Pat per mettersi nelle mani di Andrew Wylie, chiamato (anche da Amis, tra l’altro) the jackal, cioè lo sciacallo. Grazie questo nuovo agente, riesce a ottenere un anticipo esorbitante per il libro che stava terminando, The Information, che a ragione è considerato il capolavoro di Amis, cioè 500.000 sterline. E cosa fa Julian Barnes? Prende carta e penna e scrive a Martin Amis una lettera durissima, nella quale, tra le altre cose, gli augura di fare la fine degli altri due autori passati da Pat a Wylie: Salman Rushdie, condannato a morte da Komeini per I versetti satanici, e Bruce Chatwin, morto di AIDS. L’amicizia si rompe. E si rompe proprio nell’anno in cui Amis avrebbe più avuto bisogno di un amico: nel 1995, infatti, si separa dalla moglie Antonia Philips (amica dei Barnes) e perde il padre, il grande scrittore Kingsley Amis.

Martin Amis
Martin Amis

A ben vedere, però, sotto non c’è solo una questione di agenti, mogli e soldi. The information  è la storia di due scrittori agli antipodi: uno disperato, talentuoso, forse geniale e quindi incompreso, l’altro superficiale, un po’ new age, e pieno di successo. Barnes intuisce – non sappiamo quanto correttamente – che in realtà quella storia sta parlando di Amis e di lui: avverte l’odio, avverte l’invidia di un uomo che lui aveva considerato un grande amico. Le loro strade si dividono.

La prossimità tra Barnes e Amis, dunque, è apparente. Il loro stile è diverso: vulcanico, elettrico, spiazzante, ruvido, talvolta oscuro, anticonformista quello di Amis, lineare, rassicurante, piano, classico quello di Barnes (ma ho iniziato Il senso di una fine, due giorni fa, non lo sapevo ancora). Ma nonostante tra di loro ci sia un grandissimo fossato, esistono importanti punti di contatto. Le vite che hanno condiviso hanno lasciato lo stesso segno in entrambi.

Finalmente parliamo del libro!

Di cosa parla Il senso di una fine? Un sessantenne, pacifico, appagato, non del tutto soddisfatto, forse inquieto, viene costretto a ripensare al proprio passato – alla propria giovinezza perduta – da un evento inaspettato. Il tempo (tema che, tra l’altro, percorre tutta l’opera di Amis) mescola i ricordi; ogni personaggio, perciò, ricostruisce la propria storia attraverso i frammenti che ha scelto di mantenere, giustificando, rimuovendo,nascondendo, falsificando, eliminando tutto quello che poteva creare dolore. Ma poi arriva il momento in cui è obbligatorio fare i conti con ciò che è stato: allora inizia il rimorso, il rimpianto, la nostalgia e l’amara sensazione di aver sprecato una vita.

Julian Barnes
Julian Barnes

Questo libro ha vinto il Booker Prize, il più prestigioso riconoscimento concesso agli autori del Commonwealth. Arrivato alla fine, mi sono chiesto inevitabilmente se questo libro lo ha davvero meritato. Ci ho pensato un po’, e credo che la mia risposta sia: no. Eppure il mio giudizio è combattuto.
Da un lato, non ho trovato nulla che non avessi già letto da qualche altra parte. Lo stile è sobrio, privo di invenzioni; talvolta grigio, anonimo, burocratico. La trama – un aspetto al quale raramente do un reale peso – funziona fino a tre quarti del libro: rarefatta, sottile, quasi impercettibile. Poi Barnes si abbandona a un trucchetto grossolano, inserendo “il segreto che solo il protagonista non conosce”. La suspense cresce, ma con lei cresce la sensazione di essere menati per il naso. E la rivelazione del segreto non ha alcuna valenza esistenziale: è solo una sorpresa che ci fa dire oh, ma che non aggiunge nulla – nulla di fondamentale – alla storia dei protagonisti. Eppure… eppure ora mi sento sottosopra. Il potere del Romanzo è imprevedibile: il risultato di 150 pagine non è la somma delle pagine ma, riprendendo un’idea presente nel libro, il frutto di una moltiplicazione, di una crescita esponenziale. I difetti non hanno impedito a questa storia di toccarmi il cuore; e anzi, a ben vedere, sono proprio i difetti di questa storia – lo stile troppo sobrio, la trama troppo furba – a colpirmi e a farmi struggere di malinconia. Cos’è la giovinezza? Cosa si perde, invecchiando? Dove finiscono le nostre illusioni? Quand’è il momento in cui capiamo che le cose non solo non sono andate come pensavamo, ma che non c’è più il tempo di cambiarle? Il rimorso – il dispiacere per i propri errori che non possono più essere corretti… Tutto questo passa attraverso le parole senza passione di Barnes – e la sua potenza deriva proprio da quella pacatezza portata fino alle sue estreme conseguenze. Anche Philip Roth parla di ciò che si perde con la vecchiaia, e lo fa in modo straziante: ma si dibatte, lotta, morde la vita, la rimpiange, la ricorda in tutto il suo fulgore. E’ un inno disperato a ciò che perdiamo. Amis, invece, osserva il mondo attraverso la lente del grottesco: la sua lama tagliente colpisce il cervello, ma risparmia il cuore. Barnes, invece, scivola verso la morte lentamente, con rassegnazione, osservando la vita da lontano, dietro il vetro sporco del ricordo – e il nostro cuore lo segue, ascolta quella voce e comprende tutto, con la stessa intelligenza profonda, ingenua e misteriosa con la quale capisce l’amore, la morte, la presenza del dolore e della gioia. Il senso di una fine forse delude chi è in cerca di maestri di scrittura, ma sicuramente convince il lettore, talvolta ingenuo, che si nasconde nel cuore.

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14 thoughts on “Il senso di una fine – Julian Barnes

    1. Il distacco è il suo punto di forza e, forse, il suo limite. E’ mesto. La mestizia, di per sé, non è un difetto; però è come se fosse un po’ troppo sistematica, programmatica… Però, come dici tu, è toccante e a tratti profondo.

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  1. Mi piacciono le recensioni che, come la tua, non hanno paura della contraddizione e anzi ne fanno motivo di riflessione! Non ho letto il libro, ma sarei curiosa di sapere perché la traduzione non ti ha convinto del tutto.. Quali sono i suoi difetti? Grazie!

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    1. L’unico modo che ho per valutare la traduzione di un libro che non ho letto in lingua originale è concentrarmi sulla costruzione delle frasi, che devono “suonare bene” in italiano. In alcuni punti, ho pensato: ma in italiano non si dice affatto così! Dovrei provare a ritrovare i punti in cui questo è successo, ma ho già prestato il libro…

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  2. Non l’ho letto, e quindi non sono in grado di commentare, la foto ha innescato molti ricordi, passeggiate fino alla Tate Modern, e mi ha messo immediatamente di buon umore.

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  3. Sono arrivato a Il senso di una fine da un articolo su Repubblica. L’ho letto due volte – il libro, non l’articolo – e lo trovo uno dei più bei testi letti negli ultimi anni.
    A mio parere è la storia di un equivoco e dell’amarezza nello scoprire di non potervi porre rimedio.

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    1. Certo, sono d’accordo. Quello che non mi convince è il trucco usato nel finale (non lo rivelo, per rispetto di chi dovesse leggere questo commento, ma credo che tu abbia capito: serviva davvero?)

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      1. Infatti, pure io quando l’ho letto la seconda volta ci sono rimasto un po’ male per il finale: l’avrei preferito addirittura senza rendere esplicite le motivazioni, se possibile più minimalista. Ma resta un gran bel libro. L’amaro che lascia in fondo è un bel sapore.

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    1. Ciao Luca, letta la tua recensione, bella!
      Per Pat, Bruce e Salman, ho fatto fatica a ritrovare la fonte… Mi pareva fosse in “Esperienza” di Martin Amis, ma sfogliando la mia edizione digitale non ho trovato niente. Cercando ora in Internet, trovo questo articolo dell’Indipendent che sembra confermare la mia versione:

      Barnes wrote to Amis to wish him the same success as two other Wylie clients: Salman Rushdie, who was living in fear of his life because of a fatwa, and Bruce Chatwin, who died of Aids. The letter was signed off with two words, the second of which was “off”.

      http://www.independent.co.uk/news/people/news/martin-amis-you-can-judge-a-man-by-his-enemies-1908547.html

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