Grafemi

Segni, parole, significato.

Cronache Vere – Piano B Edizioni

Quando ero bambino,  passavo un mese all’anno a Grado, nella casa di mia nonna Nella, madre di mio padre.  In realtà il concetto di proprietà si era via via frammentato in diversi rivoli, per cui non era chiaro quale stanza appartenesse a chi: a pian terreno, proprio davanti alla nostra cucina (che era anche la camera da letto di mia zia Maria), c’era un appartamento di dimensioni davvero piccole; là dentro vivevano dei cugini di mio padre, una famiglia con un padre, una madre e una bambina, ma non mi è mai stato chiaro – non lo è neanche adesso – quale fosse il reale legame di parentela, poiché i genitori di questo cugino, o di questa cugina (non mi era chiaro nemmeno chi fosse il parente originale e quello acquisito) non mi sembravano legati in nessun modo né a mia nonna né alla sua famiglia. La camera dove dormivano i miei genitori, al primo piano, era a proprietà alternata: in luglio era occupata da Giovanni, marito di mia zia (morta a quarant’anni nel 1972), da suo figlio Alessandro, cioè mio cugino (che, tra parentesi, non vedo dal 1977), e dalla nuova moglie di mio zio (Tina?) che io vidi solo una volta, a Milano, a casa loro, dalle parti di Quarto Oggiaro. Dei cugini che abitavano davanti alla cucina ricordo solo che lui costruiva dei modelli di navi spagnole del milleseicento.

Alcune zone della casa rimanevano fuori da ogni suddivisione; in particolare c’era un piccolo cucinotto, che i miei parenti chiamavano fughèr, dove si puliva e si cucinava il pesce, si suonava un pianoforte scordato, si ammassavano oggetti inutili. Là dentro, nell’estate del 1979, io e i miei fratelli Alberto e Fausto trovammo alcuni giornali che sfogliammo con una certa curiosità. Erano copie di un giornale che non avevamo mai visto, a casa nostra, e il cui titolo ci sembrava giustificasse l’impegno che mettevamo nel leggere ogni pagina: “Cronaca vera”. Passammo un pomeriggio così, sfogliando storie di tradimenti, vendette, sparizioni, notizie sui re dell’Europa, e qualche foto di donne a seno nudo. Avevamo meno di trent’anni in tre. Poi, però, mio padre ci scoprì. E si incazzò. (Mio padre, nonostante una teorica apertura di vedute, è sempre stato bacchettone – inclinazione che a mio parere nasconde una certa timidezza). Quei giornalacci, disse, non erano cose per bambini. Avrei voluto chiedere chi ce li aveva messi là – da solo potevo escludere mia nonna e mia zia Maria, ma degli altri parenti sapevo così poco che… In ogni caso, non li leggemmo più.

Qualche mese fa, credo fosse gennaio, sono andato a cena con Corrado Melluso, amico che io considero fraterno, nonostante la scarsa frequentazione, per la vicinanza di gusti e idee che avverto ogni volta che parlo con lui. Andando verso la trattoria mi ha chiesto se avevo voglia di scrivere un racconto per un’antologia, curata dall’Agenzia Vicolo Cannery. Titolo? Cronache vere. Non ha posto molti vincoli – nessuno, ad esempio, sulla lunghezza – ma mi ha indicato i due punti fermi: doveva parlare di Padova, e doveva raccontare un fatto realmente accaduto. L’editore sarebbe stato Piano B Edizioni, che conoscevo per aver pubblicato il libro “Il piano B” di Gianfranco Franchi. Ho accettato, e me ne sono subito pentito.

Da quel momento, infatti, è iniziata la caccia all’articolo di cronaca che potesse fornire l’intreccio sul quale costruire il racconto. Ho chiesto anche ai miei colleghi di tenere d’occhio “Il Mattino di Padova” e “Il Gazzettino”, i due giornali locali della mia città, e un po’ alla volta mi sono trovato a possedere un elenco lunghissimo di link che puntavano ai fatti più assurdi e insensati degli ultimi tre mesi.  A Saonara, una scheda elettorale è stata imbrattata di escrementi. Due fidanzatini postano su Facebook le frasi d’amore scritte sulle mura del castello di Este e vengono denunciati. Un barista serve i suoi clienti tenendo un pappagallo sulla spalla. Un uomo di colore, ricoverato in fin di vita in ospedale, viene derubato di tutti i suoi soldi (mi pare di ricordare quarantamila euro) da un altro uomo di colore.  Una donna non stira la tuta del marito, e questa, dopo averla fatta svenire con un pugno, la chiude nel cofano dell’auto, la porta in uno spiazzo e cerca di darle fuoco (la donna si è salvata). Tragedie famigliari, tipi strani, notizie inutili – il sottobosco della cronaca cittadina.

Alla fine, ho scelto di parlare di due genitori denunciati dal figlio, preso in giro per la propria omosessualità. C’erano gli ingredienti che mi interessano da sempre: dinamiche famigliari, desideri non convenzionali, l’amore tra padri e figli, le aspettative, la vergogna. E il Veneto, con le sue regole non scritte, con il suo buonsenso e il suo inossidabile perbenismo. Ho inviato il racconto a Corrado, abbiamo fatto un po’ di editing insieme, e quindi ho aspettato l’uscita della raccolta. E la raccolta è finalmente uscita.

La copertina è molto bella – forte, d’impatto, coraggiosa:

Cronache Vere - Piano B Edizioni - 2013

Cronache Vere – Piano B Edizioni – 2013

ma trovo che il retro sia ancora più bello:

Cronache Vere – a cura di Vicolo Cannery

I miei compagni di viaggio sono Stefania Auci, Eleonora C. Caruso, Gianfranco Di Fiore, Mario Fillioley, Fabrizio Gabrielli, Andrea Gentile, Tommaso Giagni, Gregorio Magini, Roberto Mandracchia, Angelo Marenzana, Angelo Petrella, Andrea Scarabelli, Stefano Sgambati e Gianni Solla. E, come si dice, la si può trovare nelle migliori librerie d’Italia.

Un assaggio? Ecco l’incipit (non proprio l’incipit: è qualche riga dopo l’inizio) del racconto di Stefano Sgambati (non sono autorizzato a farlo, ma spero che l’autore e la casa editrice e Vicolo Cannery non me ne vogliano per questo):

Al quarto giro di Cosmopolitan sei Alessandro Magno, anche perché hai parcheggiato di fronte al portone. «Ma che davero?», chiedono e tu non puoi fare altro che annuire: a Vigna Clara da ragazzino ci arrivavi in autobus, il 446 da casa tua, e per tanti anni hai visto quelli che cercavano parcheggio, archeologi dell’impossibile, geni visionari che vedevano spazi vuoti per i loro Suv là dove non sarebbe entrato un telecomando. Li hai ammirati, li hai invidiati, poi sei diventato uno di loro e allora hai capito che tanta gloria era in realtà una maledizione: serate fresche d’estate, cominciate bene con un coito veloce sotto la doccia, si sono trasformate in guerre puniche al dodicesimo giro concentrico, lungo via di Vigna Stelluti e poi corso Francia (e ogni volta, puntuale, la tentazione di lasciarla ferma lì, la macchina, nello spiazzo del benzinaio e vaffanculo): accuse reciproche, lei te l’aveva detto ‒ ma detto cosa? ‒ te l’aveva detto che era tardi, che dovevate andare in taxi, che non ci dovevate andare proprio, ma anche tu l’avevi detto, che quel parcheggio lontano seicento metri era buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, che la tracotanza viene sempre punita, o andando ancora più indietro, che non sareste mai dovuti venire ad abitare in questa zona, in questa città, in questo paese, che il matrimonio è stata una stronzata, che nascere è stato un inconveniente, che siate maledette tu e tua madre.

———————————————————–

Post Scriptum

Lo ammetto, mi sarebbe piaciuto parlare in modo diverso, di questo libro – spiegare le ragioni che ci stanno dietro, il senso di questa operazione…. Negli aspetti teorici, però, credo che siano più bravi quelli di Vicolo Cannery. Nel loro sito, che offre una vastissima selezione di racconti, scrivono:

A lungo snobbato da intellettuali, letterati e giornalisti, il settimanale «Cronaca Vera» è – da più di quarant’anni – la voce che parla a un’Italia del tempo perso e del tempo da perdere. Poco importa che i suoi lettori – fedeli o saltuari – aspettino il turno dal barbiere, siano costretti in città nella canicola d’agosto, languano presso qualche stabilimento balneare, riposino nelle patrie galere oppure indugino nell’intimità di una ritirata. Si trova sempre qualcuno che, armato di spirito critico, se ne sbatte di afa, noia, ergastoli, attese forzate, estenuanti vacanze con famiglia a carico, motivi ragionevoli e sacrosante ragioni. Soprattutto quando riguardano gli altri. Ed ecco l’uomo di buonsenso pronto a condannare la lettura di quelle pagine impastate di sesso, sangue e passioni d’accatto. Tempo buttato, sentenzierà costui senza nutrire il minimo dubbio.

Per continuare la lettura: http://www.vicolocannery.it/2013/07/08/souvenir-ditalie/#respond

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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