Grafemi

Segni, parole, significato.

Gli italiani

Quando nel 2010 è uscito il mio primo libro, Antropometria, una recensione uscita su Lankelot evidenziava come, nella biografia riportata in quarta di copertina, nella parte in cui elencavo i miei autori preferiti (ne citavo cinque), non ci fosse neppure un italiano. Il recensore era Gianfranco Franchi, che è stato ospite di questo blog con una bellissima intervista, che ha sempre prestato particolare attenzione alla letteratura di casa nostra.

caproneIn effetti, Franchi aveva colto nel segno: ho sempre avuto un serio, profondo, immotivato pregiudizio (esistono pregiudizi motivati?) nei confronti degli scrittori italiani. E fino al 2010, in quarant’anni di vita ne avevo letti davvero pochi: “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, un libro di Pratolini del quale non ricordo il titolo, “Due di due” di Andrea De Carlo, “Castelli di rabbia” di Barrico, “La variante di Luneburg” di Maurensig e… non mi viene in mente nient’altro. Le poesie di Pavese e quelle di Leopardi, ecco. E “Favole al telefono” di Rodari, e l’immancabile “Se questo è un un uomo” di Primo Levi. Certo, poi ci sono stati, negli ultimi anni, “Quattro soli a motore” di Nicola Pezzoli, “Orfana di mia figlia” di Morena Fanti, “Il cerchio imperfetto” di Sabrina Campolongo, “La mente e le rose” di Simona Castiglione, “Le 13 cose” di Alessandro Turati, “E’ tutto qui” di Matteo Scandolin. Ciò non toglie che io rimanga un caprone incolto.

La cosa interessante (interessante per me, ovviamente) è che non ho mai avuto una letteratura nazionale preferita. I miei gusti spaziano dalla letteratura russa (Dostoevskij, Puskin, Gogol, Cechov) a quella americana (Salinger, Bellow, Roth), da quella francese (da Flaubert a Houellebecq) e tedesca (Hesse, Kafka, Grass) a quella inglese (Dickens, McEwan, Le Carrè, Amis, Coe). Ho sempre pensato che non esistano letterature nazionali, ma grandi autori, o geni assoluti slegati dal loro tempo – mi viene in mente Nabokov, russo che scriveva in inglese. Però dagli italiani mi sono sempre tenuto lontano.

 Durante il 2013, per varie circostanze, mi è capitato, invece, di leggere diversi libri di autori italiani. Libri contemporanei, usciti nell’ultimo anno. E ho scoperto cose molto interessanti. Che il dialetto, ad esempio, offre delle possibilità precluse agli autori stranieri. Che esiste un modo diverso di raccontare le cose; e che anche le cose che vengono raccontate, sono diverse; e che io conosco queste cose in modo diverso.

Federica De Paolis

Federica De Paolis

Il primo romanzo italiano che ho letto quest’anno è stato “Ti ascolto” di Federica De Paolis (Bompiani). E’ la storia di un uomo, un collaboratore di Lonely Planet, sempre in giro per il mondo, che un problema a un occhio costringe a tornare nella casa che era stata dei suoi genitori, entrambi deceduti. Qui, per un difetto della linea telefonica, può ascoltare le telefonate dei suoi condomini, smascherando l’inganno nel quale ognuno di loro è immerso. Quando si legge un romanzo, spesso si ha la sensazione che l’autore voglia dire qualcosa – raccontare il suo modo di vedere il mondo, esporre una personale teoria dell’amore, dimostrare che gli uomini sono fondamentalmente buoni o fondamentalmente cattivi o fondamentalmente stupidi – e che per farlo cerchi una trama, un’impalcatura, alla quale appoggiare quelle grandi idee. Qualcuno – penso a Kundera, e al suo più recente allievo Adam Thirlwell – arrivano a dichiararlo espressamente: i loro libri sono caverne platoniche lungo le pareti delle quali si intravedono le ombre dell’Amore, della Gelosia, dell’Eterno Ritorno. Nel caso di questo libro, invece, la trama genera idee; le storie che accadono, e che si intrecciano, non sono esemplari, o metaforiche, o allegoriche: sono fatti che coinvolgono persone, e, accadendo, raccontano qualcosa per la quale non esiste una definizione. Invece di partire dal fuoco, e spiegare cosa lo crea, si prendono due pietre e le si strofina tra di loro fino a che scocca la scintilla. (Per conoscere il punto di vista della De Paolis sul suo libro, ricordo la chiacchierata fatta con lei in maggio, e che può essere letta qui).

Fabio Viola

Fabio Viola

“Sparire” di Fabio Viola (Marsilio), invece, rinuncia de facto alla trama. Il romanzo parte con un’idea che, dal punto di vista drammaturgico, è forte: l’ex fidanzata del personaggio principale, in Giappone per lavoro, smette di dare sue notizie ai famigliari. Lui, allora, parte da Roma e ripercorre a ritroso il cammino di lei, incrociando le persone che conosceva, diventando dipendente della stessa azienda, mangiando nei locali che frequentava. Ma piano piano le cose si confondono, il motivo iniziale del viaggio viene dimenticato, la trama si fa rarefatta, si frange in mille rivoli. La realtà, e l’identità dei personaggi, assumono contorni sempre più vaghi, più indefiniti. Il personaggio principale inizia a sostituirsi alla sua ex fidanzata scrivendo lettere ai suoi parenti, e finisce per conformarsi alle bugie che racconta. Portato avanti con uno stile curato, controllato, apparentemente sobrio (ma non lo è affatto: la scrittura rinuncia volontariamente a qualsiasi effetto speciale) “Sparire” è un libro decisamente sopra la media, e non è un caso che molti ne stiano parlando bene; anche se rivela qualche parentela con l’Ellis che ci ha fatto impazzire di piacere con “Glamorama”, Viola mostra di avere una forte personalità autoriale.

Tommaso Giagni

Tommaso Giagni

Tommaso Giagni, classe 1985, ha pubblicato con Einaudi il suo romanzo d’esordio, “L’estraneo”. L’estraneo del titolo è un ragazzo cresciuto nella Roma bene, ma figlio di un portiere di un palazzo, che decide di dare una svolta alla propria vita andando a vivere nella periferia romana. Partito con la speranza di ritrovare le proprie radici, scopre invece di non appartenere a niente. La sua vita inizia così a scivolare lungo un piano leggermente inclinato: gli eventi, piccole fratture appena percettibili, vanno tutti nella stessa direzione. Se da un punto di vista gnoseologico “L’estraneo” percorre la stessa strada che porta “Lo straniero” di Camus verso la propria inevitabile fine, lo stile piazza questo libro dalle parti di Pasolini, Siti e, forse, Gadda. I personaggi principali di questo libro sono Roma e le sue due anime inconciliabili; e la scrittura, caratterizzata da un ritmo ammaliante – letto ad alta voce, questo romanzo sembra scritto in versi –, rappresenta lucidamente queste due anime, mescolando, contaminando, il romanesco con un italiano purissimo. Romanzo desolato sull’impossibilità di sfuggire al proprio destino, e pieno di umanità.

Stefano Sgambati

Stefano Sgambati

Ho letto anche un saggio, “Fenomenologia di Youporn” (Miraggi), di Stefano Sgambati. Sgambati è uno scrittore “naturale”, uno che dà l’impressione di poter scrivere un racconto a testa in giù, gli occhi bendati, e una banana infilata nel culo; e Sgambati è anche uno scrittore che con una mano ti accarezza i capelli e con l’altra ti tira un cartone in mezzo ai denti. Questo suo saggio sulla centralità della pornografia in un mondo dove quasi chiunque può accedere a Internet dimostra, ancora una volta, la lucida intelligenza e il talento del suo autore che spinge la sua satira corrosiva fino a quel limite in cui basterebbe un passo in avanti per scivolare nel cattivo gusto – un gioco degno di un’equilibrista che cammina su un filo sospeso sopra un fiume di merda pieno di coccodrilli. Libro divertente (gli uomini sognano pecorine elettroniche?), a tratti illuminante, che dimostra che il saggio, se lo scrive uno scrittore vero, ha una marcia in più. In attesa dell’attesissimo romanzo per minimuFax, la cui uscita è prevista per il 2014. (Di Sgambati, questo blog ha ospitato una chiacchierata tra due dimissionari, Bersani e Ratzinger).

Matteo Righetto

Matteo Righetto

Matteo Righetto è agli antipodi di tutti gli autori di cui ho parlato sopra: con una storia che ha la struttura di una fiaba – il bambino che entra nel bosco per sconfiggere il nemico, che durante il cammino affronta una serie di prove, e che ne esce adulto –, e attraverso una prosa semplice, quasi elementare, ma non sciatta, Righetto ci porta in mezzo ai boschi del Veneto dei primi anni sessanta, in mezzo a una natura ancora selvaggia. Qualche anno fa Righetto ha fondato, con Matteo Strukul, un movimento letterario chiamato Sugarpulp, con il quale sta cercando di valorizzare gli autori legati al territorio veneto; è ancora presto per dire se ci è riuscito – il movimento è vitale, ma a volte dà l’impressione di aver perso di vista i propri obiettivi iniziali – ma di sicuro lui, Matteo, ha trovato la sua strada: dopo “Savana Padana”, pulp picaresco che si svolge lungo le rive del Brenta del quale abbiamo parlato qualche anno fa, e “Bacchiglione blues”, un noir sopra le righe ambientato tra i campi di barbabietole di zucchero del padovano, Righetto ha trovato il coraggio di parlare, con “La pelle dell’orso” (Guanda), di sentimenti semplici, forti e veri: il rapporto tra padre e figlio, il legame con la natura, il desiderio di riscatto, il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Il risultato è un libro che si lascia leggere con grande facilità e che in alcuni punti arriva a commuovere.

Daniele Pasquini

Daniele Pasquini

La casa editrice Intermezzi ha inaugurato una nuova collana di libri in ebook, caratterizzati da una lunghezza che tipicamente fatica a trovare spazio nell’editoria “cartacea”, cioè 80.000 battute, poco più di 40 cartelle – troppo lungo per stare in una raccolta di racconti, troppo lungo per essere un libro autonomo. La prima uscita è “Le rockstar non muoiono mai” di Daniele Pasquini (Intermezzi), che è stato ospite di questo blog con un suo racconto sul secondo bacio. Si possono scrivere storie pop di buon gusto? Pasquini risponde con un sì convinto: il personaggio principale del suo racconto è una rockstar che decide di accettare l’invito di uno strano personaggio a ritirarsi dallo show business. Si ritrova quindi in un’isola dove, lungo la spiaggia, passeggiano Elvis Presley, John Lennon e Jim Morrison, e qui… mi fermo. Scrivere letteratura di intrattenimento non è un peccato, se la qualità della scrittura e buona, e se dietro ci sono idee. Libro apprezzato, e consigliato.

Giordano Tedoldi

Giordano Tedoldi

Poi, “I segnalati” (Fazi) di Giordano Tedoldi (che in rete viene chiamato anche Teboldi, Teoboldi, Teodoldi). E’ un libro che meriterebbe un post a parte, perché solleva questioni delicatissime sul rapporto di un lettore con ciò che legge, sugli scopi della letteratura, sulla morale dell’autore e su quella del lettore (e spero presto di trovare il tempo per farlo). Affrontare un romanzo come questo richiede una grande forza, e un grande coraggio: l’autore ci trascina, ci spinge, ci chiama con una voce suadente, elegante e raffinata, verso il centro di un inferno privato e insostenibile, senza mostrare mai alcun cedimento. Un gradino alla volta, questa scala a spirale sembra puntare al cuore del male – un male ontologico, primordiale, e insopportabile. Alla fine, quando ho chiuso il libro, ho pensato a un verso di Franco Marcoaldi, uno dei migliori poeti italiani contemporanei, che nella sua raccolta di poesie “A mosca cieca” diceva è lungo/è denso/è senza forma il male. “I segnalati” è un’opera importante, scritta da un autore pieno di talento. Un libro con il quale, prima o poi, chi scrive dovrebbe fare i conti.

Rino Gobbi

Rino Gobbi

Infine, ho avuto il privilegio di leggere un romanzo scritto da un autore fuori da qualsiasi giro editoriale, Rino Gobbi, classe 1948, che durante la vita ha fatto il messo, il cameriere in giro per l’Europa, l’impiegato comunale, e che da quando ha quindici anni non ha mai smesso di scrivere. Circa un mese fa ho assistito alla presentazione di un suo romanzo, l’ultimo, “Mio fratello Giuliano”, nella biblioteca comunale di Bojon, frazione di Campolongo Maggiore, e ho visto un uomo appassionato, e pieno di umiltà. E’ fuori da qualsiasi giro legato all’editoria, pubblica i suoi libri grazie a premi indetti da case editrici semi a pagamento (in questo caso la Montedit, che ha realizzato un’edizione davvero bella), e ha pochi contatti con persone che condividono il suo amore per la scrittura… Nonostante questo (o forse grazie a questo), Rino Gobbi è uno scrittore fino in fondo, consapevole, maturo, capace, e “Mio fratello Giuliano” è un romanzo che meriterebbe di essere distribuito e recensito seriamente.

scrittoreNel 2013, dunque, ho letto più libri di italiani di quanto abbia fatto nei quarant’anni precedenti, e per la prima volta ho capito che esiste qualcosa che potrebbe definirsi “letteratura italiana” – un’aria di famiglia che non riesco a mettere a fuoco, che non riesco a descrivere, ma che pure avverto. Viola, Tedoldi, Giagni, De Paolis e Sgambati sono di Roma, e Roma compare con forza, nei loro libri – anche quando non viene nominata esplicitamente, come nel romanzo della De Paolis; ma non sono sicuro che sia questo l’unico tratto che li accomuna. Righetto guarda con decisione verso le storie americane, ma parla di un Veneto che riconosco: i boschi delle Dolomiti, e l’asprezza dei suoi personaggi, mi sono famigliari come nessuno dei personaggi di un romanzo straniero potrebbe essere. Rino Gobbi, lo scrittore solitario, parla della sua terra, del suo paese e delle sue storie, delle case di campagna dove è cresciuto e dove vive; non si tratta solo dello scenario sul quale si muovono i suoi personaggi, ma di un elemento centrale, fondante, delle sue storie. (Pasquini, tra tutti, è il meno italiano – dovrei leggerlo su una storia lunga per capire fino in fondo la sua scrittura). Eppure, non sono convinto che ciò che caratterizza una letteratura nazionale sia la location – il romanzo di Viola si svolge per in gran parte in Giappone, ma non è un romanzo giapponese.

Cosa determina la nascita di una letteratura nazionale? Sono gli editori, con le loro scelte? C’è un substrato culturale che li accomuna – che accomuna tutti gli scrittori italiani? Credo, immagino, suppongo che Tedoldi, Viola, Sgambati e gli altri leggano indifferentemente romanzi italiani e romanzi stranieri, e sarebbe piuttosto improbabile scoprire che durante la loro vita hanno letto esattamente gli stessi romanzi (magari si potrebbe provare a chiederglielo…); e il palinsesto televisivo non differisce molto da quello di una qualsiasi nazione europea. D’altra parte Gobbi e Tedoldi sono l’uno l’antitesi dell’altro, ed entrambi negherebbero di avere qualcosa in comune – eppure… Quando andiamo all’estero, sappiamo di essere riconosciuti immediatamente (in Ucraina, dove sono stato per un matrimonio nel 2011, ho scoperto che là provano un terrore pazzesco verso noi italiani), ma non credo che i nostri tratti distintivi – il modo di vestirsi, di gesticolare, i lineamenti – siano gli stessi che ho intravisto in questi libri… Ci giro intorno, ma non riesco a trovare il filo conduttore che pure ho intuito. Non riesco a trovare le risposte. Da cosa è prodotta la nostra letteratura? Cosa la genera? Cosa la caratterizza?

gli italiani

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

3 commenti su “Gli italiani

  1. marina sangiorgi
    22/07/2013

    di questi ho letto la De Paolis (scrive davvero bene). Sugli italiani: in realtà scriviamo in un certo modo nostro, che ci distingue dagli altri. gli americani hanno il loro modo, gli inglesi il loro, i russi il loro ecc. ma se dovessi descrivere cos’è non saprei dirlo. è un’atmosfera, soprattutto. Se per caso non li hai letti valgono la pena Verga (le novelle), Buzzati (i racconti) e i romanzi di Pavese… ciao

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  2. Giacomo Brunoro
    24/07/2013

    Paolo, io credo che la risposta sia molto più semplice di quanto sembri: la nostra letteratura è prodotta dalla lingua italiana, dal fatto che tutti questi autori pensano e scrivono in italiano.

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  3. Aldo
    26/07/2013

    Bello.
    Inviterei solo a correggere: Baricco e non Barrico.
    Grazie.

    Mi piace

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